Documentazione

Etica, Bioetica e Deontologia

Del: 31/01/2014 - Di: Fonte: FN Ipasvi - Titolo: The Dentological Code of Italian Nurses (History notes)

The Dentological Code of Italian Nurses
(History notes)

History notes. The Deontological Code

Some history It was 15th February 1959: the Steering Committee of the IPASVI Federation started discussing about the need to set up a Nurses’ Code of Conduct, that would set out the ethical parameters according to which those who belong to this profession have to work. The first deontological code for Italian nurses was ready the following year, in 1960. It was an important achievement, that represented a further step towards the building of the professional identity, especially in relation to the other health professions. However, a few years later nurses in Italy felt the need to amend the initial text in order to eliminate those things that were too closely linked to those days, to transitory historical and social elements as it is possible to read in the introduction of the new Code. In other words, it was a question of removing obsolete expressions, that had no longer to do with the new generation of nurses deeply involved in the social turmoil of those years, not just across our Country, but also worldwide. The Code of Conduct of 1977 is a concise and dry, but not for this reason devoid of important emphasis: nurses facilitate the human and social relations of the beneficiary, nurses, fully respecting the rights of the sick, make use of their own union rights, nurses have the right to qualify and update their education. In the backlight it is possible to outline the profile of a professional (men start enrolling as nurses only in 1971) who certainly does not forget the human dimension of care, but enriches it through a social perspective, combining it with the assertion of dignity of this category that ranges from the advocacy of the unions to the needs of technical and scientific update. This Code will remain in force for many years, during which nobody feels the need to change it, precisely because of the very concise nature of its text. A first change was made in 1996, when the Alliance between nurses and citizens is added to it. The Alliance is a totally new tool that gives space to the growing need of being the independent protagonist of the profession, by addressing the natural interlocutor of their activity. It is an authentic bet that frames care within a much wider social dimension than the plain limitations of the healthcare structures, by offering a contract without mediators between the real protagonists of care, that is between nurses and the public. In line with the Alliance, the Nurses’ Code of Conduct is rewritten, presented on the occasion of the Nurses’ International Day on 12th May 1999. The aim of the new Code is to outline the characteristics of the nurses’ mission in order to give space to the needs of professional autonomy and provide a track of reflection for the daily confrontation between the professionals and the delays of the culture and the centres where they work. The Code of Conduct approved in 1999 remained in force until 2009. The need to redefine the Code reflects the evolution of the profession, which in a decade has finally acquired a clearly defined identity: a nurses is no longer a health worker with a fitness-to-practice diploma, but a health professional in charge of nursing care. A professional who, as such, autonomously cares for individuals and the community through the Nursing Act, that is a complex set of nursing knowledge, prerogatives, activities, competences and responsibilities in all the professional areas and in different healthcare settings. This important change had led to the new nurse-person/client relationship acknowledged by the 2009 Nurses’ Code of Conduct.

WEB http://www.ipasvi.it/static/english/history-notes-the-deontological-code.htm  

CODICE DEONTOLOGICO DEGLI INFERMIERI NOTA STORICA IN ITALIA

È il 15 febbraio del 1959: il Comitato centrale della Federazione Ipasvi comincia a discutere della necessità di mettere a punto un Codice deontologico infermieristico, che indichi le coordinate etiche in relazione alle quali operano le appartenenti alla professione. Il primo Codice deontologico delle infermiere italiane sarà pronto l’anno successivo, nel 1960. Una conquista importante che rappresenta un passo avanti nella costruzione dell’identità professionale, soprattutto nel rapporto con le altre professioni sanitarie. Ma qualche anno dopo si avvertirà l’esigenza di rivedere quel testo con lo scopo di eliminare ciò che in esso era troppo “legato al tempo, ad elementi storici e sociali transitori”, come si legge nella presentazione del nuovo Codice. Si tratta, in sostanza, di togliere riferimenti troppo antiquati, stridenti con una nuova leva infermieristica che non è certo estranea ai fermenti sociali che in quegli anni attraversano non solo il nostro Paese, ma il mondo intero. Il Codice deontologico del 1977 è un testo sintetico, asciutto, ma non per questo privo di importanti sottolineature: “l’infermiere facilita i rapporti umani e sociali dell’assistito”, “l’infermiere, nel pieno rispetto dei diritti del malato, si avvale dei propri diritti sindacali”, “l’infermiere ha il dovere di qualificare ed aggiornare la sua formazione”. Vi si può leggere in controluce il profilo di una professionista (gli uomini entreranno nella professione solo nel 1971) che non rinuncia certo alla dimensione umana dell’assistenza, ma la arricchisce in una prospettiva sociale, coniugandola con un’affermazione di dignità della categoria che spazia dalle difese sindacali alla necessità dell’aggiornamento tecnico-scientifico. Questo Codice resterà in uso per molti anni, senza che si ponga nuovamente l’esigenza di rinnovarlo, probabilmente proprio grazie alla caratteristica di estrema sintesi della formulazione. Un primo intervento, aggiuntivo, si compie nel 1996, quando viene elaborato il Patto tra l’infermiere e il cittadino. Il Patto è uno strumento del tutto innovativo che dà spazio all’esigenza crescente di protagonismo autonomo della professione, rivolgendosi al naturale interlocutore della propria attività. Si tratta di un’autentica scommessa, che inquadra l’assistenza in una dimensione sociale più ampia dei soli limiti delle strutture sanitarie proponendo un “contratto” senza mediazioni tra i veri protagonisti dell’assistenza, cioè proprio l’infermiere e il cittadino. In linea con il Patto si arriverà poi ad una riscrittura del Codice deontologico infermieristico, presentato in occasione della Giornata internazionale dell’infermiere il 12 maggio del 1999. Obiettivo del nuovo Codice è quello di indicare le caratteristiche della mission infermieristica in modo da dare spazio alle esigenze di autonomia professionale e fornendo una traccia di riflessione per il quotidiano confronto tra i professionisti e i ritardi della cultura e delle strutture in cui operano. Il Codice deontologico approvato nel 1999 resterà in vigore fino al 2009. L'esigenza di ridefinire l'articolato riflette l'evoluzione della professione, che nell'arco di un decennio ha acquisito un'identità finalmente netta e definita nei suoi contorni: l'infermiere non è più "l'operatore sanitario" dotato di un diploma abilitante, ma "il professionista sanitario responsabile dell'assistenza infermieristica". Un professionista che, in quanto tale e anche nella sua individualità, assiste la persona e la collettività attraverso l'atto infermieristico inteso come il complesso dei saperi, delle prerogative, delle attività, delle competenze e delle responsabilità dell'infermiere in tutti gli ambiti professionali e nelle diverse situazioni assistenziali. Da questa significativa svolta ha origine il "nuovo" rapporto infermiere-persona/assistito recepito dal Codice deontologico dell'infermiere 2009.

FONTE WEB FN IPASVI nota storica

http://www.ipasvi.it/norme-e-codici/deontologia/nota-storica.htm


 
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Del: 13/09/2013 - Di: Fnomceo - Titolo: il nuovo Codice deontologico apre alla "medicina potenziativa". E il paziente diventa "persona assistita" (come i medici italiani affrontano le nuove sfide)

il nuovo Codice deontologico apre alla "medicina potenziativa". E il paziente diventa "persona assistita"
(come i medici italiani affrontano le nuove sfide)

 Fnomceo: il nuovo Codice deontologico apre alla "medicina potenziativa". E il paziente diventa "persona assistita" I medici italiani affrontano le nuove frontiere della professione. A partire da quegli interventi per "potenziare" l'organismo a prescindere dalla cura. Nuovi articoli anche sulla medicina militare, l’ICT e sull’organizzazione sanitaria. E il paziente diventa "persona assistita". La bozza del nuovo Codice sarà discussa negli Ordini provinciali nel corso dell’estate. Approvazione definitiva a novembre.

 Quattro articoli nuovi di zecca (medicina potenziativa, medicina militare, tecnologie informatiche e innovazione nell’organizzazione sanitaria) e una generale revisione dei 75 articoli già contenuti nella precedente versione del Codice di deontologia medica, approvato nel 2006. Si presenta così il nuovo Codice deontologico dei medici italiani che dovrebbe vedere la luce entro la fine dell’anno. D’altra parte, il presidente Amedeo Bianco aveva spiegato, proprio presentando il testo del 2006, che la velocità dei cambiamenti sociali, scientifici e tecnologici costringeva le norme deontologiche ad essere un continuo work in progress. Ecco allora che, a distanza di sette anni, arriva, in bozza, un nuovo testo del Codice, elaborato dalla Consulta deontologica attiva nella Fnomceo, approvato dal Comitato Centrale dello scorso 26 marzo e ora inviato a tutti gli Ordini provinciali perché lo esaminino e inviino eventuali emendamenti. Raccolti, entro il prossimo settembre, gli emendamenti da tutta Italia, il testo verrà ricomposto in una redazione finale, che dovrebbe essere approvata il 15 novembre prossimo e presentata con un evento pubblico entro la fine dell’anno. Al di là di alcuni malcontenti di ordine generale, che lamentano come il testo abbia conservato troppe “bizantinerie” senza riuscire a uniformarsi a più austeri standard anglosassoni, ad attirare l’attenzione sono senza dubbio i quattro nuovi articoli aggiunti alla fine del testo. Il primo (art.76) è dedicato alla “medicina potenziativa”, ovvero a quella parte della medicina che si rivolge alla “intenzionale modifica e potenziamento del naturale funzionamento psicofisico dell’uomo”, con esiti simili al “caso Jolie” che tanto spazio ha avuto nelle cronache delle ultime settimane. I limiti posti a questi interventi ruotano intorno a principi che sono un po’ il cardine di questo nuovo Codice: precauzionalità, proporzionalità, rispetto dell’autodeterminazione della persona sulla base del consenso informato, e inoltre equità, sicurezza, uguaglianza dell’accesso, “nel quadro dell’alleanza terapeutica con la persona”. Innovativo anche l’articolo rivolto alla medicina militare (art.77), che discende da un lungo lavoro compito dalla Fnomceo e in particolare dal vicepresidente Maurizio Benato in raccordo con i vertici della sanità militare. In particolare si indica come il medico militare abbia il compito di “segnalare alle superiori autorità la necessità di portare aiuto alle persone che non partecipano direttamente alle ostilità – sia militari che abbiano deposto le armi, sia civili feriti o malati – e informare le stesse di casi di torture, violenze, oltraggi e trattamenti crudeli, disumani o degradanti dei prigionieri e della popolazione”. Complessi i due articoli che guardano all’ICT in chiave deontologica, ovvero alle precauzioni da utilizzare nell’uso delle tecnologie informatiche, compresa la telemedicina (art.78), e nei riflessi che queste hanno nell’organizzazione sanitaria (art.79). In quest’ultimo articolo trova spazio quel legame “necessario” tra etica ed economia che più volte è stato analizzato nei dibattiti Fnomceo degli ultimi anni: “di fronte al necessario contenimento dei costi e alla razionalizzazione della erogazione delle prestazioni, il medico garantisce ai cittadini indipendenza di giudizio in scienza e coscienza, perseguendo l’esercizio della appropriatezza clinica, gestionale e organizzativa”. Ma la novità forse più significativa dal punto di vista del "lessico" sanitario sta nella scomparsa (tranne che negli ambiti più tecnici del codice) della parola "paziente". Al suo posto troviamo infatti "persona assistita" sull'onda dell'attenzione crescente negli ultimi anni al concetto di "persona" rispetto a quello più riduttivo e in qualche modo "passivo" di paziente. 25 giugno 2013

FONTE WEB: http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=15702


 
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Del: 22/08/2013 - Di: Patrizia Di Giacomo, Debora Lami e Amedeo Corsi - Titolo: Le decisioni di fine vita: la percezione di medici e infermieri (End-of-life decisions: physicians and nurses attitudes)

Le decisioni di fine vita: la percezione di medici e infermieri
(End-of-life decisions: physicians and nurses attitudes)

di Patrizia Di Giacomo (Presidente Collegio IPASVI Rimini), Debora Lami (Infermiera Terapia intensiva Azienda USL Rimini), Amedeo Corsi (Direttore UO Anestesia e Rianimazione e DEU dell'Azienda USL di Rimini)

Scenario n. 2 anno 2010

RIASSUNTO

Contesto: le possibilità offerte dalla tecnologia ampliano l’ambito delle decisioni di fine vita e introducono i concetti di accanimento terapeutico ed eutanasia in un momento storico in cui tale dibattito è ampiamente presente nel contesto sociale. Qualunque sia la posizione etica del professionista le definizioni di accanimento terapeutico e di eutanasia sembrano apparentemente chiare ma gli interrogativi nascono nella quotidianità della pratica clinica. Per approfondire la conoscenza di tali problematiche, dopo aver introdotto alcuni concetti teorici ed una sintesi dei riferimenti giuridici e deontologici, si è sviluppata un’indagine descrittiva.

Obiettivi: conoscerne la rilevanza e descrivere conoscenze, opinioni e comportamenti rispetto alle decisioni di fine vita di infermieri e medici che operano in U.O. dove si presentano tali situazioni.

Materiali e metodi: A 324 infermieri e 151 medici è stato somministrato un questionario articolato in 16 items a risposta multipla ripresi in parte, rielaborandoli, da altre indagini finalizzati a descrivere le conoscenze, le opinione e i comportamenti in parallelo relativi a accanimento terapeutico vs eutanasia; l’ adesione complessiva è stata del 67%.

Discussione e risultati: la maggioranza degli infermieri e dei medici si è trovato davanti a casi di accanimento terapeutico. Gli interventi considerati prevalentemente come accanimento terapeutico sono stati: rianimazione cardiopolmonare, indagini diagnostiche invasive ed interventi chirurgici ad alto impatto in paziente inguaribile/con breve aspettativa di vita. Il 61,1% degli infermieri e il 45,8% dei medici ritiengono sempre accettabile che una persona richieda di anticipare la fine della sua vita. Il 15% degli operatori ha prescritto/eseguito un trattamento con l’ intenzione di anticipare la fine della vita in un paziente inguaribile e/o terminale. Al 50,4% degli infermieri e al 38,9% dei medici è stato richiesto di anticipare la fine della vita da parte di pazienti e questa richiesta ha provocato tristezza nel 62,8% degli infermieri vs il 44, 8 % dei medici e frustrazione nel 27,4% vs il 38,8 %.

Conclusioni: emerge l’ esistenza del problema, risulta più chiaro il significato di accanimento terapeutico, meno definito è quello di eutanasia e degli interventi che si possono configurare come eutanasici; si evidenzia la presenza di opinioni e atteggiamenti molto diversificati con delle differenze fra le due professioni e vengono confermati in parte i dati presenti in letteratura o emersi in precedenti indagini. La quotidianità può portare il professionista a utilizzare strategie e tecnologie, dimenticandosi dei sentimenti, delle emozioni e del vissuto della persona assistita Sono sicuramente necessari interventi formativi per gli operatori sanitari rispetto le decisioni di fine vita e le problematiche correlate, che per approfondire gli aspetti della sofferenza della persona che necessita di sostegno e di accompagnamento nel processo del morire. La presa in carico della persona è dell’équipe e sicuramente la condivisione in team del processo decisionale potrebbe comprendere meglio tutti gli aspetti della persona; discutere di quello che accade al letto del morente può permettere di riflettere, di identificare tutti i valori in gioco e di prendere le migliori decisioni per l’ assistito.

ABSTRACT     "End-of-life decisions: physicians and nurses attitudes"

Backround:  the various possibilities that technology offers widen the end-of-life decisions field and they introduce the concepts of "therapeutic persistence" (lifesaving measures) and euthanisia, in a topical moment in which such a debate in the social contest popularly current. Whatever the ethical positions of professional is the definition of " therapeutic persistence" (lifesaving measures) and euthanasia seems apparently clear but the questions arise from the daily medical practice. To deepen. the knowledge of such problems, we carried out a descriptive research after the introduction of some theoretical concepts and a summary of legal and medical ethics references .

Objectives: to know the importance and to describe knowledge, opinions and behaviour regarding end-life-decisions of nurse and physicians which operate where these situations are present

Materials and methods: 324 nurses and 151 physicians were administered to a survey of 16 multiple-choice questions, taken from other researches and revised, aimed at a describing knowledge, opinions and behaviour relative to " therapeutic persistence" and euthanasia, the response rate was 67%.

Discussions and results: most of nurses and physicians were in front of cases of "therapeutic persistence". The cardiopulmonary resuscitation, invasive diagnostic analysis and surgery with high impact in an incurable patient with a short estimated life were interventions considered essentially as "therapeutic persistence. The 61% of nurses and the 5,8% of physicians believe that is always acceptable that a person ask to anticipate the end-of-life. The 15% of the operators have prescribed and performed a treatment with the intention to anticipate the end-of-life in a incurable/terminal patient. The 50,4% of nurses and 38,9% of physicians received demand to anticipate the end-of-life from patients and this resquest caused sadness in 62,8% of nurses vs 44,8% of physicians and frustration in 27,4% vs 38,8%.

Conclusions: the study underlined the existence of the problem, it clarifies the meaning of "therapeutic persistence", less the meaning of euthanasia and its intervention. The study has underlined the opinions and different attitudes among the two professions confirming partly the data of the literature and preceding investigations. The daily routine can bring the health operators to use strategies and technologies, they forgive about feelings emotions and life of the patient. End-of- life educational courses for health operators are necessary and to deepen the aspects of the suffering of the person  who needs support and lead in the death process. The team must take care of the patient and must take decisions, only in this way they can understand all the aspects of  the person;  to discuss about what happens at the bedside can allow to reflect to identify all values and to take the best decisions for the patient'.

Full text scaricabile se abbonati a Scenario o iscritti all’Associazione nazionale Infermieri di area critica (Aniarti)

Fonte:http://www.aniarti.it/it/content/le-decisioni-di-fine-vita-la-percezione-di-medici-e-infermieri

 

 


 
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Del: 16/08/2013 - Di: Domenico Capuana - Titolo: Stato vegetativo e stati minimi di cosceinza - Università di Pisa, 2011 (nuove evidenze e riflessi medico-legali)

Stato vegetativo e stati minimi di cosceinza - Università di Pisa, 2011
(nuove evidenze e riflessi medico-legali)

Stato vegetativo e stati minimi di coscienza:

nuove evidenze scientifiche e riflessi medico-legali

 

Domenico Capuana

Università di Pisa – Tesi di Laurea Specialistica in medicina e Chirurgia – 13/12/2011

La tesi si propone di affrontare i diversi aspetti della tematica inerente quelle condizioni patologiche caratterizzate da disturbi della coscienza e definite stato vegetativo e stati di minima coscienza. Nella prima parte si è focalizzata l’attenzione sulle problematiche derivate dal non avere nella comunità medica una nomenclatura condivisa, cercando di definire in modo chiaro e preciso termini che ancor oggi generano confusione anche tra i medici. Così sono stati fornite le definizioni più aggiornate dello stato di coscienza normale, delle condizioni dove lo stato di coscienza è alterato, e delle nuove sindromi che si sono presentate negli ultimi decenni quali, lo stato vegetativo, lo stato di minima coscienza, la locked-in syndrome e la morte cerebrale, indicandone l’eziologia e le principali differenze anatomo-patologiche. Poi si è passati ad analizzare i criteri diagnostici attuali basati soprattutto sulla valutazione clinica, evidenziandone benefici e limiti, e ad evidenziare l’importanza che le nuove tecnologie stanno assumendo per una diagnosi più accurata di queste condizioni.  Sono stati presentati infatti gli studi che hanno mostrato come tecniche di neurofisiologia (EEG, potenziali evocati) e di neuroimaging (PET, SPECT, fMRI) possano aiutare nel ridurre il numero di diagnosi errate e nell’indicare più attendibilmente i termini prognostici. Inoltre, è stato presentato il dibattito bioetico incentrato sulla dignità della vita umana e sull’autodeterminazione nelle scelte di fine vita, illustrando i punti di vista di chi nega la legittimità dell’interruzione volontaria della propria vita, e di chi invece sostiene che la scelta su come gestire la fine della propria vita sia un diritto di ciascun individuo. Per concludere, infine, si sono affrontati i riflessi medico-legali alla luce dei profili giuridici (Carta Costituzionale, Codice Civile e Penale), e del Codice di Deontologia Medica.

FONTE WEB: http://etd.adm.unipi.it/theses/available/etd-11212011-154228/

 


 
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Del: 01/08/2013 - Di: Donato BG & Nursind - Titolo: Terapia intensiva "aperta" alle visite dei familiari (parere del CNB)

Terapia intensiva "aperta" alle visite dei familiari
(parere del CNB)

Terapia intensiva "aperta" alle visite dei familiari

In data 24 luglio 2013 è stato pubblicato il parere “Terapia intensiva “aperta” alle visite dei familiari” approvato lo scorso 19 luglio all’unanimità dal CNB. Il Comitato Nazionale per la Bioetica con questo parere curato da Andrea Nicolussi (andrea.nicolussi@unicatt.it) porta la sua attenzione su un aspetto particolare dell’organizzazione sanitaria, quello delle visiting policies (accompagnamento e visita dei familiari) in Terapia Intensiva: una applicazione, non sempre adeguatamente considerata, del principio del rispetto della persona nei trattamenti sanitari (art. 32, co. 2 cost.). Tale principio implica una presa in carico del paziente, non solo come individuo isolato e come mero corpo da curare, ma come persona con le sue relazioni significative dalle quali non deve essere forzatamente separato aggiungendo solitudine alla già grave condizione di malattia. Inoltre, per questa via si realizza anche un miglioramento della stessa qualità medica delle cure. Numerosi dati suggeriscono, infatti, che la promozione dell’accesso alla TI per familiari e visitatori non solo non è pericolosa per i pazienti, ma anzi è benefica sia per loro sia per le famiglie. In particolare l’”apertura” della TI non causa un aumento delle infezioni nei pazienti, mentre si riducono in modo statisticamente significativo tanto le complicanze cardio-vascolari quanto gli anxiety score; inoltre, i pazienti presentano indici ormonali di stress significativamente più bassi. Un ulteriore effetto positivo è rappresentato dalla netta riduzione dell’ansia nei familiari. Ad esempio, madri di bambini ricoverati in TI “aperte” hanno indici di stress più contenuti di quelle di bambini nelle TI con “accesso limitato”. È necessario quindi che l’organizzazione delle terapie intensive anche in Italia si adegui al modello della “terapia intensiva aperta”, recuperando il divario rispetto ad altri Paesi in Europa e in America che già da tempo si sono orientati con successo in questa direzione. Il parere chiarisce peraltro che TI “aperta” non significa affatto TI “senza regole”, ed è utile e necessaria una disciplina che permetta di organizzare le aperture in modo da salvaguardare anche gli altri valori in gioco. Il parere pone quindi in evidenza anche il problema delle norme di condotta che gli stessi visitatori debbono rispettare per mantenere ordinato, rispettoso dei luoghi e delle persone e proficuo l’accesso agli ospedali e alle terapie intensive in particolare.

30 luglio 2013 - Copyright© Donato BG & Nursind

FONTE WEB:

http://www.nursind.it/nursind2/modules/article/view.article.php?c12/1208


 
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Del: 28/06/2013 - Di: Carlo Bellieni - Titolo: Eutanasia dei bambini (vite di scarto ?)

Eutanasia dei bambini
(vite di scarto ?)

Eutanasia dei bambini     

di Carlo Bellieni

Finire la vita in modo volontario è realmente un vulnus fortissimo per tutta la società. Già questo taglierebbe la testa al toro delle proposte di eutanasia o di suicidio assistito. Ma anche nel dettaglio le proposte non sono tutto rose e fiori. Per poter dare un parere completo sulla tanto discussa novità dell’eutanasia infantile di cui si discute in Belgio e che già è in atto in Olanda, seguendo il ben noto «Protocollo di Groningen», bisogna guardare il vero punto: l’interesse del bambino. Si parla di coinvolgerlo nel decidere «cosa è intollerabile per lui» e in particolare per il suo futuro. Ma nel bambino è assolutamente difficile poter avere un pensiero che possa investire sul futuro dato che per chi è troppo piccolo questo non è realistico e che per l’adolescente il futuro è qualcosa troppo legato al presente come esperienza. E cosa sa un bambino del peso futuro di una vita con un possibile handicap, se per lui conta giustamente solo l’oggi? Ma anche quando si pensa che la vita con un handicap sia impossibile, si può restare smentiti; da chi l’handicap ce l’ha e ci convive, per esempio, ma non solo. «In realtà non c’è una relazione lineare tra danno neurologico e ’sofferenza insopportabile’ o ’scarsa qualità di vita’». Così scriveva in un editoriale sulla rivista svedese Acta pediatrica John Wyatt dell’Imperial College di Londra. E in questa incertezza sarebbe l’interesse del bambino a finire di vivere?

Ma c’è anche un altro punto allarmante: decidere, nell’interesse di chi? Michael Gross già nel 2002 su Bioethics scriveva che nei dati provenienti dalle nazioni da lui prese in considerazione – Israele, Inghilterra, Usa e Danimarca – emerge che «c’è un appoggio generale al neonaticidio soggetto alla valutazione che i genitori fanno dell’interesse del neonato, definito fino a considerare il danno fisico così come il danno sociale, psicologico e/o finanziario a terze parti». Ed è proprio questo punto delle terze parti che va considerato: in ogni decisione medica si deve sempre tenere conto solo e soltanto dell’interesse del paziente e non di altri, fosse anche la società stessa o il presunto interesse dei parenti esausti o abbandonati dallo Stato. Aprire all’eutanasia lo garantisce?

Nel campo del fine vita si vanno poi a considerare i neonati in modo diverso dagli altri. Sul Journal of perinatology del maggio 2013 Annie Janvier spiega che le decisioni sul fine vita di neonati o di bambini più grandi dovrebbero essere fatte seguendo gli stessi criteri, invece «quando un neonato è a rischio di un certo livello di disabilità, alcuni ritengono accettabile sospendere o negare la terapia salvavita mentre un bambino più grande con lo stesso livello di disabilità può non essere considerato un candidato per le (sole) cure palliative». E in questi anni abbiamo assistito a proposte di «aborto postnatale», oppure di un valutare le scelte su basi «innovative»: «Quando si può permettere a un bambino di morire, basandosi sulla futura qualità di vita?» si domandava Wilkinson sull’ American journal of bioethics del 2011, e rispondeva: «La visione ufficiale prevalente è che il trattamento possa essere sospeso solo quando i pesi della vita futura saranno maggiori dei benefici». Già questo lascia il dubbio su chi debba o possa valutare che su queste basi la vita non merita di essere vissuta.
Ma poi aggiunge, argomentando le motivazioni, a proposito di quei bambini in cui i futuri benefici sono un po’ maggiori dei futuri pesi: «Io concludo che è giustificabile in certe circostanze decidere di permettere a un bambino di morire anche se la sua vita varrà la pena di essere vissuta». Sembra di veder spostare la centralità dell’interesse dal paziente alla comunità che non sa come accudirlo.

Ma questo non è il pensiero di tutti i medici.

In Italia il dibattito sul fine vita pediatrico è stato sollevato da più parti ed è durato finché il Comitato nazionale di bioetica ha sancito nel 2006 che non si può «qualificare accanimento terapeutico il mero fatto che un neonato prematuro venga subito sottoposto a cure intensive al momento della nascita» pur nell’attenzione a non iniziare cure che già si sanno inutili a salvare la vita, e che «la mera previsione di una disabilità, anche grave, ma compatibile con la vita, destinata a colpire il neonato prematuro non può giustificare la desistenza delle cure a suo favore». Insomma, la sofferenza deve essere valutata con gli strumenti giusti e non solo ipotizzata, mettendosi surrettiziamente al posto del malato e pensando «io non l’accetterei».

FONTE WEB: http://carlobellieni.com/?p=1737


 
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Del: 29/04/2013 - Di: Carlo Bellieni - Titolo: Quel terremoto nella procreazione che passa sotto il silenzio (dal Centro di documentazione Bioetica di C.Bellieni)

Quel terremoto nella procreazione che passa sotto il silenzio
(dal Centro di documentazione Bioetica di C.Bellieni)

QUEL TERREMOTO NELLA PROCREAZIONE CHE PASSA SOTTO IL SILENZIO

27 aprile 2013

Un terremoto, una rivoluzione totale è in atto. Quale? Il popolo ha finito in massa per fare figli non più nella giovinezza piena, ma ben più in là, “nel mezzo del cammin di nostra vita”. E a quanto pare non ha “deciso realmente”, ma ha subìto preponderante l’imposizione del mercato del lavoro. Le conseguenze socioeconomiche sono fortissime, ed è strano, davvero strano che nessuno né gioisca né pianga: solo silenzio? Come riporta un recente studio californiano, (Human Reproduction, febbraio 2013) oggi negli USA una donna su cinque ha il suo primo figlio dopo i 35 anni, un tasso otto volte maggiore che nella generazione precedente. Cosa che, spiegano, aumenta il tasso di infertilità, che non è riequilibrata dall’aumento di ricorso alla fecondazione in vitro (che a 35 anni ha un successo nel 41% dei casi e che funziona nel 4% dei casi dopo i 42 anni di età). E’ bene? E’ male? Certamente il quadro sociale cambia radicalmente… eppure: silenzio. E preoccupa la comunità scientifica il fatto che le donne non sono pienamente coscienti delle problematiche legate questo terremoto. Infatti lo studio suddetto mostra che “le donne non hanno una chiara consapevolezza dell’età in cui la fertilità inizia a declinare. Più di metà delle partecipanti sono rimaste scioccate scoprendo che le possibilità di concepire alla loro età erano molto minori di quanto presupponevano”; per questo chiedono “una migliore educazione in questo campo per correggere false informazioni popolari o generate dai massmedia”. Ma l’informazione non basta a cambiare questo trend, perché “circa metà delle donne riconosceva che le loro circostanze di vita personali non le hanno incoraggiate a cercare di avere un figlio in epoca più precoce”. Alla faccia della libera scelta. Un recente studio americano apparso nel 2007 sulla rivista Sociology of Health and Illness concludeva che le donne hanno solo “un’illusione di controllare il tempo riproduttivo e il loro corpo”. E sosteneva che “il controllo riproduttivo è una mera illusione, dato che le scelte riproduttive sono da inquadrare in un contesto sociale e clinico che le influenza”. Insomma, il terremoto avviene in un mare di disinformazione; sembrerebbe materiale per una megaprotesta: ma come, tutto cambia e non ci chiedete il nostro parere? Eppure… silenzio. E’ un terremoto a catena: si parte dal divario generazionale fortissimo che non garantisce più un ricambio nel mondo del lavoro, e si nota subito che oggi sono quasi spariti i concetti di cugino, cognato, zio, in un mondo in cui i figli non hanno più fratelli o sorelle; si nota l’aumento di una figura che prima esisteva solo sporadicamente: i gemelli – grazie all’aumento dell’età materna e alle tecniche fecondatorie. Si nota infine l’ingresso routinario della diagnosi genetica prenatale in seguito alla quale oggi si nasce solo dopo aver passato un esame di idoneità; cosa ambiziosa per un verso ed epocale per un altro: mai si era pensato nella storia del mondo ad un patentino di idoneità prenatale generalizzato. Non discutiamo se sia un bene o un male anche in questo caso, ma riflettiamo sul fatto che è un cambio ontologico e che, come spiega Carine Vassy (Trends in Biotechnology, 2005) l’ingresso non è avvenuto in seguito ad una pressione popolare che ne reclamava l‘introduzione, ma “per motivi altri dalla domanda degli utenti”. Ma di fronte a queste rivoluzioni – e alla disinformazione che le circonda! - dove è il dibattito e la cultura? Dove sono i paladini della coscienza democratica? Chi reclama maggior informazione? Si discute certo di riproduzione: leggi su fecondazione o convivenza, ma quasi a rifinire o arginare i tratti di un cambiamento che ormai si dà per avvenuto. Si discute di dettagli su un quadro di terremoto! E il terremoto è avvenuto: un cambiamento sociale, trans generazionale, che fa slittare le generazioni come i lastroni di ghiaccio al polo nord. Non dico qui se è bene o se è male; ma è una rivoluzione sociale strana perché nessuno né gioisce né piange: solo silenzio

di Carlo Bellieni

FONTE WEB: http://carlobellieni.com/?p=1697

 


 
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Del: 18/04/2013 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: 30 Casi Welby in ciociaria (Aumenta la richiesta di assistenza domiciliare)

30 Casi Welby in ciociaria
(Aumenta la richiesta di assistenza domiciliare)

 Frosinone. In ciociaria sono 3500 le persone che necessitano dell'assistenza domiciliare. Le patologie sono tante e diverse. Basti pensare che tra malati di sla ed altre patologie rare congenite sono 30 i pazienti che necessitano del respiratore artificiale. Si tratta nello specifico di 15 adulti e 15 bambini la cui esistenza dipende da questo strumento indispensabile. Un tipo di servizio, esternalizzato e completamente a carico della Asl, che ha un costo che va dai 250 ai 400 € al giorno. La tariffa è oraria. Ci sono malati che necessitano del respiratore artificiale 12 ore al giorno altri addirittura per 24 ore. Tra questi pazienti rientra anche un bambino di soli sei mesi affetto da una malattia genetica molto rara. L'Assistenza Domiciliare Integrata (A.D.I) è un servizio, organizzato dalle Asl in collaborazione con i Comuni. Permette ai cittadini che ne hanno bisogno di essere assistiti a casa con programmi personalizzati, evitando il ricovero, in ospedale o in casa di riposo, per un tempo maggiore del necessario. "Una risorsa importante per il territorio e che richiede tuttavia maggiore collaborazione con le strutture ospedaliere. All'atto delle dimissioni ospedaliere del paziente i colleghi di medicina generale dovrebbero contattarci per poterci mettere nelle condizioni di sapere chi e dove necessita dell'assistenza domiciliare- afferma il dott. Marcello Russo dell'A.D.I - si tratta di un sistema necessario per integrare al meglio il servizio sanitario pubblico". L'argomento è stato sviscerato oggi nel corso del convegno organizzato dalla Asl dal titolo percorso assistenziale nel paziente anziano con frattura di collo femore: nuove prospettive e strategie. Aumentano i casi di fratture. I pazienti sono tutti con età superiore ai 65 anni. Non tutti sono casi da intervento chirurgico ma tutti necessitano di un percorso di riabilitazione. Spesso in questi casi è indispensabile l'integrazione con l'assistenza domiciliare perchè la struttura pubblica non riesce a soddisfare il decorso post operatorio o riabilitativo semplice. Al momento sono 150 i pazienti in assistenza domiciliare per fratture. Di questi 80 non hanno subito l'intervento, 50 di loro si.

FONTE WEB: http://www.frosinoneweb.net/2013/02/01/trenta-casi-welby-in-ciociaria-aumenta-la-richiesta-di-assistenza-domiciliare/


 


 
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Del: 20/03/2013 - Di: Paolo Cornaglia Ferraris - Titolo: Infermieri e stress ai confini della vita (31° Congresso Nazionale ANIARTI di Riva del Garda (TN))

Infermieri e stress ai confini della vita
(31° Congresso Nazionale ANIARTI di Riva del Garda (TN))

 INFERMIERI E STRESS AI CONFINI DELLA VITA

Gli infermieri che lavorano nelle terapie intensive hanno di recente discusso a Riva del Garda di stress etico professionale. Vivono situazioni in cui molte scelte stanno ai confini della medicina e dell'etica. Problema quotidiano il "moral distress", che nasce dall' obbligo di mettere in pratica cure intensive su pazienti sui quali si sa bene che non saranno efficaci. Ma cosa è davvero futile e chi lo decide? Come leggere i bisogni di pazienti in coma, con che considerazione accogliere le richieste di familiari sgomenti, tenuti dietro a un vetro? L' accanimento terapeutico nasce da ragioni economiche (consumo di prodotti sponsorizzati, produttività, Drg), eroiche (medici in carriera o aspiranti eroi), culturali (incompetenza psicologica sulla relazione di cura). L' equilibrio tra operatività e qualità si raggiunge eliminando sprechi da pressione commerciale, correggendo i premi di carriera, formando i team sulla qualità della relazione di cura e ascoltando di più infermieri e familiari per costruire decisioni condivise.

PAOLO CORNAGLIA FERRARIS camici.pigiami@gmail.com

FONTE: Repubblica.it del 27 novembre 2012 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/11/27/infermieri-stress-ai-confini-della-vita.html

 


 
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Del: 04/02/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Italiani favorevoli a eutanasia, fecondazione assistita e Ivg (No, invece, a suicidio assistito e vivisezione)

Italiani favorevoli a eutanasia, fecondazione assistita e Ivg
(No, invece, a suicidio assistito e vivisezione)

 01/02/2013 - No, invece, a suicidio assistito e vivisezione. Nelle mille pagine per il Rapporto Eurispes Italia 2013 ci sono anche temi che riguardano la salute e l’etica. Per vedere conseguenze evidenti della crisi nel settore bisogna aspettare ancora. 

Sebbene dal lato delle macro-evidenze economiche sia possibile evidenziare notevoli segnali di preoccupazione, queste non sembrano avere conseguenze dirette sugli indicatori dello stato di salute degli italiani. A dirlo è l’Eurispes, Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali, nel suo voluminoso Rapporto annuale 2013, presentato il 31 gennaio a Roma. Una delle ragioni di questo «disallineamento», spiega il Rapporto, è riconducibile in quello che viene definito “tempismo nella reazione": infatti, data la relazione di causa-effetto tra variabili economiche e stati di salute e una variazione nelle prime a causa dei cicli dell’economia, mentre alcuni aggiustamenti nelle spese sanitarie possono avvenire (e quindi essere osservabili) già nel breve periodo (come il consumo di farmaci), altri (come gli stili di vita e, a maggior ragione, i “vizi” come fumo, alcool, consumo di cibi ipercalorici ecc.) possono richiedere un orizzonte temporale decisamente più lungo per subire modifiche significative.

Si vive più a lungo. Fatto sta che il Rapporto (mille pagine, costruito attorno a sei dicotomie, illustrate attraverso altrettanti saggi accompagnati da sessanta schede fenomenologiche) segnala come dal 1975 al 2010 gli italiani abbiano visto crescere la loro aspettativa di vita di quasi dieci anni (9,8 le donne e 8,6 gli uomini). Contemporaneamente è calato il numero di morti per le fasce di popolazione più avanzate: dal 1990 al 2009 sono diminuiti i decessi nelle classi di età comprese tra i 50 e i 74 anni, mentre sono aumentati quelli delle persone con età pari e superiore ai 75 anni.

Eutanasia e suicidio assistito. Tra il 2012 e il 2013 aumentano coloro che si dichiarano favorevoli all’eutanasia: dal 50,1% al 64,6%. Restano ancora in minoranza, invece, i favorevoli al suicidio assistito, ma in crescita significativa: dal 25,3% dello scorso anno al 36,2% del 2013; contrario, invece, il 63,8% degli italiani (lo scorso anno erano il 71,6%).

Testamento biologico. Aumentano significativamente i consensi: dal 65,8% del 2012 al 77,3% del 2013.

Fecondazione assistita e Ivg. La maggior parte degli italiani si dichiara favorevole: ben il 79,4% si dimostra propenso a individuare ulteriori possibilità per realizzare il desiderio di maternità. D’altra parte, l’eventuale interruzione di una gravidanza anche attraverso la pillola abortiva registra un aumento dei consensi: dal 58% dello scorso anno all’attuale 63,9%. I più favorevoli alla fecondazione assistita sono gli italiani che vivono nelle aree centrali (82,8%) e settentrionali del Paese (Nord-Est 81,4% e Nord-Ovest 80,8%); meno quelli che risiedono al Sud (76,6%) o nelle Isole (71,9%). Anche rispetto all’utilizzo della pillola abortiva RU-486, al Sud Italia e nelle Isole (rispettivamente 54,4% e 58,1%) sono meno favorevoli rispetto al Centro (72,1%) e al Nord (Nord-Est 67,6% e Nord-Ovest 65,6%).

No alla vivisezione. Molto forte il rifiuto di questa pratica: quasi nove italiani su dieci la respingono, aumentando dall’86,3% del 2012 all’87,3% di quest’anno. Il che testimonia, secondo Eurispes, una maggiore sensibilità verso il rispetto degli animali, piuttosto che «verso la ricerca spasmodica di eventuali successi legati alla sperimentazione dolorosa sugli esseri viventi».

L’alcol. Diminuisce il consumo giornaliero (dal 34,8% del 2001 al 26,7% del 2011), ma aumentano il consumo fuori pasto e quello occasionale, che salgono rispettivamente dal 24,9% al 27,7% e dal 37,1% al 40,3%.

Il tabacco. Negli ultimi 14 anni la vendita delle sigarette in Italia ha avuto inizialmente una crescita, per poi diminuire. In particolare, dai 91 milioni di chili venduti nel 1998 si è arrivati a 85,5 milioni nel 2011. Il nostro Paese si colloca al secondo posto in Europa per la vendita di tabacco, superata solo dalla Germania. Secondo l'indagine Doxa-Iss 2012, svolta durante il primo semestre del 2012, i fumatori in Italia sono 10,8 milioni, ovvero il 20,8% della popolazione.

Le droghe. Nel 2011 e nel primo semestre 2012 si è registrata una lieve crescita di uso di cannabis e stimolanti tra gli studenti, mentre sembrano in diminuzione i consumi di cocaina e allucinogeni. Per l’eroina si rilevano consumi minori, in generale, ma stabili al Sud e Isole e tra le donne.

Il gioco d’azzardo patologico (Gap). Il dossier di Libera (Azzardopoli), ricorda il Rapporto Eurispes, stima una spesa pro-capite pari a 1.260 euro, un fatturato legale di 76,1 miliardi di euro e uno illegale di 10 miliardi. Inoltre, ci sarebbero oltre 708 mila persone dipendenti dal gioco d'azzardo e circa 2.000.000 di giocatori a rischio. I giocatori patologici giocano almeno tre volte alla settimana, spendendo mediamente da 600 euro in su. Circa il 65% di loro, però, spende mensilmente almeno il doppio: 1.200 euro. 

FONTE WEB: http://www.ipasvi.it/attualita/italiani-favorevoli-a-eutanasia-fecondazione-assistita-e-ivg-id792.htm


 


 
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Del: 22/12/2012 - Di: Carlo Bellieni - Titolo: Per essere come si deve (caccia prenatale agli anomali)

Per essere come si deve
(caccia prenatale agli anomali)

PER ESSERE COME SI DEVE

di Carlo Bellieni

Gli esami per fare l’identikit genetico del feto umano aumentano di numero e di complessità anno dopo anno: c’è una vera industria, non solo farmaceutica ma culturale, che li moltiplica. Ora è il turno del test che dal sangue materno e dalla saliva del padre riesce a sequenziale il Dna del bambino non nato. Finora si era arrivati a leggere il Dna fetale dal sangue materno, ma limitatamente all’individuazione delle trisomie (in pratica la sindrome Down). Il nuovo test invece promette di leggere, pagina dopo pagina, tutto il Dna del feto; è stato messo a punto da un gruppo di studio dell’Università di Washington e ha avuto una grande eco sulla stampa; ci domandiamo quale impiego avrà nella pratica, dato che le stesse malattie potrebbero benissimo essere identificate alla nascita e non esiste un trattamento prenatale. Un proverbio inglese recita: "Per un uomo con un martello, ogni cosa sembra un chiodo" e se certamente ogni novità scientifica è in sé un successo, ce ne sono quelle che facilmente possono venire abusate, perché leggere il Dna fetale può facilmente essere utilizzato per fini eugenetici. Chi tratterrà dall’analizzare i segreti del Dna del figlio, quando i prezzi diventeranno accessibili a tutti?

Non è un problema "solo" di aborto allora, ma anche di privacy genetica di cui le apposite authority dovrebbero occuparsi: con questi esami tutti oggi rischiano di nascere col segreto del loro genoma svelato, con rischi psicologici e sociali importantissimi. Questo, certo, se poi il Dna fetale ci piace e il feto poi nasce, perché l’altro risvolto è che ormai la società e la famiglia decide quale genoma "piace" ed elimina il bambino affetto o anche solo caratterizzato da quel che non piace; e non è nemmeno detto che il genoma non gradito sia solo quello delle malattie gravi (per le quali comunque dovrebbe sempre valere il diritto alla vita di chi le ha): quanto ci vuole a entrare nel panico anche per mutazioni minori, microdelezioni o trasposizioni cromosomiche che non hanno impatto sulla salute, ma che semplicemente "creano ansia" perché danno l’idea di qualcosa di non del tutto perfetto, in questo clima culturale che associa l’idea del figlio, con tutti gli accertamenti fatti in gravidanza, con quella di "perfezione"?

La storia ha radici profonde: prima del sequenziamento del Dna fetale e prima ancora della ricerca delle trisomie, nel sangue materno si era cercato discoprire il sesso del feto in epoca precoce. Se qualcuno sa a cosa serve sapere il sesso del feto a 8 settimane se non ad abortirlo – quando non è del sesso gradito – nei tempi permessi dalla legge, ce lo dica. Con buona pace poi delle femministe che ben sanno rispondere a questa domanda, e che ben sanno quale è il sesso più abortito in troppe parti del mondo. E la storia risale ancora a tentativi che nuovi non sono più da tempo: l’amniocentesi, che ormai in Italia è diffusissima, nonostante i suoi rischi; gli esami tipo triplo-test, che sono solo capaci di dare un risultato probabilistico e niente affatto sicuro, eppure sono a loro volta diffusissimi. Il problema è che tutte queste indagini preventive sembrano diventate routine, quasi un obbligo sociale. Tanti esami e tante combinazioni di test tutti mirati a ricercare il feto con anomalie genetiche. Tanta ricerca e tanto denaro destinato all’unico fine di scoprire se il feto è come si deve, e come si deve volere. E diventa sempre più chiaro che tutto questo occhiuto indagare non è al servizio di una curiosità da genitori affettuosi.


FONTE WEB: http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/caccia-prenatale-agli-anomali.aspx


 
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Del: 24/02/2011 - Di: Conti Paolo - Titolo: Accanimento terapeutico_testamento biologico (2 esperti a confronto: laico Ceccanti/Don Tambone)

Accanimento terapeutico_testamento biologico
(2 esperti a confronto: laico Ceccanti/Don Tambone)

TESTAMENTO BIOLOGICO
Due esperti a confronto, l' uno contro e l' altro a favore della legge sulla fine della vita ora alla Camera

«Il cibo a un malato con un sondino è terapia o solo alimentazione?»

Il laico Ceccanti: accanimento terapeutico. Don Tambone: no, un aiuto naturale

ROMA - Nessun clima da «resa dei conti», per fortuna. Nessuna atmosfera da duello ideologico. La discussione sul disegno di legge Calabrò, il cosiddetto «testamento biologico», è forse il confronto più problematico e dialogante che si sia recentemente visto in materia di questioni etiche sottoposte a provvedimenti legislativi. Come dimostrano i distinguo trasversali di Giuliano Ferrara e Sandro Bondi (da parte pdl) e di Umberto Veronesi (centrosinistra) nessuno sembra avere una risposta schematica e unica per vicende clinicamente ed eticamente complesse. Oggi si confrontano su questo tema due cattolici di diversa estrazione e orientamenti. Il primo è Stefano Ceccanti, senatore pd, costituzionalista, allievo di Pietro Scoppola, Achille Ardigò e Paolo Giuntella. Il secondo è don Victor Tambone, direttore dell' Istituto di filosofia dell' agire scientifico e tecnologico dell' Università Campus biomedico dell' Opus Dei, ma anche professore associato di medicina legale, teologo e bioeticista. Qual è il vostro giudizio complessivo sul disegno di legge Calabrò? Stefano Ceccanti: «Il disegno di legge, almeno nel testo attuale, non è votabile. Come ho scritto anche ai parlamentari del Pd, siamo di fronte a un dispositivo ampiamente contraddittorio e quindi irragionevole. Soprattutto lo ritengo in alcuni punti incostituzionale. C' è un diritto al rifiuto delle cure che discende dall' articolo 32 della Costituzione che non può non riguardare anche l' alimentazione e l' idratazione, di fronte a una volontà debitamente acquisita, quando si configurino come accanimento terapeutico». Don Victor Tambone: «Il testo Calabrò a me sembra un progetto interessante anche se, nel dibattito dell' ultimo periodo, il discorso si è complicato ed è diventato conflittuale. Io credo che il confronto andrebbe spostato sull' etica del lavoro ben fatto da parte dei medici. In questa ottica etica si può ragionare in una prospettiva di cure che si ponga tutti i problemi del caso ma senza tecnicamente uccidere un paziente». Il nodo sul quale ci si sta dividendo e che ha portato al distinguo di Bondi e Ferrara, ovvero il divieto di poter rinunciare all' alimentazione e all' idratazione artificiale in quanto non appartenenti all' ambito delle terapie: secondo il disegno di legge non sarebbe «accanimento terapeutico» ma «forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita». Che cosa ne pensate? Stefano Ceccanti: «Il diritto alla vita e il diritto all' autodeterminazione sono bilanciati tra loro. Il legislatore non può sacrificarne uno unilateralmente. In questo caso non si può sforare sull' eutanasia né sull' accanimento terapeutico. Domanda: il cittadino può o non può rinunciare all' alimentazione e all' idratazione? La mia risposta è sì, ha questo diritto. Altra domanda: alimentazione e idratazione artificiali si configurano o no, in alcuni casi, come accanimento terapeutico? La mia risposta è sì, in molti casi è così. L' articolo 32 della Costituzione italiana dice: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". Ed è, mi pare, un principio indiscutibile. Si arriva a una deduzione ovvia: nessun trattamento sanitario può ledere la dignità della persona umana». Don Victor Tambone: «Vorrei ragionare dalla parte dei medici con un ragionamento articolato. Io penso che occorra distinguere, per parlare eventualmente di accanimento terapeutico, tra i tipi di alimentazione e idratazione. Se io ossigeno il sangue di un paziente con un macchinario extracorporeo, saltando completamente il livello metabolico, questa, sì, è a tutti gli effetti alimentazione artificiale. Se invece si alimenta e si idrata un paziente con i metodi tradizionali e il metabolismo funziona regolarmente, a mio avviso si deve parlare di alimentazione naturale che non è accanimento. Ovviamente c' è un livello di guardia che tutti noi possiamo immaginare. Se un paziente ha un edema diffuso, quando purtroppo ha il corpo pieno di liquidi tutto questo diventa inutile. Più che di accanimento terapeutico, in questo caso, si deve parlare di semplice stupidaggine. Nessuno opererebbe un malato con un intestino in cancrena. Qui torniamo all' etica del lavoro ben fatto». Qual è, secondo voi, la prospettiva di questo confronto? Stefano Ceccanti: «Penso che occorra procedere lungo una linea culturale molto chiara. Dal totale diritto all' autodeterminazione senza alcun limite in altri diritti si può scivolare, per esempio seguendo la logica del Manifesto per l' autodeterminazione firmata tra i primi da Stefano Rodotà e Pietro Rescigno, in un diritto al suicidio assistito con una conseguente illegittimità costituzionale dell' articolo 580 del codice penale sull' aiuto al suicidio. Penso sinceramente che, con un testo del genere, sarebbe meglio lasciare le cose come stanno. E soprattutto ritengo che una buona legge non dovrebbe né potrebbe inseguire i singoli casi. Ci vorrebbero norme flessibili che non consentano né l' eutanasia né l' accanimento terapeutico in un asse di cultura liberale in cui lo Stato non punisce tutto e comunque ma nemmeno lascia via libera a una visione completamente individualistica della vita». Don Victor Tambone: «Penso ci sia un altro aspetto da sottolineare, che prescinde da qualsiasi legge possibile. Ovvero il ruolo dei medici. In tutta la mia vita professionale in questo campo non ho mai incontrato un collega o un infermiere disposti a lasciar morire di fame o di sete un paziente. Perché sospendere l' alimentazione e l' idratazione porta a questo. Poi c' è il principio di autonomia del paziente: per me l' autonomia è essenziale perché è un riflesso della libertà. Però c' è anche l' autonomia del medico che non può ridursi a strumento cieco della volontà del paziente. Il medico è un uomo come il malato o un suo schiavo?». Paolo Conti RIPRODUZIONE RISERVATA **** Le norme L' arrivo in Aula Ieri la conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deliberato che il disegno di legge Calabrò sul testamento biologico (da Raffaele Calabrò, senatore del Pdl, relatore del testo fino all' approvazione a Palazzo Madama) approderà in Aula alla Camera il 7 marzo. Il via libera era arrivato dalla commissione Giustizia, presieduta da Giulia Bongiorno La dichiarazione Il ddl prevede l' istituzione della dichiarazione anticipata di trattamento: l' articolo 5 stabilisce che «il dichiarante esprime il proprio orientamento in merito ai trattamenti sanitari e di fine vita in previsione di una eventuale futura perdita della propria capacità di intendere e di volere». La può sottoscrivere chiunque, purché pienamente lucido Alimentazione forzata Secondo il testo «alimentazione e idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale (...) e non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». Nella Dat, inoltre, «il soggetto non può inserire indicazioni finalizzate all' eutanasia attiva o omissiva» Il fiduciario La dichiarazione prevede la possibilità di nominare un fiduciario «maggiorenne, capace di intendere e di volere», che in caso di bisogno dovrà far conoscere le dichiarazioni anticipate del soggetto e «contribuire a realizzarne la volontà». Toccherà a lui impegnarsi «a verificare attentamente che il paziente non sia sottoposto a nessuna forma di eutanasia esplicita o surrettizia»

FONTE WEB:http://archiviostorico.corriere.it/2011/febbraio/24/cibo_malato_con_sondino_terapia_co_9_110224019.shtml


 


 
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