Documentazione

Sociologia

Del: 25/08/2014 - Di: Raffaella Piazzi - Titolo: L'indiffernza (we are what we do)

L'indiffernza
(we are what we do)

L'INDIFFERENZA

di Raffaella Piazzi

Elie Wiesel, scrittore rumeno premio Nobel per la pace nel 1986, ebreo, sopravvissuto all’olocausto, descrisse l’indifferenza come il male peggiore che l’essere umano potesse vivere nel corso della sua esistenza:

«Sono molte le atrocità nel mondo e moltissimi i pericoli. Il male peggiore è l’indifferenza. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza; il contrario della vita non è la morte, ma l’indifferenza; il contrario dell’intelligenza non è la stupidità, ma l’indifferenza. È contro di essa che bisogna combattere con tutte le proprie forze. E per farlo un’arma esiste: l’educazione. Bisogna praticarla, diffonderla, condividerla, esercitarla sempre e dovunque. Non arrendersi mai».

Per contrastare l’indifferenza occorre provare sviluppare stimolare l ’empatia che letteralmente significa “sentire il dolore altrui dentro di sé”.

A Gustave M. Gilbert, psicologo newyorkese, che durante il processo di Norimberga assisteva i criminali nazisti, gli chiesero se a contatto con quegli uomini che avevano freddamente e lucidamente torturato e sterminato milioni di persone, si fosse fatto un’idea di cosa fosse il male assoluto, la sua risposta fu pressappoco questa: “Credo che la natura del male assoluto sia costituita dalla mancanza di empatia”.

Chi fa del male non è capace di “sentire” il dolore dell’altra persona. Come dal titolo del suo celeberrimo saggio “La banalità del male” di Hannah Arendt – che nel ‘61 seguì da inviata del New Yorker il processo a Gerusalemme al primo artefice della Shoah, Adolf Eichmann – scrive che il Male è più spesso una questione di banalità: Eichmann era un uomo mediocre, senza particolari aspirazioni, privo di qualsiasi spessore intellettuale o culturale, che nelle promesse di riscossa del nazismo vide un’occasione di realizzazione personale.

Esiste un meccanismo nella nostra mente che determina la capacità di specchiarci, di identificarci nell’altro che non siamo noi? E questo meccanismo, se esiste, è già presente nel nostro codice genetico, o è un valore che acquisiamo attraverso la cultura, l’educazione, la religione? Quindi è un meccanismo innato oppure appreso?

La scoperta dei neuroni specchio ha gettato una luce nuova e del tutto inattesa su questa domanda. I neuroni specchio sono cellule del nostro cervello che si attivano selettivamente, diciamo si “accendono” sia quando compiamo un’azione, sia quando la osserviamo mentre è compiuta da altri. Vi è nel nazismo una sostanziale caratteristica di disumanizzazione della diversità: la macchina di morte nazista aveva funzionato bene proprio perché la propaganda aveva reso non umani gli ebrei mettendoli in una categoria diversa da quella degli esseri umani per cui ucciderli non era più considerato omicidio.

Per analizzare la mancanza di empatia non necessariamente si deve parlare di carnefici estremi, in quanto esseri crudeli e violenti, ma si possono analizzare i comportamenti di persone comuni che quasi pigramente decidono più o meno consapevolmente di non fa del bene, di non aiutare, perchè distratte e noncuranti per mancanza di sensibilità e compassione.
La compassione: un altro aspetto della relazione con l’altro che ci fa condividere una sofferenza, una paura, un dolore. La prossimità la vicinanza con chi soffre fanno riacquistare la dignità di essere umano a chi altrimenti verrebbe semplicemente racchiuso in una categoria: lo straniero, il profugo, il rifugiato, il disoccupato, lo zingaro etc. categoria che lo allontana.

Un conto è vedere un documentario che parla di chi soffre in Africa un conto è incontrare qualcuno per strada che muore di fame o ha freddo! Imparare a conoscere chi ci è accanto forse ci farebbe avere meno paura di chi non è come noi! Per cui non solo rispetto per gli altri ma proprio amore nell’accezione più completa del termine.

Fonte web: http://www.weareonlus.org/?wysija-page=1&controller=email&action=view&email_id=13&wysijap=subscriptions&user_id=41


 


 
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Del: 05/05/2002 - Di: Alessandro Stievano - Titolo: Interpretazione di Culture ( Intervista a Clifford Geertz)

Interpretazione di Culture
( Intervista a Clifford Geertz)

Professor Geertz, da circa quarant'anni Lei si occupa di interpretazione delle culture. Nel suo saggio, "Blood Genres", Lei appare convinto che l'antropologo sia un essere anfibio, una creatura a metà tra lo studioso di scienze sociali e l'umanista.
Perché l'antropologo non può essere semplicemente l'uno o l'altro?

Non sono mai stato particolarmente entusiasta della netta divisione tra le scienze umanistiche e le scienze propriamente dette, comprese quelle sociali, quasi si trattasse di due vasti continenti da mettere in relazione l'uno con l'altro. Io le vedo piuttosto come isole raccolte in un arcipelago, che debbono essere unite da collegamenti multipli.
In ogni caso mi interessa di più riflettere sul genere di lavoro che svolgo, domandandomi non tanto se esso appartenga alle scienze sociali, a quelle umanistiche o alla scienza propriamente detta, quanto piuttosto se e in che modo esso possa servire a migliorare la comprensione dei fenomeni sociali in generale e a rendere le persone più sensibili nei rapporti con gli altri e con se stesse.

Lei vede quindi l'antropologia più vicino al filosofo? Intendendo per filosofo colui che vuole applicare gli strumenti della scelta razionale all'interpretazione delle culture.

Non ho molto da dire sulla teoria della scelta razionale: a mio avviso, i tentativi di costruire dei modelli di scelta razionale eliminano tutte le questioni interessanti ancor prima di cominciare - anche in campi come quello dell'economia, dove forse è più facile utilizzarli. Io tendo a occuparmi di più del retroterra strutturale, sia culturale che sociale, che determina situazioni che si prestano poi a considerazioni sulla scelta razionale. Sebbene io non sia un filosofo, né cerchi di diventarlo, sono stato fortemente influenzato dai filosofi. Non tanto dai filosofi analitici quanto da figure come Wittgenstein, Gadamer e Ricoeur: ovvero dalla corrente ermeneutica del pensiero sociale e filosofico moderno. Ho cercato di applicare queste idee - piuttosto generali - ai problemi di ordine pratico che ho incontrato quando mi applico ad analizzare la vita delle persone. Come è avvenuto nel Sud-Est asiatico e nel Nord Africa, dove ho svolto quasi tutta la mia attività.

Perché il metodo della scelta razionale non è utile nell'interpretazione delle culture e dei fenomeni culturali?

Come ho detto, il problema consiste nel fatto che, per poter mettere a punto un modello di scelta razionale, bisogna sapere quasi tutto quello che l'antropologo cerca di scoprire in primo luogo. Se vado a Bali e vedo le persone fare determinate scelte, applicando determinati modelli di scelta razionale, non sono assolutamente in condizione di comprendere su quali basi le facciano e, una volta che abbia capito quale sia la loro interpretazione di ciò che stanno facendo e cosa significhino i loro simboli, a questo punto il lavoro è praticamente compiuto. E' a questo punto infatti che si possono applicare i modelli di scelta razionale, ma ciò diventa comunque possibile, per lo meno per quanto mi riguarda, soltanto dopo che sia stato fissato l'intero contesto. Una volta fatto questo, le persone risulteranno razionali rispetto alla loro conoscenza di base - ma penso che questa non sia certo una novità. Quello che io cerco di fare è proprio scoprire in cosa consista questa conoscenza di base, in cosa consistano questi taciti accordi.

Lei ha definito il Suo tipo di ricerca antropologica "interpretazione delle culture", e ha scritto: "I fenomeni culturali dovrebbero essere considerati dei sistemi di significato che sollevano delle questioni interpretative". Può spiegarci questo concetto?

Questo concetto - che è proprio del metodo interpretativo o ermeneutico e che per un antropologo è sempre valido - equivale a dire che i fatti con cui si ha a che fare non sono chiari. Non si sa perché le persone agiscano in determinati modi, né quale significato attribuiscano alle loro azioni. L'applicazione di sistemi di significato, come avviene nell'ermeneutica, rappresenta un tentativo di affermare che il nostro compito è soprattutto esplicativo, al fine di scoprire quali sono le intenzioni delle persone. Si ha comunque a disposizione un modello testuale, o un'azione da utilizzare come un'analogia testuale seguendo le ricorrenze. Esso dev'essere compreso per quello che le persone, a livello conscio o inconscio - ma per lo più a livello inconscio - pensano che sia. Il problema quindi è cercare di scoprire non tanto come funzioni una macchina quanto come si debba leggere un testo. Come ho detto è un modello che parte dal concetto secondo cui le cose, quando vengono affrontate per la prima volta, non sono molto chiare, appaiono confuse e indefinite. Quando i balinesi, i marocchini o i giapponesi dicono o fanno qualcosa, non sappiamo da quali motivi siano spinti, cosa ci sia all'origine del loro rituale. Allora si cerca di ridurre il senso di confusione, di mancanza di chiarezza, sforzandosi di capire cosa sta succedendo in termini di significato e di azione simbolica. L'unico modo in cui si può fare questo è quello interpretativo, ascoltando quel che la gente dice, osservando quello che fa e cercando di abbinarlo a una sorta di analogia testuale, come se fosse un gioco o una recita. Se si assiste a una partita di baseball o di calcio, e se non si è americani, nel caso del baseball, o italiani nel caso del calcio, questi sport risultano molto difficili da capire. Per cercare di scoprire come funziona uno di tali giochi, non soltanto si devono scoprire quali sono le regole, ma quali sono i significati e l'importanza di determinati tipi di comportamento: questo, in un certo senso, equivale a leggere la partita come un testo. Questo è ciò che cerco di fare, in senso più generale, per l'antropologia.

Ciò significa che l'antropologo deve cercare di calarsi nel punto di vista delle varie popolazioni e accantonare, almeno temporaneamente, le proprie concezioni del mondo e le abitudini mentali?

Capire cosa essi pensano, sentono e fanno in un dato momento è il vero oggetto dello studio. Perciò devo senz'altro tralasciare le mie idee su come reagirei in una determinata situazione. Per comprendere tutto questo non dispongo però unicamente delle loro spiegazioni coscienti, o addirittura inconsce, degli avvenimenti, poiché sono in grado di introdurre elementi presi altrove che forse possono aiutarmi a leggere questo testo. E' un tentativo di capire quale sia il punto di vista dei partecipanti e di trasferirlo in un contesto più ampio, cosa che loro non farebbero. Perciò bisogna, in un certo senso, fare avanti e indietro, capire le cose dal loro punto di vista e allo stesso tempo collocarle in un contesto logico che non sia necessariamente il loro, altrimenti ci si imbatte in difficoltà insormontabili. Non ci si può, per esempio, limitare a descrivere la stregoneria dal punto di vista delle streghe, e bisogna anche prendere in considerazione altri aspetti.

Professor Geertz potrebbe, per concludere, darci un'esempio del suo lavoro come l'analisi dei combattimenti dei galli a Bali?

In un certo senso il combattimento dei galli è interessante proprio a causa della sua apparente frivolezza. Quando ero a Bali rimasi colpito dal fatto che, a dispetto di tutta la loro probabile frivolezza e sebbene io non ci trovassi nulla d'interessante - gli incontri sono velocissimi e non c'è praticamente nulla da vedere - i combattimenti dei galli venivano organizzati due o tre volte alla settimana e la gente ne era completamente entusiasta. Così mi misi al lavoro, e osservai innanzi tutto che il combattimento dei galli è accompagnato da scommesse: in particolare, c'è una scommessa centrale tra i due proprietari dei galli. Si tratta di una scommessa ingente, nella quale le due puntate sono sempre identiche (per esempio cinquanta contro cinquanta). Vi sono poi persone che fanno scommesse collaterali e che si scambiano cenni, dando luogo a un notevole trambusto. Queste ultime scommesse sono sempre impari, e quindi, secondo la teoria delle probabilità, qualcuno sbagliava. Secondo la teoria della azione razionale c'era qualcuno che non agiva in modo corretto: o erano insensate le persone al centro, perché scommettevano somme pari su una situazione impari, oppure lo erano le persone all'esterno, perché scommettevano somme impari su una situazione pari. Mi divenne sempre più chiaro che le quote venivano fissate seguendo determinate linee di condotta proprie della struttura e dei gruppi sociali. Si scommetteva sul gallo del proprio gruppo, anche se i galli arrivati da fuori erano sempre favoriti, perché si pensava che - se qualcuno li aveva portati - dovevano essere fortissimi. Alla fine, il tutto cominciò a delinearsi come una lotta tra diversi gruppi per lo status e il prestigio sociale - e allora le scommesse acquistavano un senso. Non avevano senso, cioè, in termini di teoria delle probabilità o di teoria dell'azione razionale, ma ne avevano in base al modo in cui, a Bali, i gruppi parentali, gli individui, le caste e le classi privilegiate competono tra loro. E questo, di fatto, un aspetto importantissimo di quella cultura. Emerse quindi che i combattimenti dei galli, anziché essere avvenimenti frivoli, erano in realtà molto vicini al cuore degli interessi principali dei balinesi. E questo non perché lo status venga determinato dai combattimenti dei galli (esso viene infatti determinato, come al solito, dalla nascita e da altri fattori, come per esempio la ricchezza), ma perché in questa occasione esso viene messo in risalto, viene drammatizzato, trasformandosi così in un testo. E come tale si offre alla lettura dell'antropologo. Con questo non intendo tuttavia affermare che necessariamente i balinesi darebbero questa interpretazione dei combattimenti dei galli, ed anzi impossibile che lo facciano, perché essi si limitano a vivere tali avvenimenti.


 
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Del: 06/03/2002 - Di: Alessandro Stievano - Titolo: Considerazioni culturali (riflessioni)

Considerazioni culturali
(riflessioni)

Per la prima volta nella storia dell'umanità il mondo simbolico dei fatti culturali è considerato come una dimensiione circoscritta della realtà e al tempo stesso una parte essenziale della stessa realtà. Cosa vuol dire? Significa che nel mondo per dirla con Nietzsche non ci sono fatti assoluti ma solo interpretazioni di fatti. L'aumento della percezione del carattere relativo di ogni mediazione simbolica, che caratterizza la modernità e il post-moderno, sembra avvalorare le tesi di Heidegger e di Gadamer. L'attività conoscitiva non può essere assolutamente reificata ma si configura sempre come una pre-comprensione da un contesto storico concreto già culturalmente mediato. Il conoscere si configura, quindi,come un rapporto attivo che trasforma sia l'interpretante che l'oggetto della comprensione. Attraverso questo processo non si perviene mai e poi mai a verità assolute. Bisogna prestare attenzione alle diverse comprensioni delle cose. La conoscenza, la nuova conoscenza non è mai un capir meglio ma un capire diversamente.


 
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