Documentazione

PILLOLE

Del: 25/11/2014 - Di: AIFA - Titolo: Nota informativa di sicurezza dell'Agenzia italiana del farmaco (Sicurezza nell'uso della clorexidina)

Nota informativa di sicurezza dell'Agenzia italiana del farmaco
(Sicurezza nell'uso della clorexidina)

Nuove importanti informazioni di sicurezza su clorexidina

Dall'AIFA Agenzia italiana del farmaco

Pillole dal Mondo n. 649

12/11/2014

L'Agenzia Italiana del Farmaco richiama l'attenzione degli operatori sanitari in merito ad alcune nuove e importanti informazioni di sicurezza relative ai medicinali contenenti clorexidina sia in soluzione acquosa che alcolica, per la disinfezione della pelle nei neonati prematuri.

La revisione dei dati di sicurezza derivati dalle segnalazioni spontanee e della letteratura scientifica da parte del Pharmacovigilance Risk Assessment Committee (PRAC) dell’EMA ha evidenziato un rischio di lesioni chimiche gravi quando si utilizzano soluzioni di clorexidina a base acquosa o a base di alcool su neonati pretermine, in particolare nei nati prima della 32ma settimana di gestazione ed entro le prime 2 settimane di vita.

Il PRAC, in accordo al parere fornito dal Comitato Pediatrico (PDCO), raccomanda di adottare alcune misure precauzionali al fine di ridurre i rischi di lesioni da ustione chimica associati con l’uso di soluzioni cutanee di clorexidina per la disinfezione della pelle nei neonati prematuri.

Nota informativa importante al seguente link: http://www.agenziafarmaco.gov.it/it/content/nota-informativa-importante-su-medicinali-contenenti-clorexidina-11112014

 


 
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Del: 08/08/2014 - Di: Gemma C Morabito - Titolo: D-dimero e embolia polmonare (tempo di avere una soglia che tiene conto dell'età?)

D-dimero e embolia polmonare
(tempo di avere una soglia che tiene conto dell'età?)

 D-dimero ed embolia polmonare: tempo di avere una soglia che tiene conto dell'età?

Pubblicato il 08/07/2014 da Gemma C Morabito

Anche se alcuni medici hanno la mania di dosare il D-dimero per gli impieghi più fantasiosi (spesso anche solo per capire se “c’è qualcosa che non va”) incasinandosi alla grande la vita, questo esame di laboratorio ha degli impieghi specifici validati dalla letteratura cui occorrerebbe attenersi. Il dosaggio del D-dimero è, ad esempio, comunemente impiegato negli algoritmi diagnostici per embolia polmonare (EP). Questi algoritmi forniscono dei valori soglia cui attenersi, ma non considerano ciò che la letteratura sembra dimostrare, ovvero il fatto che i livelli aumentano con l'età e che la specificità è limitata nella popolazione anziana (> 50 anni). In uno studio europeo prospettico multicentrico (denominato ADJUST-PE) su oltre 3000 pazienti con sospetta EP, valori soglia di D-dimero adeguati all'età sono stati utilizzati in combinazione con la probabilità clinica per stratificare i pazienti in osservazione o per l'imaging diagnostico.

Risultati
3346 pazienti con sospetta EP. Prevalenza di EP: 19%. Tra i 2898 pazienti con bassa probabilità di EP, 817 (28.2%) aveva un D-dimero < 500µg/L (95% CI, 26.6%-29.9%) e 337 (11.6%) D-dimero tra 500µg/L e il loro age-adjusted cutoff (95% CI, 10.5%-12.9%). Tra i 766 pazienti con 75 anni o più (673 dei quali con probabilità clinica non elevata), l’impiego di un “age-adjusted cutoff” invece della soglia di 500µg/L aumentava la proporzione di pazienti nei quali la EP poteva essere esclusa sulla base del D-dimero: da 43 a 673 pazienti (6.4% [95% CI, 4.8%-8.5%), a 200-673 pazienti (29.7% [95% CI, 26.4%-33.3%), senza un aumento dei falsi negativi

Conclusioni
Nei pazienti con una bassa probabilità pre-test per EP, l'uso di un D-dimero “aggiustato per età” (età x 10) nei soggetti con oltre 50 anni, in confronto con un livello soglia fisso di <500 mg / ml, era associato a un analogo basso tasso di successivi eventi tromboembolici sintomatici a tre mesi, e a un aumento della percentuale di pazienti in cui la diagnosi poteva essere esclusa senza un esame radiologico (40% versus 20%).

Rispetto ad un cut off D-dimero fisso di 500μg / L, l’impiego di un cutoff “aggiustato per l’età”, quindi, si associava a un aumento della capacità diagnostica del D-dimero nella popolazione anziana. In un maggior numero di pazienti si poteva escludere l’embolia polmonare con una bassa probabilità di successiva tromboembolia venosa clinica

Il risultato è interessante e promettente, ma richiede ancora un'ulteriore conferma prima dell’impiego routinario nella pratica clinica della valutazione diagnostica della Embolia polmonare.

Gemma C Morabito, Dirigente medico UOC Medicina d'Urgenza e Pronto Soccorso, AO Sant'Andrea di Roma In collaborazione con www.medicinadurgenza.org. Righini M et al. Age-adjusted D-dimer cutoff levels to rule out pulmonary embolism: the ADJUST-PE study. JAMA. 2014 Mar;311(11):1117-24.

 


 
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Del: 08/08/2014 - Di: Pio Ruggero - Titolo: Nefrologia (All.......opurinolo: all-in-one?)

Nefrologia
(All.......opurinolo: all-in-one?)

All...opurinolo: all-in-one?

Pubblicato il 08/07/2014 da Pio Ruggiero

L’acido urico viene considerato ormai considerato un “player” fondamentale nei complessi fenomeni infiammatori, nel determinismo dell’ipertensione, dell’aterosclerosi nonché della progressione della nefropatia cronica. Complica ulteriormente questa visione il fatto che la stessa molecola sembri svolgere due funzioni antitetiche a seconda del contesto in cui opera: a livello intracellulare esplica un’azione ossidante, il contrario nell’ambiente extracellulare. All’azione dell’acido urico si contrappone l’allopurinolo il quale sembra riproporre la molteplicità di target da un punto di vista farmacologico. Benché siano ancora pochi i trial randomizzati, sembra che l’allopurinolo abbia un impatto favorevole sulla pressione arteriosa indipendentemente dalla via metabolica principale su cui opera, cioè quella della xantina ossido riduttasi che inibisce la sintesi dell’acido urico. Tale contributo sembra inoltre utile anche per rallentare la progressione della malattia renale cronica e per ridurre il rimaneggiamento vascolare migliorando la funzione endoteliale con maggiore tolleranza all’esercizio fisico e maggiore autonomia funzionale. Analoga impressione per i pazienti affetti da insufficienza cardiaca laddove l’impiego ad alte dosi sembra condizionare una riduzione della mortalità. Solo luci? Kanbay e coll. sollevano anche alcuni interrogativi importanti: qual è la dose ottimale che peraltro resta incerta anche nel trattamento della gotta laddove il ruolo dell’allopurinolo è meglio rappresentato. Ancora si domandano quali possano essere i target clinici appropriati ed in base ad essi definire le dosi appropriate indipendentemente dai livelli raggiunti di acido urico. Infine lo sguardo sul profilo di sicurezza per cui si chiedono la dose efficace ma anche più sicura. Questa domanda diventa più che mai legittima nel contesto dell’insufficienza renale, a maggiore attenzione se avanzata, ove l’emivita dell’allopurinolo può raggiungere anche una settimana.

Pio Ruggiero, Dirigente medico, U. O. Nefrologia e Dialisi – A. O. Bolognini Seriate (BG). Kanbay M. et al Allopurinol as a Kidney-Protective, Cardioprotective, and Antihypertensive Agent: Hype or Reality? Blood Purif 2014;37:172–178.


 
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Del: 08/08/2014 - Di: Carlo Arrigo - Titolo: Dieta vegetariana e pressione arteriosa (è salutare? sembrerebbe di si)

Dieta vegetariana e pressione arteriosa
(è salutare? sembrerebbe di si)

Dieta vegetariana e pressione arteriosa

Pubblicato il 08/07/2014 da Carlo Arrigo

È salutare essere vegetariani? Sembrerebbe proprio di sì.

Il Dr. Yokoyama e i suoi collaboratori, hanno recentemente pubblicato una interessante meta-analisi in cui venivano considerate le possibili relazioni tra dieta vegetariana e pressione arteriosa. Dalle conclusioni sembrerebbe che tale regime alimentare fosse associato con una significativa riduzione della pressione arteriosa al pari con l'adozione di una dieta a basso contenuto di sodio. Queste scoperte, secondo l'autore, stabilirebbero l'effettivo valore delle risorse non farmacologiche nel ridurre la pressione arteriosa. Oltretutto, al contrario dei farmaci, queste modifiche dietetiche non presentano costi sul servizio sanitario, e tutti i cosiddetti effetti secondari a questo tipo di regime alimentare sono desiderabili, come ad esempio perdita di peso, bassi valori di colesterolo e migliore controllo della glicemia.

Gli autori di questa meta-analisi hanno revisionato oltre 250 studi basati su diete di tipo vegetariana, compreso il regime vegano, scoprendo che la riduzione sia della pressione sistolica che della diastolica era maggiore rispetto alle diete onnivore. Secondo quanto evidenziato, tale conclusione ha interessato circa 40 studi indipendenti, alcuni dei quali avevano centinaia o addirittura migliaia di partecipanti, ed i risultati sarebbero sorprendentemente coerenti. Una dieta vegetariana sarebbe chiaramente associata a pressione sanguigna più bassa, o per dirla in altro modo, una dieta a base di carne è associata con una pressione arteriosa più elevata.

Gli effetti del passaggio a una dieta vegetariana sembrano essere piuttosto rapidi, questo sarebbe il risultato di due fattori:

1. l'effetto antipertensivo deriva dal cambiamento dietetico, probabilmente dovuto all'alto contenuto di potassio, così come il basso contenuto di grassi saturi, il che si traduce in riduzione della viscosità del sangue che a sua volta riduce la pressione arteriosa.

2. la perdita di peso legata al regime vegetariano, è un valore aggiunto al decremento dei valori pressori anche se in modo più tardivo.

Uno dei limiti segnalati da questa meta-analisi è stato il non poter controllare tutti i fattori del regime dietetico vegetariano capaci di influenzare la pressione, tra cui maggiore assunzione di fibre e potassio, nonché minor consumo di grassi saturi e sodio. Oltretutto, l'essere vegetariano può anche essere un indicatore per altri comportamenti sani. Considerato ciò, molti degli studi controllati per stile di vita e attività fisica, nonché l'impatto sulla popolazione generale del regime vegetariano era omogeneo tra le varie popolazioni, nonostante i componenti primari delle diete variassero da paese a paese e all'interno delle popolazioni. Ulteriori studi saranno necessari per comprendere in modo chiaro quali sono i componenti fondamentali delle diete vegetariane in grado di ridurre la pressione arteriosa, e se iniziative pubbliche o programmi incentrati su un regime dietetico vegetariano possano portare alla prevenzione dell'ipertensione arteriosa.

Carlo Arrigo, Dirigente medico, Pronto Soccorso Montichiari – A. O. Spedali Civili di Brescia. Y. Yokoyama et al - Vegetarian diets and blood pressure, a meta-analysis - JAMA Intern Med. 2014;174(4):577-587.

 


 
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Del: 08/08/2014 - Di: Gemma C Morabito - Titolo: Melena (quanto sangue nello stomaco per averla?)

Melena
(quanto sangue nello stomaco per averla?)

 Melena: quanto sangue nello stomaco serve per averla?

Pubblicato il 08/07/2014 da Gemma C. Morabito

Esperimenti clinici dimostrano che 50 millilitri di sangue nello stomaco sono in grado di determinare la comparsa di melena.

Srygley FR, Gerardo CJ, Tran T, Fisher DA. Does this patient have a severe upper gastrointestinal bleed? JAMA. 2012;307(10):1072-79


 
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Del: 08/08/2014 - Di: 0.999503968253968 - Titolo: Psichiatria (5 scelte sagge da fare)

Psichiatria
(5 scelte sagge da fare)
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Del: 23/04/2014 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Endoscopia digestiva 5 (Quali sono i rischi dell’endoscopia?)

Endoscopia digestiva 5
(Quali sono i rischi dell’endoscopia?)

Quali sono i rischi dell’endoscopia?

Le procedure endoscopiche sono procedure sicure che solo in casi rari si possono avere complicanze come:
- perforazione dell’organo;
- emorragia;
- problemi cardiorespiratori.
Queste complicanze sono solitamente legate alla presenza di patologie associate. Va segnalato che se dopo l’esame si dovessero notare segni di una possibile complicanza (per esempio sangue nelle feci, oppure difficoltà a deglutire o dolore all’addome) è importante contattare subito al medico.

E’ vero che la colonscopia e la gastroscopia sono dolorose?

VERO/FALSO. Se l’esame è condotto in sedazione il fastidio per la persona è notevolmente ridotto. Se però non si vuole la sedazione, il passaggio dello strumento e l’esplorazione possono determinare fastidio sia in caso di colonscopia sia in caso di gastroscopia.

E’ vero che dopo l’esame si possono avere disturbi lievi?

VERO. Nelle ore successive alla colonscopia si può sviluppare gonfiore addominale. E’ consigliabile attendere almeno un’ora dopo il termine dell’esame prima di lasciare la struttura in cui si è eseguito l'esame. Il pieno recupero avverrà totalmente a partire dal giorno successivo.
Dopo la gastroscopia si possono presentare alcuni problemi minori, come un leggero bruciore alla gola o una sensazione di gonfiore all’addome. Di solito, questi sintomi dovuti soprattutto all’effetto dell’anestetico scompaiono entro 12 ore.


 
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Del: 22/04/2014 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Endoscopia digestiva 4 (Quali raccomandazioni vanno seguite prima di sottoporsi alla colonscopia?)

Endoscopia digestiva 4
(Quali raccomandazioni vanno seguite prima di sottoporsi alla colonscopia?)

Quali raccomandazioni vanno seguite prima di sottoporsi alla colonscopia?

Per poter effettuare l’esame e avere una visione adeguata della superficie interna, è indispensabile che il colon sia libero da feci. Per ottenere una buona pulizia intestinale è necessario seguire nei due o tre giorni che precedono l’esame una preparazione basata su raccomandazioni dietetiche e sull’uso di lassativi. In particolare in caso di colonscopia a un adulto si raccomanda di:
- evitare cibi a elevato contenuto di fibre (frutta e verdure);
- assumere prevalentemente riso, brodo magro, carni magre;
- bere 1 litro di acqua al giorno.
Nel caso l’esame sia fissato per la mattina si consiglia per il giorno precedente l’esame una dieta liquida (acqua, tè, brodo) fino al momento dell’esame. Nel caso invece di appuntamento per il pomeriggio si raccomanda una dieta liquida a partire dalle ore 12 fino al momento dell’esame.
Oltre alla dieta è raccomandato l’uso di un lassativo salino che verrà assunto con modalità diverse in funzione del prodotto prescritto dal medico.

E’ vero che prima della colonscopia è necessario fare anche un clistere?

VERO/FALSO. Il clistere è indicato nei casi in cui dopo l’assunzione dell’ultima dose di lassativo salino si dovesse osservare l’emissione di feci ancora solide o semisolide. In questo caso è raccomandato l’uso di uno o due clisteri a base di fosfato di sodio un paio di ore prima dell’esame.

E’ vero che in alcuni casi è opportuno assumere una terapia antibiotica prima della colonscopia?

VERO. Nei soggetti portatori di protesi valvolari cardiache o di altri dispositivi endovascolari oppure con una storia precedente di endocardite o con una cardiopatia congenita è raccomandata una terapia antibiotica nei due giorni che precedono la colonscopia. Tale terapia va prescritta e stabilita dal medico in funzione del caso specifico.

 


 
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Del: 19/04/2014 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Endoscopia digestiva 3 (Quali raccomandazioni vanno seguite prima di sottoporsi a una gastroscopia?)

Endoscopia digestiva 3
(Quali raccomandazioni vanno seguite prima di sottoporsi a una gastroscopia?)

 Quali raccomandazioni vanno seguite prima di sottoporsi a una gastroscopia?

Il giorno della gastroscopia è importante che la persona si presenti a digiuno da almeno 6 ore, perché la presenza di residui alimentari nello stomaco impedisce la corretta esecuzione dell’indagine e può causare vomito. Il giorno che precede l’esame si consiglia di seguire quindi una dieta leggera (minestrina, formaggio fresco, pure) in modo da favorire un rapido svuotamento gastrico.
Se la persona è in terapia può prendere i medicinali, se indispensabili, avendo però l’accortezza di non prendere prodotti antiacidi o carbone vegetale.
Al momento della prenotazione o comunque una quindicina di giorni prima dell’esame va segnalato al medico con quali terapie si è in cura e se si stanno assumendo farmaci anticoagulanti, antiaggreganti o antinfiammatori. In alcuni casi infatti può essere necessario sospendere la terapia antiaggregante o anticoagulante una settimana prima dell’esame.
Il giorno dell’esame inoltre è importante che il soggetto porti con sè eventuali referti precedenti (gastroscopie precedenti, radiografie, elettrocardiogrammi ed esami ematochimici recenti) e che segnali eventuali allergie.

 E’ vero che i soggetti cardiopatici non devono assumere la terapia prima della gastroscopia?

FALSO. I soggetti in terapia cardiologica e antipertensiva possono assumere regolarmente la terapia al mattino, possibilmente 2 ore prima dell’esame.

E’ vero che prima della gastroscopia è necessario effettuare l’anestesia generale?

FALSO. Prima di eseguire una gastroscopia non è necessario effettuare alcun tipo di anestesia tuttavia molti richiedono la somministrazione per via endovenosa di un sedativo che consente di rilassare la persona riducendo l’ansia e rendendo così l’esame meno fastidioso. Con la sedazione il soggetto ha la capacità di cooperare ai comandi verbali.
L’anestesia generale è invece raccomandata se si deve eseguire la gastroscopia in un bambino.
I soggetti che richiedono la sedazione dopo l’esame devono evitare di guidare l’automobile o altro veicolo e di eseguire attività che richiedano la prontezza di riflessi fino al completo smaltimento del sedativo.

 


 
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Del: 18/04/2014 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Endoscopia digestiva 2 (In cosa consiste l'endoscopia digestiva)

Endoscopia digestiva 2
(In cosa consiste l'endoscopia digestiva)

In che cosa consiste l’endoscopia digestiva?

L’endoscopia è una metodica diagnostica e terapeutica indispensabile per esplorare l’apparato digerente, analizzando in particolare il tratto digestivo superiore (esofago, stomaco e duodeno) e il tratto inferiore (colon e retto). L’esame si basa sull’uso dell’endoscopio, un sottile tubo flessibile al cui interno vi sono fibre ottiche, che a seconda del tipo di esame viene inserito dalla bocca o dall’ano e fatto avanzare lungo l’apparato digerente.
Gli esami più comunemente eseguiti con questa tecnica sono quindi:
- la gastroscopia (per vedere esofago, stomaco e duodeno);
- la colonscopia (per vedere il colon).

E’ vero che in caso di gastroscopia l’endoscopio può essere inserito dalla bocca oppure dal naso?

VERO. L’endoscopio può raggiungere lo stomaco sia passando dalla bocca sia dal naso. La gastroscopia più classica si effettua con il passaggio dalla bocca: in questo caso la persona viene fatto sdraiare sul fianco sinistro e le viene spruzzato in bocca un anestetico locale per ridurre la sensibilità gola ed eliminare il riflesso del vomito.
In alternativa si può optare per la gastroscopia transnasale nella quale l’endoscopio, che in questo caso deve essere molto sottile (6 mm), viene inserito dal naso. Il vantaggio della gastroscopia transnasale è che la persona non ha lo stimolo del vomito, mantiene la possibilità di respirare e parlare in modo normale, riuscendo così a collaborare con l’équipe medica. Come per la gastroscopia tradizionale la persona viene fatta sdraiare sul fianco sinistro e la sonda viene inserita nel naso senza alcun bisogno di sedazione.

E’ vero che la colonscopia è un esame diagnostico fondamentale per la prevenzione del tumore del colon?

VERO. La colonscopia è l’esame più accurato per lo studio del colon. In particolare consente di vedere se vi sono polipi o tumori nell’intestino, prima ancora che si manifestino con disturbi. Inoltre durante l’esame qualora vi fossero dei polipi questi possono essere asportati e si possono eseguire prelievi della mucosa (biopsia) per analizzarne la struttura. L’esame endoscopico può, dunque, assumere anche significato terapeutico. Il polipo, una volta asportato viene inviato al laboratorio per l’esame istologico. L’asportazione dei polipi è solitamente indolore.

E’ vero che la gastroscopia è raccomandata se si hanno continui problemi digestivi?

VERO. Il medico, e comunque è sempre lui a decidere l’opportunità o meno di fare l’esame, può prescrivere una gastroscopia in caso di continui problemi digestivi, oppure bruciore o acidità di stomaco ricorrenti, dolore nella parte superiore dell’apparato digerente, vomito ripetuto. La gastroscopia consente di osservare nel dettaglio la superficie mucosa del tratto digestivo superiore, e quindi è utile per diagnosticare malattie come:
- l’esofagite, cioè una infiammazione della mucosa dell’esofago spesso legata alla presenza di un reflusso gastro-esofageo;
- l’ulcera dello stomaco o del duodeno;
- la gastrite o la duodenite, cioè l’infiammazione della mucosa di stomaco o duodeno;
- il tumore dell’esofago e dello stomaco.
Durante l’esame è possibile prelevare campioni di mucosa (biopsia) e secreti, per valutare condizioni non evidenti, come per esempio la presenza dell’
Helicobacter pylori, il batterio responsabile della formazione dell’ulcera peptica.


 
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Del: 17/04/2014 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Endoscopia digestiva 1 (Vero/Falso ?)

Endoscopia digestiva 1
(Vero/Falso ?)

ENDOSCOPIA DIGESTIVA

Questa metodica permette di verificare l’eventuale presenza di alterazioni o lesioni, di studiarne la natura (con prelievo di mucosa) e di effettuare piccoli interventi quali per esempio l’asportazione di polipi o l’arresto di emorragie.
Quando si effettua una endoscopia è molto importante che la persona sia preparata correttamente perché l’esame possa essere eseguito in modo completo, la presenza di residui di cibo nel tratto digerente può infatti portare a una diagnosi non corretta. Con questo click salute si vogliono fornire le indicazioni da seguire prima di essere sottoposti a un esame endoscopico dell’apparato digerente.

In particolare si vuole rispondere alle seguenti domande:

In che cosa consiste l’endoscopia digestiva?
Quali raccomandazioni vanno seguite prima della gastroscopia?
Quali raccomandazioni vanno seguite prima della colonscopia?
Quali sono i rischi?
 

 


 
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Del: 15/03/2014 - Di: Redazione CGEMS - Titolo: Terapia antibiotica in caso di polmonite (quanto deve durare ?)

Terapia antibiotica in caso di polmonite
(quanto deve durare ?)

Pubblicato il 12/03/2014 da Redazione CGEMS

Alla domanda quanto deve durare la terapia antibiotica in caso di polmonite acquisita ìn comunità la risposta secca è da 5 a 7 giorni massimo. Infatti non c’è evidenza scientifica che un ciclo di terapia più lungo porti ad un migliore outcome, anche nei pazienti con quadro severo. Unica eccezione a questo, il fatto che il malato sia immunodepresso.

Richard G. Wunderink, M.D., and Grant W. Waterer. Community-Acquired Pneumonia. N Engl J Med 2014; 370:543-551.


 
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Del: 19/01/2014 - Di: Neurologia (notizia ANSA) - Titolo: Chip rianimano braccio paralizzato (traducono in movimento segnali neuroni, a breve anche senso tatto)

Chip rianimano braccio paralizzato
(traducono in movimento segnali neuroni, a breve anche senso tatto)

Chip rianimano braccio paralizzato

Traducono in movimento segnali neuroni,a breve anche senso tatto

19 gennaio, 12:24

(ANSA) - ROMA, 19 GEN 2014

Una nuova tecnica sperimentale riesce a 'rianimare' un braccio paralizzato grazie ad una serie di chip impiantati nell'arto e collegati al cervello che traducono i segnali dei neuroni in stimoli. Lo hanno spiegato gli esperti della Case Western Reserve University alla Mit Technology Review. Ed è solo il primo passo. Gli stessi ricercatori stanno infatti lavorando anche alla possibilità di conferire un senso del tatto al braccio 'rianimato', attraverso un'altra serie di chip.


 
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Del: 09/12/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Ictus (per il cittadino)

Ictus
(per il cittadino)

FAttività fisica per ridurre il rischio di ictus.

Bisognerebbe camminare almeno un’ora al giorno per ridurre il rischio di ictus. E’ la conclusione di uno studio britannico, pubblicato sulla rivista scientifica Stroke. I ricercatori hanno preso in esame oltre 3.400 uomini a partire dal 1998 confrontando a distanza di tempo la comparsa di un ictus tra le persone che erano solite camminare almeno un’ora al giorno rispetto a quelle che conducevano una vita più sedentaria. Gli anziani che camminavano circa un’ora al giorno riducevano di un terzo il rischio di avere un ictus, quelli che camminavano più di 3 ore al giorno riducevano il rischio di due terzi. I risultati sottolineano l’importanza di mantenere uno stile di vita attivo: camminare è una forma di attività fisica economica e facilmente praticabile da tutti. Da ricordare In base ai dati dei Centri di controllo delle malattie CDC di Atlanta, negli Stati Uniti, ogni anno oltre 800.000 persone muoiono per una qualunque forma di malattia cardiovascolare e di ictus. In Italia l’ictus è la terza causa di morte, dopo le malattie ischemiche del cuore e le neoplasie; l’ictus causa il 10-12% di tutti i decessi ogni anno ed è la prima causa di invalidità. Da fare Per prevenire l’ictus oltre a cercare di fare attività fisica si raccomanda di: se si fuma, smettere di fumare; seguire un’alimentazione sana, limitando l’uso del sale (non più di 5 grammi al giorno) e il consumo di grassi, mangiando abitualmente frutta e verdura; se in sovrappeso, dimagrire; limitare l’assunzione di alcolici, non bisognerebbe bere più di 2 bicchieri di vino al giorno per gli uomini e 1 bicchiere al giorno per le donne; tenere sotto controllo la concentrazione di colesterolo nel sangue, trigliceridi e zuccheri.

Per approfondire Jefferis BJ, Whincup PH, Papacosta O, et al. Protective Effect of Time Spent Walking on Risk of Stroke in Older Men. Stroke 2013; in stampa

FONTE WEB: http://www.ipasvi.it/per-il-cittadino/abc-salute/prevenire-l-ictus-camminando-id392.htm


 
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Del: 26/11/2013 - Di: Diabete a colori - Titolo: le leggende del Diabete (Si può prendere il diabete da qualcun altro e Mangiare troppo zucchero provoca il diabete)

le leggende del Diabete
(Si può prendere il diabete da qualcun altro e Mangiare troppo zucchero provoca il diabete)
Le leggende sul Diabete 26 novembre 2013 alle ore 12.43 Leggenda n. 1 - Si può prendere il diabete da qualcun altro No. Sebbene non sia ancora del tutto chiaro perché alcune persone sviluppano il diabete, sappiamo con certezza che il diabete non è contagioso. Non può essere preso come un raffreddore o un’influenza. C’è invece una certa predisposizione genetica, soprattutto per il diabete di tipo 2. Lo stile di vita gioca comunque un ruolo fondamentale. Leggenda n. 2 - Mangiare troppo zucchero provoca il diabete No, non è esatto. Il diabete non è provocato dallo zucchero ma da una combinazione di fattori genetici e di stile di vita. Tuttavia è noto che essere in sovrappeso aumenta il rischio di sviluppare un diabete di tipo 2. Se c’è una storia di diabete nella vostra famiglia, è consigliabile porre una particolare attenzione a un’alimentazione sana e a un’attività fisica regolare, per mantenere sotto controllo il proprio peso. FONTE WEB: https://www.facebook.com/notes/diabete-a-colori/le-leggende-sul-diabete/601804429884228
 
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Del: 26/11/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: DIABETE 9 (Quali sono gli effetti negativi associati all'Insulina)

DIABETE 9
(Quali sono gli effetti negativi associati all'Insulina)

Se chi è affetto da diabete assume più insulina o meno carboidrati del previsto può andare incontro a una crisi ipoglicemica. Se la glicemia scende sotto il livello di normalità (60-70 mg/dl), il cervello reagisce alla mancanza di zucchero con una serie di sintomi quali sudorazione, nervosismo, irritazione, difficoltà ad articolare le parole, mancamenti e tremore alle mani. Se la glicemia scende ulteriormente si può avere, oltre ai sintomi indicati, anche confusione mentale e sonnolenza. Nei casi ancora più gravi si può andare incontro a perdita di coscienza, convulsioni, fino al coma. E' importante che ciascuno impari a riconoscere i primi segni della crisi ipoglicemica così da intervenire per ripristinare i livelli normali di glucosio nel sangue. Alla comparsa dei primi sintomi è quindi importante: - assumere una bustina o una zolletta di zucchero o bere un succo di frutta; - fermarsi e se possibile sdraiarsi per riposare un po'; - dopo 10-15 minuti mangiare un po' di pane o di frutta; - controllare quindi la glicemia per accertarsi che sia tornata ai valori normali.


 
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Del: 25/11/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: DIABETE 8 (Attività fisica e Insulina)

DIABETE 8
(Attività fisica e Insulina)

L'attività fisica aiuta ad abbassare la glicemia e per questo è raccomandata a tutti i soggetti diabetici. E' vero però che se non si seguono alcune accortezze l'attività fisica, specie se intensa, può abbassare troppo la glicemia causando crisi ipoglicemiche. Prima di fare sport si raccomanda quindi di: - evitare di iniettare l’insulina in zone che verranno allenate (per esempio le cosce per i ciclisti); - ridurre la dose dell’insulina da iniettare prima dell’inizio dell’attività fisica (è bene consultare sempre il medico di famiglia o quello del Centro antidiabetico per concordare la riduzione della dose di insulina in relazione all’esercizio fisico programmato); - adeguare la dieta, assumendo carboidrati dopo aver fatto sport per evitare crisi tardive. Si raccomanda inoltre di controllare la glicemia prima, durante e dopo l’attività fisica e di avere sempre con sé qualche bustina di zucchero.


 
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Del: 24/11/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: DIABETE 7 (Come va conservata l'Insulina ?)

DIABETE 7
(Come va conservata l'Insulina ?)

L'insulina è una sostanza abbastanza stabile che, se conservata correttamente, mantiene inalterata la sua efficacia fino alla data di scadenza. E' importante però rispettare le indicazioni riportate sulla confezione. In linea di massima i flaconi/cartucce di insulina non ancora in uso devono essere conservati in frigorifero. I flaconi/cartucce che devono essere utilizzati vanno tolti dal frigorifero qualche ora prima dell'iniezione per evitare la comparsa di irritazione locale. E’ importante non esporre l’insulina alla luce diretta, perché l'esposizione ai raggi ultravioletti può alterarne la struttura molecolare; lo stesso vale per l'esposizione diretta a fonti di calore come per esempio il termosifone. Dopo la data di scadenza l’insulina perde progressivamente la sua efficacia.


 
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Del: 23/11/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: DIABETE 6 (Somministrazione Insulina sia con siringhe che con penne)

DIABETE 6
(Somministrazione Insulina sia con siringhe che con penne)

La somministrazione con le penne è quella preferita attualmente perché meno dolorosa e più pratica. Le penne sono costituite da un ago corto (5-6 mm), una cartuccia di insulina sostituibile e un quadrante su cui selezionare la quantità di insulina da iniettare. Per utilizzare correttamente la penna si raccomanda sempre di leggere con attenzione le istruzioni riportate dal produttore. In linea di massima per somministrare l'insulina con la penna occorre: - applicare il nuovo ago, avvicinandolo alla penna e avvitandolo alla cartuccia; - selezionare le unità di insulina necessarie (la procedura precisa per selezionare le unità dipende dal tipo di penna utilizzata, in genere è sufficiente ruotare la ghiera su cui sono segnate le unità), tenendo la penna con l'ago verso l'alto, premere il pulsante fino a quando non appare una goccia di insulina così da far uscire eventuali bolle d'aria se presenti; - procedere con l'iniezione inserendo l'ago nella cute e premendo completamente il pulsante; - attendere 10 secondi prima di estrarre delicatamente l'ago. Se invece si somministra l'insulina utilizzando una siringa occorre: - rimuovere il cappuccio dalla siringa e tirare indietro il pistone in corrispondenza della dose desiderata; - inserire l'ago attraverso il gommino del flacone di insulina e iniettare l'aria all'interno; - rimuovere l'ago senza aspirare insulina; - capovolgere il flacone, inserire la siringa e tirare il pistone aspirando la dose di insulina richiesta; - estrarre l'ago dal flacone ed espellere eventuali bolle d'aria; - procedere con l'iniezione.


 
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Del: 22/11/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: DIABETE 5 (Come si somministra l'Insulina)

DIABETE 5
(Come si somministra l'Insulina)

Come va effettuata l'iniezione di insulina? Eseguire correttamente l'iniezione è molto importante per il controllo della glicemia così come lo sono la dose e il tipo di insulina somministrata. L'insulina può essere iniettata: - nell'addome, mantenendo la distanza di almeno 2-3 cm dall'ombelico ed evitando di spostarsi troppo lateralmente dove il tessuto sottocutaneo tende ad assottigliarsi; - nelle braccia, preferendo la parte superiore esterna così da evitare di iniettare l'insulina nel muscolo; - nelle cosce, considerando solo la parte anteriore e laterale; - nei glutei, considerando il quadrante superiore esterno, ma evitando di somministrarla nel muscolo. Quando si somministra insulina in un bambino è bene preferire i glutei perché hanno meno terminazioni nervose, mentre vanno evitate le braccia per il rischio di somministrazione intramuscolare. L'addome invece è l'area scelta più di frequente anche se, per alcuni è considerato poco comodo. In generale tuttavia le aree indicate sono raccomandate perché consentono un buon assorbimento dell'insulina e perché hanno poche terminazioni nervose e quindi l’iniezione risulta meno dolorosa. Per assicurarsi di somministrare l'insulina nel tessuto sottocutaneo e non in quello muscolare può essere utile, quando si usa la siringa, pizzicare una parte di pelle tra l'indice il pollice e il medio sollevandone in questo modo una porzione (plica cutanea). Durante questa manovra occorre fare attenzione a sollevare solo la cute e non il muscolo sottostante. La plica va mantenuta sollevata durante tutta la durata dell'iniezione. Al termine dell’iniezione l’ago va rimosso rilasciando contemporaneamente anche la presa.


 
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Del: 21/11/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: DIABETE 4 (Via di somministrazione dell'Insulina)

DIABETE 4
(Via di somministrazione dell'Insulina)

Non è possibile somministrare l'insulina per bocca sotto forma di capsule o compresse perché verrebbe digerita perdendo tutta la sua efficacia. Attualmente l'unica via di somministrazione al di fuori dell’ospedale è l'iniezione sottocutanea. Va segnalato tuttavia che è in fase di studio la possibilità di somministrare l'insulina per via inalatoria, ma attualmente in Italia non è ancora disponibile sul mercato. L'iniezione intramuscolare così come quella endovenosa non sono raccomandate perché determinano un assorbimento troppo rapido dell’insulina causando un abbassamento repentino della glicemia. Se l'insulina viene somministrata per errore nel muscolo o direttamente in un vaso sanguigno si può andare incontro a una crisi ipoglicemica.


 
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Del: 20/11/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: DIABETE 3 (il tipo di insulina è stabilito in funzione delle caratteristiche personali)

DIABETE 3
(il tipo di insulina è stabilito in funzione delle caratteristiche personali)

Il medico deve definire e personalizzare la terapia insulinica stabilendo per ciascuno gli orari, le quantità e il tipo di insulina necessaria a ogni somministrazione (schema insulinico). Poiché i diversi tipi di insulina hanno durata d'azione diversa, lo schema insulinico può prevedere la somministrazione combinata di differenti tipi di insulina. Le insuline ad azione intermedia o prolungata creano una “insulinizzazione” di base mentre le insuline ad azione rapida e quelle ad azione breve sono utili per metabolizzare (utilizzare) i carboidrati assunti ai pasti. Un tipico schema insulinico, per esempio, potrebbe prevedere l’iniezione di una insulina ad azione prolungata la sera tardi, che svolge per 24 ore la funzione basale, e l'iniezione di una insulina ad azione rapida da assumere prima dei pasti.


 
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Del: 19/11/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: DIABETE 2 (Quali tipi di insulina sono disponibili in commercio)

DIABETE 2
(Quali tipi di insulina sono disponibili in commercio)

In commercio sono disponibili 30 tipi diversi tipi di insulina che differiscono per le modalità di produzione e di funzionamento: alcune sono di origine suina altre invece sono prodotte in laboratorio e hanno una struttura molto simile all'insulina umana. In sintesi, i tipi di insulina sono distinguibili in relazione alla loro azione in: - insuline ad azione rapida, che iniziano ad agire dopo 5 minuti e raggiungono la concentrazione massima in un'ora. L'iniezione viene effettuata poco prima del pasto e normalmente sono utilizzate in associazione all'insulina ad azione prolungata o ad azione intermedia; - insuline ad azione breve, o regolare che iniziano ad agire dopo 30 minuti e vanno somministrate prima del pasto; - insuline ad azione intermedia che vengono associate all'insulina ad azione rapida o breve per prolungare l'efficacia della somministrazione; - insuline ad azione prolungata, che consentono di regolare la concentrazione di glucosio per tutta la giornata.


 
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Del: 18/11/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: DIABETE 1 (Quanti tipi di Diabete mellito esistono ?)

DIABETE 1
(Quanti tipi di Diabete mellito esistono ?)

L'American Diabetes Association classifica 4 tipi di diabete: - diabete di tipo 1, quando l'organismo non è in grado di produrre insulina; questa forma è tipica del giovane; - diabete di tipo 2, comprende forme di diabete che derivano dal difetto delle cellule che non sono in grado di usare l’insulina normalmente prodotta dal pancreas (insulino-resistenza) o da un difetto nella secrezione dell'insulina. Questa forma è, invece, più frequente nelle persone anziane; - diabete di tipo 3, comprende le forme rare di diabete causate da difetti genetici che interessano l'attività dell'insulina o la capacità dell'organismo di secernerla; - diabete di tipo 4, è il diabete che può comparire durante una gravidanza (diabete gestazionale).


 
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Del: 08/11/2013 - Di: Gemma C Morabito - Titolo: Quali variazioni dello stile di vita suggerire nella stipsi? (JAMA 2013; 310:1416)

Quali variazioni dello stile di vita suggerire nella stipsi?
(JAMA 2013; 310:1416)

Il primo suggerimento è quello di aumentare la presenza di acqua e fibre nella dieta. Per quanto riguarda i liquidi vanno bene acqua e succhi di frutta, mentre sono da ridurre alcoolici e caffeina, che possono provocare disidratazione, peggiorando la situazione. Per quanto riguarda le fibre sono da consigliare legumi, verdura e frutta, mentre sono da ridurre i cibi preconfezionati, i grassi, i prodotti caseari, la carne ed i dolci. Inoltre è da consigliare la maggior attività fisica possibile compatibile con la situazione del paziente.

FONTE WEB: http://www.cgems.eu/newsletter/article/348

Da Tolmach Sugerman D: Constipation. JAMA 2013; 310:1416

 


 
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Del: 24/08/2013 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: EBN_5 (Odds ratio)

EBN_5
(Odds ratio)

Odds ratio

In epidemiologia, l'odds ratio (OR) è uno degli indici utilizzati per definire il rapporto di causa-effetto tra due fattori, per esempio tra un fattore di rischio e una malattia. Il calcolo dell'odds ratio prevede il confronto tra le frequenze di comparsa dell'evento (ad esempio, malattia) rispettivamente nei soggetti esposti e in quelli non esposti al fattore di rischio in studio. Esso è utilizzato negli studi retrospettivi (caso-controllo), dove non è necessaria la raccolta dei dati nel tempo, infatti esso non calcola un andamento ed è, anzi, indipendente dal fattore durata. Negli studi prospettici si utilizza invece, allo stesso scopo, il calcolo del rischio relativo.


 
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Del: 23/08/2013 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: EBN_4 (Meta-analisi)

EBN_4
(Meta-analisi)

Meta-analisi

La meta analisi è uno strumento di ricerca secondario, il cui scopo è quello di riassumere i dati provenienti da diversi strumenti di ricerca primaria, in particolare dagli studi clinici. In dettaglio essa consiste in una serie di metodi matematico-statistici per integrare i risultati di diversi studi clinici, miranti ad ottenere un unico indice quantitativo di stima che permetta di trarre conclusioni più forti di quelle tratte sulla base di ogni singolo studio. È un approccio più quantitativo della review sistematica: la ricerca di strumenti meta-analitici qualitativi è però ancora troppo poco sviluppata e non trova praticamente applicazione nelle revisioni in ambito medico. La meta analisi è uno strumento molto potente ed offre una sintesi dei risultati dei vari studi clinici, ma a farne le spese è il contenuto informativo. Questo è un limite intrinseco della procedura (ogni operazione di aggregazione di categorie o di valori fornisce un risultato che non esprime più le caratteristiche dei singoli componenti) aggravata dalla condizione di operare su scale molto grandi, quindi diverse da quelle originarie. Trarre informazioni da un sistema complesso è possibile a patto che lo studio non ne riduca eccessivamente i gradi di libertà. Nel cambio di scala, inoltre, possono acquisire rilevanza aspetti che precedentemente potevano essere considerati ininfluenti. Il risultato finale è l’astrazione del modello, plasmato sui vincoli imposti dalle condizioni di studio.


 
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Del: 22/08/2013 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: EBN_3 (Peer review)

EBN_3
(Peer review)

Peer  review

Nell'ambito della ricerca scientifica la valutazione tra pari, revisione dei pari, o revisione paritaria (meglio nota con il termine inglese di "peer review") indica la procedura di selezione degli articoli o dei progetti di ricerca proposti da membri della comunità scientifica, effettuata attraverso una valutazione esperta eseguita da specialisti del settore per verificarne l'idoneità alla pubblicazione scientifica su riviste specializzate o, nel caso di progetti, al finanziamento degli stessi. Gli editori e le agenzie di finanziamento usano dunque la tecnica di valutazione tra pari per selezionare le proposte ricevute. Questo processo costringe gli autori ad adeguarsi ai migliori standard di qualità della loro disciplina, oppure ai requisiti specifici della rivista, o dell'agenzia finanziatrice. Pubblicazioni e progetti di ricerca che non siano stati soggetti a una revisione dei pari non sono generalmente considerati scientificamente validi dai ricercatori e dai professionisti del settore, se non dopo eventuali e accurate verifiche. La valutazione tra pari è nata assieme alla crescita e standardizzazione editoriale dei periodici scientifici, non è priva di difetti e di proposte di perfezionamento, ma nei fatti questo sistema è quello che ha maggiormente contribuito allo sviluppo della conoscenza scientifica, verificata attraverso un metodo scientifico, nella società moderna con l'affermarsi di un consenso nel tempo intorno alle varie tematiche di pari passo con le rispettive verifiche sperimentali.


 
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Del: 21/08/2013 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: EBN_2 (Revisione sistematica)

EBN_2
(Revisione sistematica)

Revisione sistematica

Una review sistematica, o Revisione Sistematica (RS) o Systematic Review, è uno strumento di ricerca secondario, il cui obiettivo è quello di riassumere dati provenienti da strumenti di ricerca primari, in particolare da studi clinici, benché non sia raro trovare RS di studi condotti con altri disegni, quali le coorti e i casi di controllo. Le Revisioni Sistematiche possono essere definite come un metodo esplicito e trasparente per identificare, valutare e riassumere i risultati di singoli studi (detti studi primari) sugli effetti di un intervento sanitario. Inoltre le RS, attraverso la tecnica statistica detta Meta-Analisi, provvedono ad analizzare (fornendo sintesi quantitative) i dati presentati nei singoli studi, con lo scopo di minimizzare gli errori e di poter generalizzare le conclusioni relative. In alcune comunità scientifiche i due termini Revisione Sistematica (in inglese Systematic Review, SR) e Meta-analisi (in inglese Meta-Analysis, MA) vengano utilizzati come se fossero sinonimi, mentre in altre comunità i ricercatori preferiscono identificare la Meta-Analisi come la parte statistica (analisi quantitativa) di una Revisione Sistematica (analisi qualitativa).


 
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Del: 30/07/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Trasfusione 8 (norme sulle trasfusioni e disciplina dell'attività trasfusionale)

Trasfusione 8
(norme sulle trasfusioni e disciplina dell'attività trasfusionale)

 

AL LINK CHE SEGUE L'INTERO TESTO DI LEGGE “NUOVA DISCIPLINA DELLE ATTIVITA' TRASFUSIONALI E DELLA PRODUZIONE NAZIONALE DI EMODERIVATI" (LEGGE 21 OTTOBRE 2005, N.219 PUBBLICATA IN G.U 251 DEL 27-10-2005) CHE REGOLA LE ATTIVITA'

http://salute.aduc.it/staminali/normativa/legge+21+10+2005+219+trasfusioni+emoderivati_9382.php

 


 
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Del: 29/07/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Trasfusione 7 (Cosa si deve fare prima di una trasfusione)

Trasfusione 7
(Cosa si deve fare prima di una trasfusione)

Che cosa viene fatto prima di procedere a una trasfusione?

Prima di effettuare la trasfusione a una persona, si procede a un prelievo di sangue per verificare il suo GRUPPO sanguigno (A, B, AB, 0) e se è Rh positiva o negativa. In questo modo si può poi verificare e controllare che il gruppo sanguigno del donatore sia compatibile con quello del ricevente. Prima di prelevare e di trasfondere il sangue, il professionista sanitario deve identificare la persona che deve ricevere la trasfusione, accertando specificatamente la sua identità: per questo motivo è fondamentale che il paziente diventi parte attiva e sappia che gli operatori sanitari devono controllare la compatibilità del sangue. Per esempio il paziente può chiedere se è stata controllata l’etichetta della sacca per la trasfusione e se è compatibile. Tutto il personale coinvolto deve essere pienamente consapevole della necessità di prestare costante attenzione e impegno nell’operare in conformità alle procedure prestabilite. Il professionista che effettua il prelievo deve riportare in modo chiaro e completo sulle provette contenenti i campioni: reparto di appartenenza, cognome, nome data di nascita del soggetto e data del prelievo. L’operatore che effettua il prelievo deve apporre la propria firma. Altrettanto fondamentale è il riconoscimento certo della persona da trasfondere e il controllo della sacca di sangue pronta per la trasfusione, che deve risultare compatibile con il gruppo sanguigno del ricevente.


 

E’ vero che prima di effettuare una trasfusione è necessario richiedere il consenso informato firmato della persona?

VERO. Prima di ricevere una trasfusione di sangue, l’interessato deve sottoscrivere il suo consenso informato. Anche ai minorenni è necessario spiegare, con le modalità più opportune, tutte le informazioni sulla procedura trasfusionale.

E’ vero che esiste una procedura definita per evitare di trasfondere il sangue alla persona sbagliata?

VERO. Per evitare che il sangue sia trasfuso alla persona sbagliata o che sia trasfuso sangue non compatibile, il professionista sanitario deve verificare sempre che:

  • cognome e nome del paziente riportati sulla sacca di sangue corrispondano all’identità del soggetto da trasfondere;

  • che in cartella siano presenti consenso informato sottoscritto e richiesta;

  • il gruppo sanguigno del ricevente sia compatibile con il gruppo sanguigno indicato sull’etichetta della sacca di sangue da trasfondere.

  • Se le condizioni della persona lo consentono, è comunque opportuno chiederle il nome e il cognome immediatamente prima di effettuare la trasfusione.

FONTE WEB:

http://www.ipasvi.it/per-il-cittadino/click-salute/trasfusioni-di-sangue-id24.htm#pre_trasfusione


 
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Del: 28/07/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Trasfusione 6 (Come donare il sangue)

Trasfusione 6
(Come donare il sangue)

Come si deve fare per donare il sangue?

Per diventare donatori di sangue ci si può recare presso una sede o un centro di raccolta Avis o il Servizio trasfusionale dell’ospedale della propria città. Prima di donare il sangue viene valutato, tramite un colloquio con il medico, se si è idonei. Dopo la visita medica viene effettuato il prelievo del sangue necessario per eseguire gli esami di laboratorio prescritti per accertare l’idoneità alla donazione. Accertata l’idoneità, il nuovo donatore viene invitato a effettuare la prima donazione. Il mattino del prelievo è preferibile essere a digiuno o aver fatto una colazione leggera a base di frutta fresca o spremute, tè o caffè poco zuccherati, pane non condito o altri carboidrati semplici. Le donne che hanno in corso la terapia anticoncezionale non devono sospenderne l’assunzione quotidiana.


 E’ vero che prima di ogni donazione viene effettuata una valutazione clinica del donatore?

VERO. Prima di ogni donazione il medico controlla il battito cardiaco, la pressione arteriosa e la concentrazione di emoglobina, quindi fa una serie di domande al donatore per accertare che non vi siano condizioni che rendano la donazione controindicata (per esempio comportamenti a rischio).
Se il donatore è idoneo gli verrà chiesto di firmare il consenso alla donazione.

 E’ vero che gli uomini possono donare il sangue ogni mese?

FALSO. L’intervallo minimo tra una donazione di sangue intero e l’altra è di 90 giorni.
Di norma, quindi, gli uomini possono donare sangue intero 4 volte l’anno, mentre le donne 2 volte l’anno. Le donne non possono donare sangue durante le mestruazioni o la gravidanza, e per un anno dopo il parto.

 E’ vero che una persona troppo magra non può donare sangue?

VERO. Chi pesa meno di 50 kg non può donare sangue. Gli altri limiti sono l’età (si può donare sangue tra i 18 e i 65 anni di età) e il fatto che il medico non ritenga la persona idonea alla donazione.

 FONTE WEB: http://www.ipasvi.it/per-il-cittadino/click-salute/trasfusioni-di-sangue-id24.htm#donare


 
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Del: 27/07/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Trasfusione 5 (Rischi di una trasfusione di sangue)

Trasfusione 5
(Rischi di una trasfusione di sangue)

Quali sono i rischi di una trasfusione di sangue?

Nella maggior parte dei casi le trasfusioni di sangue non determinano effetti negativi o rischi. In casi rari però si possono verificare:

  • reazioni allergiche;

  • infezioni virali;

  • febbre.

Le reazioni allergiche si possono verificare anche se il sangue del donatore è compatibile con quello del ricevente. I sintomi in genere sono:

  • ansia;

  • dolore al petto;

  • fatica a respirare;

  • riduzione della pressione arteriosa;

  • nausea.

Se compaiono questi disturbi occorre avvertire immediatamente gli operatori sanitari. Ai primi segni di reazione allergica, infatti, la trasfusione deve essere sospesa e, in funzione della gravità dei sintomi e della condizione, il medico valuterà il trattamento più appropriato. Le infezioni virali (epatite B o C, HIV) sono molto rare, in quanto la normativa attuale regola in modo molto preciso e accurato la scelta dei donatori, riducendo quindi notevolmente i rischi di infezione virale nelle persone riceventi. La febbre è la conseguenza più frequente delle trasfusioni; va trattata con un comune antipiretico come nelle comuni manifestazioni febbrili, ma deve essere sempre valutata perché potrebbe essere espressione di una reazione da incompatibilità.


 


 

Domande e risposte

E’ vero che una trasfusione di sangue può causare uno shock?

VERO. A causa di un errore, può essere trasfusa una sacca di sangue non compatibile. Come visto sopra, ci sono procedure stringenti per evitare che capiti una situazione del genere, ma non è possibile azzerare completamente la possibilità di errore. La gravità della reazione dipende dal grado di incompatibilità, dalla quantità di sangue somministrato, dalla velocità di somministrazione e dallo stato funzionale dei reni, del fegato e del cuore. La fase acuta di solito si sviluppa in un’ora dall’inizio della trasfusione, ma può verificarsi tardivamente. La persona può sentirsi male, avere difficoltà respiratoria, febbre e brividi, arrossamento al volto e forte dolore soprattutto nella regione lombare. Si può avere un vero e proprio shock, con polso debole e frequente, cute fredda e sudata, dispnea, caduta della pressione arteriosa, nausea e vomito. E’ fondamentale interrompere immediatamente la trasfusione e porre in atto le terapie d’urgenza indispensabili in questi casi.

 

E’ vero che al giorno d’oggi il rischio di infezione virale da trasfusioni è basso?

VERO. Secondo la normativa attuale, i donatori sono valutati in base alla storia clinica, per cui vengono esclusi tutti quelli non adeguati. Inoltre su ogni unità di sangue raccolta sono effettuati alcuni test di laboratorio per escludere la presenza di infezioni (AIDS, epatite B, epatite C, sifilide)

FONTE WEB: http://www.ipasvi.it/per-il-cittadino/click-salute/trasfusioni-di-sangue-id24.htm#rischi


 
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Del: 26/07/2013 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Codice rosso e presenza del medico in ambulanza (sentenza della Corte di Cassazione)

Codice rosso e presenza del medico in ambulanza
(sentenza della Corte di Cassazione)

 Codice rosso e presenza del medico in ambulanza

Condanna con sospensione condizionale della pena a carico del medico dell'emergenza sanitaria, in turno di servizio assistenziale presso una struttura di Pronto Soccorso, il quale indebitamente rifiutava un atto del suo ufficio che per ragioni di igiene e sanità doveva esser compiuto senza ritardo. In particolare il sanitario contattato per richiesta d'intervento in "codice rosso", avrebbe rifiutato di uscire con l'equipaggio dell'ambulanza che, conseguentemente, raggiungeva il luogo d'intervento con il solo personale infermieristico. Il servizio d'urgenza, nel caso specifico, prevede la presenza obbligatoria di un medico per gli interventi di codice rosso che si manifestano fra le ore 8.00 e le ore 20.00 dopo di che, anche in caso di manifesta urgenza, l'ambulanza opera con il solo personale infermieristico. La vicenda giudiziaria, per molti aspetti, è stata determinata dall'orario della segnalazione effettuata dalla centrale operativa. Dalla documentazione relativa al cosiddetto "cartellino emergenze", è emerso che la telefonata venne ricevuta dall'operatrice alle ore 19.56 e che l'invio del mezzo venne disposto alle ore 19.57 con partenza effettiva alle ore 20.09. L'impianto accusatorio da cui la condanna veniva fondato anche sugli esiti delle dichiarazioni testimoniali e sulla circostanza per cui il sanitario avrebbe rifiutato l'intervento in quanto ormai richiesto alla 19.57, quindi in prossimità del limite orario,

Esito del giudizio La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso.

Avv. Ennio Grassini - www.dirittosanitario.net

Fonte web: DoctorNews33 il quotidiano nazionale del medico italiano del 25 luglio 2013


 
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Del: 26/07/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Trasfusione 4 (Scopi di una trasfusione)

Trasfusione 4
(Scopi di una trasfusione)

Chi ha bisogno di una trasfusione di sangue?

Gli scopi principali delle trasfusioni di sangue o di suoi componenti sono:

  • intervenire in caso di anemia grave per mantenere il trasporto dei gas respiratori (ossigeno e anidride carbonica);

  • correggere i disturbi della coagulazione o le emorragie;

  • curare un deficit del sistema immunitario;

  • mantenere la volemia, cioè la massa del sangue circolante, per evitare uno stato di shock.
    Per quanto riguarda l’anemia non esiste un valore assoluto di emoglobina che imponga la trasfusione: ogni persona va valutata in base alla sua capacità di tollerare l’anemia (per esempio le forme croniche sono meglio tollerate di quelle acute).

  • Le trasfusioni di sangue sono comunque necessarie in caso di: incidente o intervento chirurgico con grande perdita di sangue;

  • malattie o terapie che causano un’anemia grave.

  •  

DOMANDE E RISPOSTE

E’ vero che tutte le persone sottoposte a intervento chirurgico hanno bisogno di una trasfusione?

FALSO. La maggior parte delle persone adulte in buone condizioni di salute e con valori di emoglobina normali, sottoposte a intervento chirurgico, di norma non richiedono trasfusioni, a meno che durante l’intervento non si verifichi una perdita di sangue superiore al litro.
In caso di un intervento chirurgico programmato, le linee guida raccomandano una valutazione pre operatoria, circa 30 giorni prima, per valutare il rischio emorragico. Prima di un intervento chirurgico è bene segnalare al medico se si stanno assumendo farmaci antiaggreganti o antinfiammatori non steroidei, se si sono mai avuti sanguinamenti importanti (per esempio dopo un’estrazione dentale, dopo il parto, dopo un trauma), se si hanno malattie di fegato, rene, sangue o midollo osseo.

 

E’ vero che prendere prodotti erboristici a base di aglio, ginkgo biloba o ginseng prima di un intervento chirurgico aumenta il rischio di emorragia e quindi di trasfusione?

VERO/FALSO. Secondo alcuni studi, i prodotti erboristici a base di aglio, ginseng o ginkgo biloba sembra possano interferire con la coagulazione; in particolare pare abbiano un effetto contro le piastrine. Per tale motivo le linee guida suggeriscono di sospendere, prima di un intervento chirurgico, eventuali prodotti erboristici a base di:

  • aglio, 7 giorni prima dell’intervento;

  • ginkgo biloba, 36 ore prima dell’intervento;

  • ginseng, 7 giorni prima dell’intervento.

 

E’ vero che con una sola trasfusione aumenta significativamente l’emoglobina?

VERO. Si considera che ogni sacca di sangue trasfuso faccia aumentare l’emoglobina di 1 grammo per decilitro di sangue.

 FONTE WEB:

http://www.ipasvi.it/per-il-cittadino/click-salute/trasfusioni-di-sangue-id24.htm#bisogno

 


 
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Del: 25/07/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Trasfusione 3 (I componenti del sangue)

Trasfusione 3
(I componenti del sangue)

 Quali sono i componenti del sangue?

Il sangue è costituito da una parte liquida e giallastra chiamata plasma e da una parte corpuscolata che comprende diversi tipi di cellule, in particolare globuli rossi, piastrine e globuli bianchi. I globuli rossi sono la componente del sangue che permette lo scambio dei gas tra l’interno dell’organismo e l’esterno. Portano a tutte le cellule l’ossigeno e le liberano dall’anidride carbonica, il prodotto di scarto dell’attività cellulare. In questo processo, un ruolo fondamentale è svolto dall’emoglobina, una molecola contenuta nei globuli rossi che lega le molecole di ossigeno e le trasporta nel circolo sanguigno. In caso di emorragia le trasfusioni hanno lo scopo di reintegrare il sangue perduto e di consentire, grazie ai globuli rossi, l’adeguata ossigenazione dei tessuti.
Sulla superficie dei globuli rossi sono presenti particolari molecole chiamate antigeni: la presenza di questi antigeni determina il gruppo sanguigno a cui si appartiene e quindi la compatibilità del sangue trasfuso. Gli antigeni sono definiti dalle lettere A e B o dal numero 0. Le possibili combinazioni sono: persone di gruppo A, persone di gruppo B, persone di gruppo AB e persone di gruppo 0. A questi si aggiunge il cosiddetto fattore Rh che può essere o meno presente sulla superficie dei globuli rossi (Rh positivo o Rh negativo).


 

Domande e risposte

E’ vero che può essere trasfuso solo il sangue intero?

FALSO. Oltre al sangue intero possono essere trasfusi anche i suoi componenti (per esempio solo i globuli rossi, solo il plasma, solo le piastrine).

 

E’ vero che le persone con gruppo sanguigno 0 possono donare a tutti?

VERO. Le persone con gruppo sanguigno 0 non hanno alcun antigene sui propri globuli rossi, per cui possono donare a tutti (donatori universali). Esse stesse però, possono ricevere sangue solo di gruppo 0 perché hanno anticorpi diretti contro l’antigene A e l’B.

 

E’ vero che esistono persone che possono ricevere il sangue da chiunque?

VERO. Le persone di gruppo sanguigno AB hanno sia l’antigene A sia l’antigene B sui globuli rossi, per cui non hanno anticorpi contro gli antigeni dei globuli rossi, possono quindi ricevere sangue di donatori di gruppo A, B, AB e 0 (riceventi universali).

 

E’ vero che le persone di gruppo sanguigno A o B possono ricevere sangue solo da persone con lo stesso gruppo sanguigno?

FALSO. Le persone di gruppo sanguigno A possono ricevere globuli rossi di gruppo A ma anche di gruppo 0. Le persone di gruppo sanguigno B possono ricevere globuli rossi di gruppo B ma anche di gruppo 0.

 

E’ vero che il fattore Rh è importante per la compatibilità di una trasfusione?

VERO. Le persone con fattore Rh negativo possono ricevere sangue solo dalle persone con fattore Rh negativo; le persone con fattore Rh positivo possono invece ricevere sangue indifferentemente Rh positivo o negativo.

 FONTE WEB: http://www.ipasvi.it/per-il-cittadino/click-salute/trasfusioni-di-sangue-id24.htm#componenti


 
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Del: 24/07/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Trasfusione 2 (Cos'è una trasfusione)

Trasfusione 2
(Cos'è una trasfusione)

Che cos’è una trasfusione di sangue?

La trasfusione di sangue consiste nel trasferire una certa quantità di sangue, appunto, da un soggetto all’altro per via endovenosa: si parla a questo proposito di un donatore e di un ricevente.
Le trasfusioni sono utilizzate per rimpiazzare il sangue perso durante una intervento chirurgico, oppure per una grave emorragia o per alcune particolari malattie.Durante la trasfusione il sangue del donatore, precedentemente raccolto in una sacca, viene infuso nella vena del ricevente. La procedura può durare da una a quattro ore, in funzione di quanto sangue deve essere trasfuso.La trasfusione può essere omologa, se il donatore e il ricevente sono due persone diverse, oppure autologa, se il donatore e il ricevente sono la stessa persona. In quest’ultimo caso, ovviamente si deve procedere alla raccolta di sacche di sangue prima del momento del bisogno, per esempio in preparazione di un intervento chirurgico programmato.


 

DOMANDA e RISPOSTA

E’ vero che le trasfusioni omologhe devono essere compatibili?

VERO. In caso di trasfusione omologa è fondamentale la compatibilità tra donatore e ricevente, per evitare conseguenze gravi come lo shock anafilattico. Per stabilire la compatibilità occorre definire il gruppo sanguigno di chi dona e di chi riceve.

 

E' vero che in caso di intervento si può conservare il proprio sangue per il momento del bisogno?

VERO. Ma solo nel caso in cui l’intervento sia programmato e quindi non in urgenza. Nelle settimane che precedono l’intervento la persona si sottopone al prelievo del proprio sangue, che viene conservato in apposite banche. Dopo l’ultimo prelievo è raccomandato un intervallo di almeno 3 giorni prima di procedere all’intervento chirurgico. In genere non si prelevano più di 4 sacche di sangue e di solito il sangue non utilizzato durante o subito dopo l’intervento viene eliminato.

 

E’ vero che ci sono alternative farmacologiche alle trasfusioni?

FALSO/VERO. I ricercatori stanno cercando di ricreare in laboratorio il sangue in modo da non dover ricorrere alla trasfusione da donatore. Attualmente, però, non esiste ancora un’alternativa alle trasfusioni. E’ vero però che in alcune condizioni patologiche particolari (per esempio alcune malattie renali) è possibile somministrare un farmaco (eritropoietina) che aiuta l’organismo a produrre globuli rossi, invece di ricorrere con regolarità alle trasfusioni.

 

E’ vero che non è possibile trasfondere sangue ai bambini?

FALSO. Le trasfusioni non hanno limiti di età. Va però segnalato che la trasfusione autologa non è consigliabile nei bambini sotto i 10 anni di età, per difficoltà di accesso venoso e di collaborazione, e nelle persone con più di 75 anni.

 FONTE WEB: http://www.ipasvi.it/per-il-cittadino/click-salute/trasfusioni-di-sangue-id24.htm#cosa_e

 


 
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Del: 23/07/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Trasfusione 1 (La trasfusione di sangue)

Trasfusione 1
(La trasfusione di sangue)

 TRASFUSIONI DI SANGUE

 Gli scopi principali delle trasfusioni di sangue ed emocomponenti sono:
- intervenire in caso di anemia grave per mantenere il trasporto dei gas respiratori (ossigeno e anidride carbonica);
- correggere i disturbi della coagulazione o le emorragie;
- curare una deficienza del sistema immunitario;
- mantenere la volemia.

  • Non esiste un valore assoluto di emoglobina che imponga la trasfusione; ogni soggetto va valutato in base alla sua capacità di tollerare l’anemia.

  • La trasfusione può essere omologa, se il donatore e il ricevente sono due persone diverse, oppure autologa, se il donatore e il ricevente sono la stessa persona (quest’ultima ovviamente richiede la raccolta di sacche di sangue prima del momento del bisogno, per esempio prima di un intervento chirurgico programmato).

  • E’ possibile trasfondere, oltre che il sangue intero, anche gli emocomponenti (per esempio componenti eritrocitari, plasma).

  • La trasfusione di concentrati eritrocitari è indicata per aumentare rapidamente l’apporto di ossigeno ai tessuti,quando la concentrazione di emoglobina è bassa o in presenza di meccanismi di compenso fisiologici inadeguati.

  • La trasfusione di plasma fresco congelato è indicata:
    - nel trattamento dell’emorragia o nel pre intervento chirurgico;
    - quando l’INR e/o il rapporto del PTT siano uguali o superiore a 1,5;
    - nei deficit congeniti o acquisiti di singoli fattori della coagulazione in presenza di emorragie quando non si possono utilizzare i concentrati degli specifici fattori;
    - nella fase acuta della coagulazione intravascolare disseminata;
    - nel trattamento della microangiopatia trombotica (TTP HUS);
    - come antagonista degli anticoagulanti orali in presenza di manifestazioni emorragiche.

  • In caso di trasfusione omologa è fondamentale la compatibilità tra donatore e ricevente, per evitare gravi emolisi. Per stabilire la compatibilità occorre definire il gruppo sanguigno dei due.

Nella tabella si riportano i dati fondamentali per ogni gruppo sanguigno.

Gruppo A

I soggetti di gruppo sanguigno A hanno l’antigene A sui globuli rossi e gli anticorpi IgM anti antigene B nel plasma. I soggetti di gruppo A possono ricevere globuli rossi di gruppo A e 0.

Gruppo B

I soggetti di gruppo sanguigno B hanno l’antigene B sui globuli rossi e gli anticorpi IgM anti antigene A nel plasma. I soggetti di gruppo B possono ricevere globuli rossi di gruppo B e 0.

Gruppo AB

I soggetti di gruppo sanguigno AB hanno sia l’antigene A sia l’antigene B sui globuli rossi e nel plasma non hanno alcun anticorpo. I soggetti di gruppo AB possono ricevere globuli rossi di gruppo A, B, AB e 0 (ricevente universale).

Gruppo 0

I soggetti con gruppo sanguigno 0 non hanno nessun antigene sui globuli rossi e nel plasma hanno gli anticorpi IgM anti antigene A e anti antigene B. I soggetti con gruppo 0 possono ricevere sangue solo di gruppo 0, mentre possono donare a tutti i gruppi (donatore universale).

 

  • Il fattore Rh (Rhesus D) è un antigene dei globuli rossi, chiamato D. I soggetti con l’antigene Rh sono definiti Rh positivi a differenza degli Rh negativi, che ne sono privi. I soggetti con fattore Rh negativo possono ricevere sangue solo da soggetti con fattore Rh negativo, perché la trasfusione di sangue Rh positivo può indurre la produzione di anticorpi anti Rh. I soggetti con Rh positivo possono ricevere sangue Rh positivo e negativo.

  • Gli emocomponenti devono avere etichette conformi alle normative nazionali e internazionali. Devono essere leggibili a occhio nudo e con il lettore automatico e devono comprendere:
    - contenuto della sacca;
    - gruppo sanguigno AB0 e fattore Rh;
    - data di donazione e di scadenza;
    - numero identificativo della donazione;
    - nome e indirizzo della struttura di prelievo;
    - temperatura di conservazione;
    - volume o peso netto;
    - composizione e volume dell’anticoagulante e se presente della soluzione additiva;
    - eventuali altri fenotipi di gruppi ematici (se ricercati);
    - metodo di trasfusione.

  • La terapia trasfusionale richiede il consenso informato del paziente. Anche al soggetto minorenne è necessario spiegare con le modalità più opportune tutte le informazioni sulla pratica trasfusionale.

  • Le fasi del processo di trasfusione comprendono in sintesi i seguenti momenti:
    - prelievo del campione di sangue per l’esecuzione dei test pre trasfusionali (determinazione di gruppo, ricerca di anticorpi irregolari, prova di compatibilità);
    - richiesta degli emocomponenti, accettazione, registrazione esecuzione dei test ed erogazione presso la struttura trasfusionale;
    - trasfusione in reparto, sala operatoria, in terapia intensiva o al domicilio.

  • Per evitare che venga prelevato il sangue da tipizzare alla persona sbagliata deve essere identificato il soggetto. Lo staff deve essere dotato di sistemi adeguati che consentano l’identificazione dei pazienti, come braccialetti, carte di identità del paziente, braccialetti recanti il nome del paziente scritto a mano, oppure codici generati dal computer. Tutto il personale coinvolto deve essere pienamente consapevole della necessità di prestare costante attenzione e impegno nell’operare in conformità alle procedure prestabilite.

  • L’operatore che effettua il prelievo deve riportare in modo chiaro e completo sulle provette contenenti i campioni: reparto di appartenenza, cognome, nome data di nascita del soggetto e data del prelievo. L’operatore che effettua il prelievo deve apporre la propria firma.

  • Il prelievo per il pre deposito a scopo autologo deve essere effettuato sotto il controllo di una struttura trasfusionale. La sacca prelevata è conservata fino alla sua scadenza e deve essere firmata dal paziente e dal medico responsabile del prelievo. Dopo la firma del consenso, il sangue per il pre deposito viene raccolto ogni 7 giorni. Dopo l’ultimo prelievo è raccomandato un intervallo di almeno 3 giorni (in media da 7 a 15 giorni) prima di procedere all’intervento chirurgico. In genere non si prelevano oltre 4 unità di sangue e di solito il sangue autologo non utilizzato viene eliminato.

  • Per evitare che il sangue sia trasfuso alla persona sbagliata o che sia trasfuso sangue non compatibile con quello del soggetto da trasfondere occorre verificare sempre che:
    - cognome e nome del paziente riportati sulla unità di emocomponente corrispondano all’identità del soggetto da trasfondere, come da cartella clinica, consenso informato e richiesta;
    - il gruppo sanguigno del ricevente sia compatibile con il gruppo sanguigno indicato sull’etichetta dell’emocomponente da trasfondere.
    Se le condizioni del soggetto lo consentono, è opportuno chiedere al soggetto stesso il nome e il cognome immediatamente prima di effettuare la trasfusione.

  • L’operatore che esegue la trasfusione deve sempre:
    - registrare nella cartella clinica l’avvenuta trasfusione con l’indicazione della presenza o assenza di reazioni avverse, apponendo la propria firma;
    - notificare l’avvenuta trasfusione;
    - segnalare ogni eventuale evento avverso.


Sitografia

Centro nazionale sangue

Il Centro nazionale sangue del Ministero della Salute opera presso l’Istituto Superiore di Sanità. Svolge funzioni di coordinamento e controllo tecnico-scientifico del sistema trasfusionale nazionale nelle materie disciplinate dalla Legge 219/2005 e dai decreti di trasposizione delle direttive europee. Sul sito è possibile avere informazioni relativamente alle aree di attività (sangue del cordone, uso del plasma, sicurezza, ricerca e sviluppo e gestione delle emergenze) oltre ad avere link alle normative che regolano le emotrasfusioni.

Guida all’utilizzo ottimale del sangue

E' la traduzione italiana del manuale scozzese “Optimal blood use”. Seppure i dettagli dei processi clinici di trasfusione varino notevolmente tra gli stati membri dell’Unione Europea, tuttavia ci sono fasi essenziali che sono comuni a quasi tutti i processi. Il documento (2010) vuole essere uno strumento utile per migliorare la qualità dei processi clinici di trasfusione. Per ogni fase sono messi in evidenza i possibili errori con le motivazioni e i metodi per prevenire ed eliminare tali errori.

Ministero della Salute

Sul sito del Ministero della Salute è disponibile un’area indicata sangue e trasfusioni. In queste pagine è possibile scaricare documenti relativi alla normativa vigente sulla regolamentazione delle trasfusioni e documentazioni sul prelievo di cellule staminali dal cordone ombelicale.

Inoltre tra i documenti pubblicati dal Ministero della Salute vanno segnalate le Raccomandazioni per la prevenzione della reazione trasfusionale da incompatibilità AB0. Scopo del documento è fornire uno strumento operativo a sostegno degli operatori sanitari.

Ospedale Sacco

L’ospedale Sacco di Milano nel 2003 ha pubblicato un manuale destinato al personale di reparto responsabile della prescrizione e della somministrazione di sangue, suoi componenti e derivati, al fine di fornire informazioni pratiche e di presentare una sintetica descrizione delle caratteristiche degli emocomponenti, delle indicazioni trasfusionali e delle procedure per la richiesta degli stessi. Il manuale è stato oggetto di revisione nel 2007.

Linee guida aziendali sulla trasfusione di emocomponenti nel paziente adulto

L’Università di Udine ha pubblicato nel 2010 le linee guida sulle trasfusioni degli emocomponenti nell’adulto. Il documento vuole essere un punto di riferimento, uno strumento culturale utile ai clinici per utilizzare in modo oculato e motivato la risorsa sangue così anche da ottenerne il miglior rapporto costo efficacia

FONTE WEB: http://www.ipasvi.it/ecm/percorsi-guidati/trasfusioni-di-sangue-id24.htm


 
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Del: 28/01/2013 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Meno sale: più salute (ricerca INRAN)

Meno sale: più salute
(ricerca INRAN)

 

MENO SALE: PIU' SALUTE

Quotidianamente l’italiano adulto assume mediamente 10 g di sale equivalenti a quattro grammi di sodio: quasi dieci volte la quantità fisiologicamente necessaria.

Queste considerazioni vengono dagli esperti del Ministero della Salute e dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN). Un grammo di sale contiene 0,4g di sodio: in condizioni normali vengono eliminati dall’organismo da 0,1 a 0,6 g di sodio. Secondo gli esperti questa è la quantità che va reintegrata con la dieta. Per farlo, non è necessario aggiungere sale ai cibi assunti: quello contenuto in natura negli alimenti è sufficiente. E’ bene ricordare che un consumo eccessivo di sale può essere fattore di rischio per diverse patologie a carico di cuore, vasi sanguigni, reni e può favorire la comparsa dell’ipertensione arteriosa. Oltre a quello contenuto negli alimenti, il sodio è presente nel sale utilizzato in cucina nella preparazione dei cibi e a tavola e nei prodotti trasformati sia industriali sia artigianali). Che fare allora … E’ importante ridurre il consumo giornaliero di sale. Farlo non è difficile, ecco di seguito i comportamenti suggeriti dagli esperti dell’INRAN e contenuti nelle Linee Guida per una sana alimentazione italiana:

  • non usare sale per preparare gli alimenti dei bambini, almeno per tutto il primo anno di vita;

  • ridurre progressivamente l’uso di sale sia in cucina sia a tavola;

  • preferire il sale iodato (arricchito con iodio) al sale comune;

  • limitare l’impiego di condimenti alternativi contenenti sodio quali ad es. dado da brodo, salsa di soia, ketchup ecc.);

  • insaporire gli alimenti con erbe aromatiche: aglio, cipolla, basilico, salvia, rosmarino ecc.);

  • usare succo di limone e aceto per rendere più intenso il sapore dei cibi;

  • scegliere prodotti a basso contenuto di sale;

  • consumare saltuariamente prodotti trasformati ricchi di sale (es. patatine in sacchetto).

Per approfondire e/o trovare ulteriori informazioni potete consultare il sito del Ministero della salute all’indirizzo www.salute.gov.it e il sito dell’INRAN all’indirizzo www.inran.it .


 
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Del: 22/12/2012 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Coma, stato vegetativo e morte cerebrale (.....per evitare la confusione terminologica)

Coma, stato vegetativo e morte cerebrale
(.....per evitare la confusione terminologica)

 Coma è un termine che va riservato alla fase acuta (prime 3/4 settimane) e definisce una condizione in cui il paziente è ad occhi chiusi, non risponde ad ordini semplici e non proferisce alcuna parola comprensibile.

Lo Stato Vegetativo è una condizione che segue la fase acuta e che corrisponde ad uno stato in cui il paziente riapre gli occhi ma non recupera la coscienza (non esegue ordini semplici), anche se recupera il ritmo sonno-veglia. Questa condizione può durare un tempo che va da un mese ad una condizione permanente. Naturalmente più è lunga la durata dello Stato Vegetativo, minori sono le possibilità di recupero.

Lo Stato di Minima Coscienza è una condizione in cui il paziente è in grado di eseguire ordini semplici ma in maniera incostante e fluttuante. Anche questa condizione può rappresentare una fase transitoria o permanente.

La Morte Cerebrale è una condizione che riconosce la cessazione di tutte le attività cerebrali, in base al giudizio di una commissione di esperti che segue il monitoraggio del paziente precedentemente comatoso, per almeno 24 ore, attraverso l’elettroencefalogramma in continuo e i Potenziali evocati ripetuti. Questo monitoraggio non ha margini di errore e la confusione terminologica con il coma o lo Stato Vegetativo possono portare a gravi conseguenze, come la riduzione della disponibilità dei donatori di organi a consentire trapianti, che permettono ad altri di continuare a sperare e a vivere.


 
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Del: 30/04/2006 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Cardiologia 6 (Terapia e follow up del coronaropatico)

Cardiologia 6
(Terapia e follow up del coronaropatico)

PILLOLE DI CARDIOLOGIA 6
(Terapia e follow up del coronaropatico)
TERAPIA E FOLLOW UP
L’approccio terapeutico varia a seconda del tempo che intercorre dall’insorgenza dei sintomi e l’arrivo in UTIC. Nelle primissime fasi si somministreranno: ossigeno, ASA, nitrati, eparina, b-bloccanti, morfina. Lì dove è possibile si deve eseguire una coronarografia entro 60-90 minuti dall’esordio dei sintomi al fine di favorire l’angioplastica primaria con l’ntroduzione di uno stent medicato nella sede della stenosi ( previa terapia a base di inibitori delle glicoproteine 2b3a e di clopidogrel). Se invece l’angioplastica primaria non è attuabile nei tempi indicati e opportuno trattare il paziente con un fibrinolitico (nell’IMA –non oltre la 6° ora) o con inibitori delle glicoproteine 2b3a e clopidogrel (nell’angina instabile) allo scopo di ottenere una completa o parziale ricanalizzazione del vaso. Gli ace-inibitori e le statine completano la terapia della fase acuta Naturalmente quando è necessario bisogna prevenire e/o trattare al loro esordio le aritmie ipocinetiche (BAV di 2 e 3 grado) mediante l’introduzione di un catetere stimolatore temporaneo transvenoso femorale, e le aritmie ipercinetiche attraverso farmaci antiaritmici (lidocaina, solfato di magnesio, amiodarone ecc) fino ad DC-shock. Vanno inoltre corretti: l’equilibrio idro-salino la glicemia,il Ph. Il paziente resterà a riposo assoluto a letto,evitando al massimo gli stress emotivi, alimentandosi in maniera adeguata con una dieta molto leggera (liquida o semiliquida).
A seconda delle condizioni cliniche (stabilità o instabilità) il paziente eseguirà una coronarografia ed un’eventuale “angioplastica di salvataggio” . Nei casi in cui l’angioplastica non è eseguibile, il paziente sarà indirizzato all’intervento di rivascolarizzazione mediante by-pass a-c. Nel follow up il paziente effettuerà dopo 30-40 giorni s.c: .visita ed ecg , ecocardiogramma ed un test da sforzo , che ripeterà ogni sei mesi s.c. Il paziente andrà educato ad aderire alla terapia e ai controlli periodici , ad adeguare il proprio stile di vita alla sua condizione clinica.
 


 
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Del: 29/04/2006 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Cardiologia 5 (BLSD e ALS)

Cardiologia 5
(BLSD e ALS)

PILLOLE DI CARDIOLOGIA 5
(Blsd e Als)
BLSD E ALS
La sindrome coronarica acuta è una delle più frequenti cause di morte. Per questo è necessario che medici ed infermieri operanti nell’area critica siano sempre pronti ad eseguire le manovre di supporto vitale di base ed avanzato allo scopo sostenere la funzioni vitali del paziente fino al raggiungimento, nel più breve tempo possibile, di unità operative complesse ed intensive in grado di effettuare le cure più adeguate. BLSD e ALS rappresentano protocolli di intervento ormai validati a livello internazionale ben chiari nella mente di chi opera nei confronti del paziente critico, al fine di agire in modo sinergico con l’equipe e, il più possibile in maniera efficace e sicura per la persona sfortunata. Tutto questo prevede un addestramento e un riaddestramento continuo, ed una cura particolare per i materiali e gli strumenti da utilizzare nell’emergenza. La diffusione delle manovre salvavita del BLSD può evitare molte morti improvvise e l’applicazione dell’ALS può prevenire le complicanze della sindrome coronarica acuta
 


 
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Del: 27/04/2006 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Cardiologia 2-3 (Anatomia e fisiopatologia della sindrome coronarica)

Cardiologia 2-3
(Anatomia e fisiopatologia della sindrome coronarica)

PILLOLE CARDIOLOGIA 2-3
(Anatomia e fisiopat. della s.coronarica acuta)
CENNI DI ANATOMIA DELLE CORONARIE E FISIOPATOLOGIA DELLA SINDROME CORONARICA ACUTA.
Le arterie coronarie che hanno lo scopo di nutrire il tessuto miocardio originano dal bulbo aotico in corrispondenza dei seni di Valsala destro e sinistro.La coronaria sinistra dopo un primo tratto chiamato tronco comune si suddivide in due rami: l’arteria discendente o interventricolare anteriore che, con le sue diramazioni, irrora prevalentemente la parete anteriore del ventricolo sinistro ed il setto interventricolare e l’arteria circonflessa che scorre nel solco atrio-ventricolare sinistro si dirige lateralmente ed irrora prevalentemente, con i suoi rami, la parete laterale e del ventricolo sinistro. La coronaria destra si dirige lungo il solco atrio-ventricolare destro e scorre poi posteriormente per dare origine all’arteria discendente posteriore che irrora prevalentemente la parete inferiore ed infero-laterale del ventricolo sinistro e il ventricolo destro. L’apporto di ossigeno alle cellule miocardiche è assicurato da un adeguato flusso ematico attraverso il lume dei vasi coronarici in riferimento alle esigenze energetiche del cuore stesso. Con l’aumentare della richiesta aumenta l’apporto. Quando le coronarie sono interessate da un processo di aterosclerosi le cui placche riducono il lume dei vasi il flusso viene ostacolato, riducendo l’apporto di sangue e di ossigeno alle cellule miocardiche che, soffrendo, danno origine al dolore anginoso. Questa situazone si verifica prevalen temente con gli sforzi e caratterizza l’angina da sforzo o stabile o cronica. uando la placca ateromasica diventa “instabile” può ulcerarsi provocando un’emorragia intraluminale che attiva il processo coagulativo con la formazione del trombo e l’occlusione totale o parziale del vaso. Nello stesso tempo si produce un’attivazione infiammatoria dell’endotelio che sostiene l’instabilita’ e la vulnerabilita’ della placca. L’occlusione totale o parziale di un vaso coronario di grosso calibro o di un suo ramo terminale, determina una sindrome coronarica acuta che varierà per gravità in base all’estensione del miocardio interessato dall’ischemia e dal tempo che intercorre dall’insorgena dei sintomi all’arrivo in una unita’ di terapia intensiva coronarica per le cure necessarie.
 


 
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Del: 26/04/2006 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Cardiologia 1 (Fattori di rischio della sindrome coronarica acuta)

Cardiologia 1
(Fattori di rischio della sindrome coronarica acuta)

PILLOLE DI CARDIOLOGIA 1
(Fattori di rischio della sindrome coronarica)
FATTORI DI RISCHIO CARDIOVASCOLARE E CLINICA DELLA SINDROME CORONARICA ACUTA.
I fattori di rischio cardiovascolare concorrono potenzialmente in varia misura a favorire la malattia aterosclerotica e la destabilizzazione della placca. Essi sono: familiarità, età, sesso, ipertensione, ipercolesterolemia, diabete, obesità, fumo, stress (inteso come disagio psico-sociale secondario a fari fattori). La prevenzione dei fattori di rischio aiuta a rallentare o prevenire la cascata di processi fio patologici che porta alla sindrome coronarica acuta e , nel follow up dei pazienti colpiti dalla malattia, la correzione dei fattori di rischio diventa terapia, in quanto non è più consigliabile , ma necessario, per ogni fattore di rischio, raggiungere le condizioni ideali proposte dalle linee guida.
La sindrome coronarica acuta si manifesta tipicamente con un dolore toracico retrosternale( più o meno intenso, costrittivo o gravativo o “a sbarra”, spesso irradiato alla spalla e al braccio sinistro, prolungato (diversi minuti), insorgente a riposo, associato ad altri sintomi : dispnea, sudorazione algida, nausea ed emesi, ipotensione, tachicardia o bradicardia, astenia, stato di agitazione.
Talora l’irradiazione del dolore può essere la mandibola,o gli arti bilateralmente, o l’epigastrio, la regione dorsale, il giugulo. Talora ognuna di queste sedi di irradiazione può essere l’unica manifestazione clinica dell’angor. E’ per questo che nel caso di sospetta “angina” è necessario eseguire un elettrocardiogramma a 12 derivazioni , se possibile un’ecocardiogramma bidimensionale- color-doppler ed un dosaggio degli enzimi cardio-specifici:troponina, emoglobina e CK MB di massa. La diagnosi viene effettuata quando al sospetto clinico si aggiunge la conferma da parte di uno o più accertamenti diagnostici. L’elettrocardiogramma resta comunque lo strumento principale per fare diagnosi di sindrome coronarica acuta. Si distinguono:  
A- l’infarto miocardio con sopraslivellamento persistente del tratto ST(STEMI) (onda Q)
B- l’infarto miocardio senza sopraslivelamento del tratto ST (non STEMI) (ST sottosliv. o non diagnostico, non onda Q). Entrambi si caratterizzano per la positivita’ degli enzimi cardiaci.
C- l’angina instabile con sottoslivellamento del tratto ST
 


 
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