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Del: 24/08/2014 - Di: Veronica Cursi - Titolo: Choc al S. Eugenio, scambiate le salme (nella bara di mamma c'era un'estranea con i suoi vestiti)

Choc al S. Eugenio, scambiate le salme
(nella bara di mamma c'era un'estranea con i suoi vestiti)

 Choc al S. Eugenio, scambiate le salme
«Nella bara di mamma c'era un'estranea
con i suoi vestiti»

Sabato 23 agosto ore 7.33 da ILMESSAGGERO.it

di Veronica Cursi

 Uno scambio di salme. Due donne morte nello stesso ospedale che stavano per essere sepolte una al posto dell’altra. Senza avere addosso nemmeno i loro vestiti. E due famiglie costrette all’ulteriore supplizio di trovarsi a piangere per una madre non loro.

Non si tratta della macabra sceneggiatura di un film, ma di un’assurda realtà.

 LA SCOPERTA

È il 19 agosto. Camera mortuaria dell’ospedale Sant’Eugenio. La bara di Annunziata Musolino, morta due giorni prima nel reparto di Medicina 1, sta per essere sigillata per sempre quando, prima del funerale, la famiglia decide di darle l’ultimo saluto. Una scelta che si rivelerà provvidenziale impedendo a un tragico errore di diventare irrimediabile. La figlia Livia insieme a sua sorella si avvicina alla bara della mamma, la guarda in faccia, vuole darle una carezza ma in un attimo rimane di sasso: «Vestita con gli abiti di sua madre c’e un’altra defunta. Una perfetta sconosciuta». È uno choc. Cosa è successo? La figlia decide di rivolgersi al responsabile delle vestizioni per avere spiegazioni ed ecco che oltre al danno arriva la beffa. «L’uomo - racconta Silvia ancora sconvolta - sostiene che quella è nostra madre, come se non la conoscessimo, dice che ci siamo sbagliate, che i morti cambiano. Mi sembra di vivere un incubo. I toni si alzano. Di fronte alla nostre proteste sempre lo stesso signore ci mostra i feretri nelle stanze circostanti. Sono tutte piene, tranne una. Mia madre non c’è. Secondo l’uomo quella è la riprova che nostra mamma è effettivamente la signora che si trova in quella bara».

SCAMBIO DI CARTELLINI

Nel frattempo nella camera mortuaria viene portata una salma. Ed ecco la scoperta: «Mamma Annunziata è in una bara con gli abiti di un’altra signora». Lo scambio di cadaveri viene a galla, insieme alla rabbia e all’indignazione dei parenti. Sono a pochi metri l’una dall’altra. Qualcosa non va per il verso giusto: «Forse c’è uno scambio di cartellini sulle salme, forse è fatale una disattenzione - racconta ancora Livia - fatto sta che in fretta e furia abbiamo dovuto fornire un altro cambio di abiti e attendere il giusto posizionamento dei feretri. Se non avessimo voluto vedere nostra madre prima del funerale ci saremmo trovati a piangere per tutta la vita un altro morto».
 

AVVIATA UN’INDAGINE

«Una vergogna - ripetono i familiari - che ora chiedono all’ospedale un risarcimento per i danni morali». Mentre dalla direzione sanitaria del Sant’Eugenio assicurano che «verrà fatta piena luce sull’accaduto». «È un evento increscioso - afferma il direttore sanitario Piera Spada - Siamo davvero addolorati per quello che è successo. Abbiamo subito avviato un’indagine interna per accertare le responsabilità». Ieri, appena saputo dello scambio delle due salme, il direttore si è immediatamente attivato per contattare i parenti delle due defunte: «È la prima volta che accade un fatto del genere, siamo ancora increduli». Ora bisognerà stabilire se il responsabile è un dipendente dell’azienda sanitaria o un impiegato delle agenzie funebri che operano all’interno.

FONTE WEB: http://ilmessaggero.it/ROMA/CRONACA/s.eugenio_ospedale_roma_scambio_salme_bara_annunziata_musolino/notizie/859632.shtml


 
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Del: 23/04/2014 - Di: FN Ipasvi - Titolo: Nota di encomio per 2 Infermiere (Congratulazioni telefoniche e nota di encomio per le infermiere eroine dell'incendio di Genova)

Nota di encomio per 2 Infermiere
(Congratulazioni telefoniche e nota di encomio per le infermiere eroine dell'incendio di Genova)

Congratulazioni telefoniche e nota di encomio per le infermiere eroine dell'incendio di Genova

14/04/2014 - Il Comitato centrale Ipasvi rende omaggio a Simona Trafeli e Barbara Visconti che con coraggio, professionalità e altruismo hanno evitato che le fiamme del terribile incendio all'ospedale San Martino di Genova si diffondessero in tutto il reparto, dove erano ricoverati 25 malati di cancro.

La presidente della Federazione nazionale Collegi Ipasvi, la senatrice Annalisa Silvestro, ha avuto un emozionante colloquio telefonico con Simona Trafeli e Barbara Visconti, le due infermiere che nelle prime ore del 12 aprile hanno evitato che le fiamme del terribile incendio all'ospedale San Martino di Genova si diffondessero in tutto il reparto Dimi del nosocomio, dove erano ricoverati 25 malati di cancro. Per le due infermiere, il Comitato centrale Ipasvi ha deliberato una nota di encomio quale riconoscimento della professionalità e dell'altruismo dimostrati nei tragici minuti in cui la fiamme hanno iniziato a divampare dalla stanza dove era ricoverato un malato terminale oncologico. Una donna, attorno alle 3 di notte, usciva urlando proprio da quel locale, con le vesti in fiamme. Il personale l'ha subito soccorsa, provvedendo al ricovero al Centro Ustionati dell'ospedale Villa Scassi di Sampierdarena. Intanto, le fiamme avevano già ucciso Marco Tessier, 63 anni, malato terminale, compagno della donna. Gli infermieri hanno subito chiuso la porta della stanza in fiamme, evitando che l'incendio aggredisse altri locali dell'ospedale e hanno provveduto, insieme ai vigili del fuoco e agli agenti di polizia, ad evacuare i restanti 24 pazienti del reparto, proteggendoli con lenzuola bagnate, per evitare intossicazioni. Numerosi gli attestati di stima e di affetto indirizzati da subito alle due infermiere liguri: i pazienti, il personale sanitario, i vigili del fuoco hanno immediatamente riconosciuto in loro delle vere e proprie eroine.
Anche la comunità social dell'Ipasvi si è prontamente stretta attorno alle due colleghe, attraverso il profilo ufficiale Facebook della Federazione.

Il Consiglio direttivo del Collegio di Genova ha inoltre diffuso una nota ufficiale sull'accaduto, consultabile all'indirizzo: http://www.genova.ipasvi.it/news_dettaglio.asp?id=426&idp=1&ids=0

FONTE WEB:

http://www.ipasvi.it/attualita/congratulazioni-telefoniche-e-nota-di-encomio-per-le-infermiere-eroine-dell-incendio-di-genova-id1213.htm


 


 
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Del: 21/10/2013 - Di: Redazione Blitz - Titolo: Cassazione, con il cartellino timbrato in altra sede si perde il posto (succede a Torino)

Cassazione, con il cartellino timbrato in altra sede si perde il posto
(succede a Torino)

 

Cassazione, con il cartellino timbrato in altra sede si perde il posto

ROMA - Si rischia la perdita del posto di lavoro se, senza l’autorizzazione a svolgere attività fuori sede, si timbra il cartellino in entrata e in uscita in uffici differenti da quello nel quale si è effettivamente in servizio, anche se la casa madre è la stessa. La Cassazione ha infatti confermato il licenziamento per la dipendente di una Asl di Torino, Laura B., che per 32 volte in un anno aveva ‘beggiato’ in un ufficio diverso da quello dove era in forza. Per circa un anno, l’azienda sanitaria aveva tenuto sotto osservazione il suo comportamento in contrasto con le direttive interne. Ad avviso della Suprema Corte – sentenza 23784 – in questo caso “la massima sanzione era adeguata in considerazione della natura dolosa della condotta reiteratamente realizzata della dipendente ad onta della negata autorizzazione del superiore a svolgere la propria attività lavorativa fuori sede, la qual cosa denotava la pervicacia nel disattendere le regole datoriali ispirate ad un regolare funzionamento dei servizi ed alla possibilità di effettuare controlli”. Pertanto – prosegue la Cassazione respingendo il ricorso della donna contro il licenziamento – “non poteva esservi dubbio sul fatto che in tal modo veniva ad essere oggettivamente leso il necessario vincolo fiduciario”. Senza successo, Laura B. ha fatto presente che strisciando il cartellino altrove non aveva provocato alcun danno patrimoniale alla Asl e che era spropositato farle perdere il posto solo per “una mera violazione di disposizioni interne comunicate verbalmente dal superiore gerarchico”. Nei confronti dell’impiegata – dipendente della Asl 3 del capoluogo piemontese fino al 14 giugno 2005, quando le arrivò la lettera espulsiva – è aperto anche un procedimento penale per falsa attestazione di lavoro straordinario.

FONTE:http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/cassazione-cartellino-timbrato-altra-sede-perde-posto-1698318/

(Pubblicato il 21 ottobre 2013 22.46)

 


 
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Del: 21/10/2013 - Di: Staff Dinamica-mente.it - Titolo: Oltre 6000 pazienti fantasma a Caserta: danni per 1,5 milioni (Guardia di Finanza scopre stipendi erogati dall'Asl di Caserta a 400 medici: gli 'assistiti' erano deceduti, emigrati o trasferiti)

Oltre 6000 pazienti fantasma a Caserta: danni per 1,5 milioni
(Guardia di Finanza scopre stipendi erogati dall'Asl di Caserta a 400 medici: gli 'assistiti' erano deceduti, emigrati o trasferiti)

 21ottobre 2013

Erano morti, emigrati o trasferiti ma 6000 pazienti ancora ricevevano assistenza da circa 400 medici nel casertano. Il nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Caserta ha rilevato un danno all'erario per oltre 1,5 milioni di euro per l'indebita retribuzione, da parte della Asl di Caserta, di circa 400 medici di base. Dei 5988 pazienti che non ne avevano diritto, 1.215 erano deceduti, 2.010 emigrati all'estero e 2.763 emigrati fuori provincia. Le indagini avviate alla fine dello scorso anno dalle Fiamme Gialle, si sono svolte analizzando e incrociando migliaia di dati acquisiti presso i 104 comuni della provincia di Caserta con quelli contenuti nell'anagrafe tributaria e nel "database" dell'Asl. Dalle indagini eseguite dalle Fiamme Gialle è emerso che, a causa del "comportamento negligente e poco attento dell'Asl", non si era provveduto all'aggiornamento degli iscritti nelle liste dei medici di medicina generale, una mancanza di controllo che è costata cara allo Stato italiano. Tra i 400 dottori molti casi eclatanti come quello di un medico che annoverava tra i suoi assistiti circa 40 pazienti tra deceduti, emigrati all'estero e fuori provincia, nonché quello di un altro professionista che curava un soggetto deceduto da circa 30 anni. Oppure il caso di un fisioterapista di un importante centro riabilitativo casertano che aveva effettuato prestazioni specialistiche domiciliari, nei confronti di una donna, dopo il suo decesso. E' scattata quindi la denuncia per i reati di falso e truffa ai danni dello Stato e nei confronti dei dirigenti della Asl di Caserta è partita la segnalazione alla Corte dei Conti per il danno erariale arrecato. Il tutto, sostengono i finanzieri, è frutto "della negligenza dei vertici dell'Asl di Caserta" i cui dirigenti pro-tempore sono stati segnalati alla Corte dei Conti. Da qualche decina di anni, infatti, non veniva aggiornato l'elenco degli iscritti nelle liste dei medici di medicina generale: ne risultavano circa 6mila in più, tra deceduti, emigrati all'estero e fuori provincia, e ai 400 medici venivano comunque indebitamente erogati emolumenti non dovuti, stimati in circa 1,5 milioni di euro.

Da La Repubblica Napoli.it del FONTE WEB:

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2013/10/21/news/pazienti_fantasma_napoli-69057676/?rss


 

 


 
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Del: 06/09/2013 - Di: 0.999503968253968 - Titolo: Test azzerati all'Università di Pavia (professioni sanitarie, tutto da rifare)

Test azzerati all'Università di Pavia
(professioni sanitarie, tutto da rifare)
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Del: 05/09/2013 - Di: Roberta Crisanti - Titolo: Pneumologia, il mago del bisturi saluta il Forlanini (Il professor Martelli lascia l’ospedale dopo 25 anni)

Pneumologia, il mago del bisturi saluta il Forlanini
(Il professor Martelli lascia l’ospedale dopo 25 anni)

Pneumologia, il mago del bisturi saluta il Forlanini.  Il professor Martelli lascia l’ospedale dopo 25 anni

di Roberta Crisanti

Roma, 5 settembre 2013

Ha salvato migliaia di vite. È il mago del bisturi ma prima di tutto un uomo. Il Prof. Massimo Martelli, primario e direttore della chirurgia toracica dell’ospedale Carlo Forlanini di Roma, membro del consiglio superiore di sanità, lascia dopo 25 anni per limiti di età, la direzione del dipartimento di chirurgia toracica dell’Ospedale Carlo Forlanini di Roma. Classe 1944, figlio dell’illustre Prof. Tommaso Martelli luminare della medicina, nel 1970 consegue laurea con lode in medicina e chirurgia con successive specializzazioni in Chirurgia Vascolare e Chirurgia Toracica, nel 1985 diviene Professore Associato di Chirurgia Toracica, nel 1989 lascia La Sapienza e vince il concorso nazionale di primario ospedaliero di Chirurgia Toracica. Per lui si spalancano le porte del nosocomio romano. Molti italiani hanno affidato la loro vita nella mani di questo uomo. Un medico noto a livello internazionale per le sue grandi qualità professionali che ha saputo creare attorno a se una squadra affiatata, un’equipe di medici ed infermieri che rappresentano la punta di diamante dell’ospedale cittadino al quale oltre 70 mila pazienti nel corso degli anni si sono rivolti per ricevere le sue cure e oltre 26 mila sono stati operati da lui. Un professore emerito di grande spessore e carisma capace di tradurre in linguaggio semplice e lineare la complessità della materia, istrionico dotato di grande senso dell’umorismo, grande comunicatore, un eccellente luminare della chirurgia toracica, un mago che con due micro bisturi di mezzo centimetro in mano è riuscito a salvare tante vite umane, un pezzo di storia della sanità italiana. Ma soprattutto un uomo. Disponibile, umano, professionale. Un medico che si alza alle 5 del mattino per ricevere tutti i suoi pazienti. Una vita, una missione vissuta con abnegazione, il “prof.” per tutti, quel “prof” per il quale indossare un camice verde, una cuffia ed una mascherina, infilare dei guanti in lattice e prendere un bisturi non significa iniziare la routine di tutti i giorni dopo aver timbrato un cartellino, ma significa lottare per salvare la vita di un paziente, restituire speranze ed emozioni a tutti. Il Prof. Martelli è riuscito a trasmettere la sua straordinaria carica umana a tutto il suo reparto medici ed infermieri, rendendo la sua equipe “una seconda famiglia” quella famiglia sempre pronta a riceverti ed accoglierti senza farti sentire mai solo.

FONTE WEB: http://www.lanotiziagiornale.it/pneumologia-il-mago-del-bisturi-saluta-il-forlanini-il-professor-martelli-lascia-lospedale-dopo-25-anni/

 

 


 
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Del: 05/09/2013 - Di: Redazione TorinoToday - Titolo: Cade dalla barella: Infermiera e medico costretti a risarcire paziente (La Corte dei Conti ha emesso sentenza: medico di turno e infermiera dovranno risarcire la paziente con 5 mila euro a testa. Ma i colleghi non ci stanno)

Cade dalla barella: Infermiera e medico costretti a risarcire paziente
(La Corte dei Conti ha emesso sentenza: medico di turno e infermiera dovranno risarcire la paziente con 5 mila euro a testa. Ma i colleghi non ci stanno)

Redazione TorinoToday 4 settembre 2013

"Un precedente pericolosissimo". Così definisce la storia che stiamo per raccontarvi Nicola Guercio, medico legale dell'ospedale Molinette di Torino, dopo che un dottore e un'infermiera sono stati condannati a pagare 5 mila euro a testa ad una paziente caduta da una barella. La Stampa di Torino narra quello che è accaduto nel 2006 all'interno dell'istituto sanitario del capoluogo e che, sette anni dopo, ha avuto una sentenza dalla Corte dei Conti.

Era il 10 marzo quando è successo lo spiacevole episodio. Una donna era caduta dalla barella mentre l'infermiera l'aveva lasciata qualche istante da sola per occuparsi di un paziente le cui condizioni si erano improvvisamente aggravate. In quei minuti di assenza la donna aveva probabilmente provato ad alzarsi ma, non protetta dalla barriera della barella perché assente, era caduta a terra.

La sentenza emessa non ammette repliche. Medico di turno e infermiera dovranno risarcire la paziente per "colpa grave". In sede civile la donna aveva inoltre già ricevuto quasi 18 mila euro dall'ospedale.

Il risarcimento concesso rischia ora di aprire un nuovo scenario perché medici e infermieri saranno responsabili di tutto a fronte, dicono fonti interne all'ospedale di corso Bramante, di attrezzature sempre più precarie per colpa della crisi e dell'impossibilità di rinnovare. "E' una sentenza inaccettabile - dice il dottor Nicola Guercio a La Stampa -. Il paradosso è che fino a quando c’era la copertura di una compagnia assicurativa la Corte dei Conti non interveniva".

FONTE WEB: TorinoToday http://www.torinotoday.it/cronaca/caduta-barella-molinette-risarcita-medico-infermiere.html


 
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Del: 27/08/2013 - Di: Doctor33 - Titolo: Lo scandalo dell'Ospedale di Nocera Inferiore (Cattiva gestione della sanità a Salerno)

Lo scandalo dell'Ospedale di Nocera Inferiore
(Cattiva gestione della sanità a Salerno)

 Salerno, lo scandalo dell’Ospedale di Nocera Inferiore

 Un nuovo eclatante esempio di cattiva gestione dei fondi pubblici in Sanità segnalato dal Corriere del Mezzogiorno riguarda il nosocomio Umberto I di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno. Secondo quanto denunciato dal quotidiano, nei sotterranei dell’ospedale erano custoditi sotto chiave, e persino all’interno di una cella frigorifera, macchinari e arredi nuovi, ancora imballati e mai utilizzati. Dei lucchetti si erano addirittura perse le chiavi, tanto che gli ispettori della direzione amministrativa hanno dovuto forzare le serrature, come se si trattasse di locali di proprietà privata. Sono stati ritrovati materiali innovativi e costosi, come un’apparecchiatura Tac ancora smontata, cuscini e lenzuola destinati ai reparti e mai consegnati, termometri ultramoderni e anche moltissime pomate per uso pediatrico, ovviamente scadute nel frattempo. Al piano terreno invece ruba spazio, altrimenti utile, una camera iperbarica murata da 10 anni, della quale pare che l’attuale direttore sanitario Maurizio D’Ambrosio e il direttore generale non siano nemmeno al corrente. Dopo la denuncia del Corriere del Mezzogiorno la Procura ha deciso di indagare: il sostituto procuratore Ernesto Caggiano ha aperto un fascicolo giudiziario, per il momento contro ignoti con l’accusa provvisoria di omesso controllo. Oltre a quello delle responsabilità e dei responsabili ci sarà poi il problema di come alienare materiali obsoleti, mai attivati e forse non più funzionanti. Su quest’ultimo punto sono già pervenute diverse offerte da parte di singoli medici, attivi in organizzazioni umanitarie, per riciclare i macchinari all’estero, o salvare almeno i pezzi di ricambio a beneficio della comunità che se ne è accollata l’onere senza mai goderne l’utilizzo.

 FONTE WEB:

http://www.doctor33.it/salerno-lo-scandalo-dellospedale-di-nocera-inferiore/politica-e-sanita/news-47270.html?xrtd=XSVTSYVLTXCYLCVYVCVTLSA

in Doctor33 del 27 agosto 2013 ore 8.52


 


 
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Del: 28/07/2013 - Di: 0.999503968253968 - Titolo: malasanità a Grosseto (sale il numero di indagati)

malasanità a Grosseto
(sale il numero di indagati)
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Del: 01/04/2013 - Di: Saverio Andreula - Titolo: Medici e Infermieri: resilienze e nostalgie (l'ampliamento delle competenze infermieristiche)

Medici e Infermieri: resilienze e nostalgie
(l'ampliamento delle competenze infermieristiche)

MEDICI E INFERMIERI: RESILIENZE E NOSTALGIE

L’ampliamento delle competenze infermieristiche

In maniera ciclica e quasi programmata, riprende la “querelle” tra medici ed infermieri. Questa volta la miccia viene innescata dall’ANAAO, con successive posizioni di CIMO e AAROI su aspetti che riguardano la bozza di accordo tra il Governo e le Regioni e Province autonome di Trento e di Bolzano, riguardante la ridefinizione, l’implementazione e l’approfondimento delle competenze e delle responsabilità professionali dell’infermiere e dell’infermiere pediatrico. In particolare, la bozza di accordo mira a definire “le modalità e i percorsi, validi su tutto il territorio nazionale, per riconoscere e promuovere lo sviluppo delle competenze e delle responsabilità professionali dell’infermiere e dell’infermiere pediatrico al fine di favorire lo sviluppo delle funzioni professionali in correlazione con gli obiettivi di educazione, prevenzione, cura, assistenza e riabilitazione previsti dalla programmazione sanitaria nazionale e regionale”.
• L’Art. 2 definisce le aree di intervento (è opportuno evidenziare l’assenza dell’area geriatrica, tenuto conto dei dati epidemiologici e demografici riguardanti il nostro Paese).

• L’Art. 3 formula delle declinazioni di possibili modalità e percorsi per lo sviluppo delle competenze professionali.

•  L’Art. 4 sviluppa dei richiami agli indispensabili momenti formativi.

Non risulta presente nessun richiamo a nessun tipo di attività/prestazione infermieristica, e quindi non si riesce a comprendere il perché della preoccupazione della componente medica.
Per cercare di rendere evidente l’assenza di motivazioni alla forte preoccupazione presentata dell’ANAO-ASSOMED è opportuno approfondire le questioni e separare “la forma” e “la sostanza”.
Relativamente alla “forma”: Le normative che regolamentano il funzionamento del sistema sono chiare, dal contenuto inequivocabile; le normative che disciplinano le attività del medico e dell’infermiere sono datate, ma sostanziate. Relativamente alla “sostanza”: Le mutate condizioni di salute della popolazione hanno indotto degli importanti cambiamenti nella domanda (aspetti quantitativi e qualitativi); le gravità di patologia, la complessità delle cure e l’aumento della cronicità richiedono un adeguamento dell’organizzazione e dei sistemi di cura ed assistenza alle nuove situazioni; lo sviluppo delle tecnologie e delle attrezzature, unitamente alle nuove definizioni riguardanti i percorsi diagnostici, clinico- assistenziali e riabilitativi, richiedono saperi avanzati negli specifici settori di attività; la formazione degli operatori sanitari (aumentata e migliorata, con conseguenti diversi riconoscimenti di status e ruolo) consente l’inserimento operativo in ambiti e aree più allargate e più complesse rispetto al passato; la compatibilità economica del sistema obbliga importanti interventi di razionalizzazione; i cambiamenti sociali e gli stili di vita della popolazione costituiscono un ulteriore elemento di complessità. Stante le tematiche presentate risulta evidente la necessità di una nuova definizione di competenze avanzate in specifici ambiti e contesti di cura e assistenza, nonché la revisione dei modelli organizzativi e dei sistemi di cura e assistenza, unitamente a una nuova definizione (e condivisione) dei ruoli e dei livelli di responsabilità. E’ comprensibile la difficoltà di accettazione dei cambiamenti, ....ma è altrettanto difficile capire le azioni ostative al cambiamento, così come non è possibile pensare ad un infermiere di oggi che si muove ed opera con le regole del passato (è anacronistico, non proponibile e non praticabile). Gli stessi principi valgono per tutte le altre professioni. Certamente le evoluzioni normative più recenti hanno riguardato la dirigenza infermieristica (e delle altre professioni sanitarie), con conseguenti necessità di rivisitazione di ruoli e responsabilità per ogni livello delle articolazioni organizzative. Al proposito potrebbe essere di aiuto l’approfondimento dei contenuti dell’Art. 8 del CCNL dell’area della dirigenza SPTA, sicuramente ben noti a coloro che hanno lanciato i segnali di “preoccupazione”, cui far seguire le relative determinazioni e applicazioni. La questione cambia se le motivazioni sono meno nobili di quelle presentate, ad esempio la salvaguardia dei “numeri”. Oggi è evidente, a tutti, che nel nostro Paese il rapporto medici/abitanti è pari al 3,7‰ (dati OCSE 3,1‰) e il rapporto infermieri/ abitanti è pari al 6,3‰ (dati OCSE 8,7‰). In puglia tale rapporto risulta essere ancora più negativo. Anche le forti preoccupazioni espresse relativamente allo “shortage” della professione medica, con riferimento ai prossimi pensionamenti, stante i dati sopra riportati, hanno poca ragione di esistere. Forse è meglio prendere atto delle discrepanze in essere e lavorare per una migliore organizzazione e per un funzionamento del sistema più in linea con le esigenze degli utenti, in linea anche con le recenti raccomandazioni del Presidente Napolitano che ha affermato “il sistema necessita di una continua ricerca di soluzioni razionalizzatrici e innovative ...senza atteggiamenti puramente difensivi e conservativi dell’esistente”. Quanto sopra a tutela e garanzia dei cittadini (utenti, committenti e finanziatori del sistema) e dei professionisti (tutti). Che nessuno si chiami fuori

Saverio Andreula

Fonte web:

http://www.facebook.com/groups/infermiereprofessionistadellasalute/permalink/10151483395834500/

 


 
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Del: 28/12/2012 - Di: Luciano Fassari - Titolo: Cliniche private: i nuovi standard (no convenzioni per chi ha meno di 60 p.l.)

Cliniche private: i nuovi standard
(no convenzioni per chi ha meno di 60 p.l.)

DI LUCIANO FASSARI

Rispetto alla prima bozza di regolamento il nuovo testo formulato dal Ministero riduce a 60 letti per acuti la soglia minima per l'accreditamento delle cliniche private. Scendono così da 10.412 a "soli" 6.039 i posti letto in 192 case di cura che potrebbero perdere la convenzione con il Ssn. Secondo la nuova bozza di regolamento sugli standard ospedalieri formulata dal Ministero della Salute a partire dal 1° gennaio 2014 è introdotta una soglia di accreditamento e di sottoscrizione degli accordi da parte delle case di cura private di minimo 60 posti letto per acuti. Rispetto alla bozza originaria, che parlava di una soglia minima di 80 posti letto e paventava il rischio di accreditamento per ben 257 strutture su 406 (il 63,3%, pari a 10.412 letti), con il nuovo limite, secondo una prima elaborazione effettuata da Quotidiano Sanità, le strutture che rischiano di non poter sottoscrivere accordi scendono a 192, ovvero il 47,2% per un totale di 6.039 posti letto, che rappresentano una riduzione del 20,8%, rispetto al totale dei letti delle case di cura private accreditate che sono 28.945. Ma vediamo Regione per Regione chi dovrà ‘tagliare di più’ e cosa cambia rispetto alla bozza originaria del regolamento che prevedeva una soglia non inferiore a 80 pl per acuti. A guidare la speciale graduatoria di chi possiede più strutture con meno di 60 pl posti letto c’è la Sicilia dove secondo gli standard a rischiare sono 33 strutture (nella prima bozza erano 44) per un totale di 1.023 letti (nella prima bozza erano 1.746). A seguire troviamo la Campania dove non raggiungono il limite dei 60 pl per acuti 23 strutture per un totale di 918 letti, mentre nella prima versione del provvedimento risultavano 29 strutture per un totale di 1.308 pl. Sul terzo gradino del podio il Lazio dove 19 strutture non rientrano negli standard e a rischio sono 561 letti. Da notare come rispetto alla bozza originaria si salvano solo 3 strutture e 206 letti. Tagli ingenti anche in Puglia (a rischio 16 strutture e 508 letti), in Lombardia (a rischio 18 strutture e 431 letti) e Toscana dove sono 13 le case di cura con meno di 60 pl per acuti per un totale di 426 letti. Ma rispetto al precedente limite chi dovrà tagliare di meno? In testa c’è la Sicilia che con il limite di 80 pl avrebbe avuto un calo di 1.746 letti che con il nuovo limite dei 60 pl sono scesi a 1.023 letti. A seguire il Piemonte che con il limite di 80 pl avrebbe avuto un calo di 808 letti che con il nuovo standard sono diventati 274. Dovrà ‘tagliare’ meno posti rispetto alla prima bozza anche la Calabria che rispetto agli 877 letti della bozza originaria ne vede a rischio ‘solo’ 407. Beneficia del nuovo limite anche la Campania (col vecchio limite erano a rischio 1.308 letti di 29 strutture mentre con il nuovo si scende a 918 letti per 23 strutture) e la Toscana, in cui erano fuori limite 19 strutture per un totale di 829 letti che invece sono diventati 426 letti per 13 case di cura.

Elaborazione Quotidiano Sanità su dati Ministero della Salute anno 2011

27 dicembre 2012

FONTE WEB http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=12707


 


 
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Del: 23/12/2012 - Di: Alberto Custodero - Titolo: Protesi e siringhe a peso d'oro (Cade l'obbligo di ridurre i prezzi)

Protesi e siringhe a peso d'oro
(Cade l'obbligo di ridurre i prezzi)

Sì del Tar al ricorso dei fornitori della aziende sanitarie, addio spending review. Non vale più la norma che prevedeva i listini dei prezzi per fare gli acquisti. In fumo un miliardo di risparmi

di Alberto CUSTODERO

ROMA, 23 DIC.2012

Il Tar Lazio manda a monte la spending review sanitaria che aveva fermato la vergogna della siringa che costa in una Asl tre centesimi e in un'altra 65. E che avrebbe fatto risparmiare alle casse dello Stato un miliardo di euro. Ora tutto torna come prima, con lo stesso defibrillatore che viene acquistato a Trento a 13.500 euro e ad appena 50 chilometri di distanza, a Bolzano, 16.100. Per evitare questo balletto selvaggio dei prezzi degli stessi prodotti, spiegabile in parte, secondo l'ex ministro della Salute Fazio, "con il costo della corruzione", il precedente governo, il 15 luglio del 2011 aveva previsto, con la prima legge spending review, l'istituzione di un osservatorio prezzi. In forza di questa legge di un anno e mezzo fa, il primo luglio scorso l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici aveva pubblicato i prezzi target ai quali tutte le Regioni e le Asl d'Italia avrebbero dovuto attenersi per gli acquisti dei prodotti sanitari. Si tratta di una spesa enorme per il bilancio dello Stato, se si considera che rappresenta circa lo 0,5 % del Pil. Il Garante aveva monitorato i prezzi di un paniere di circa mezzo migliaio di beni e servizi. Per ognuno di quei prodotti, aveva stilato una classifica dei prezzi per ordine di grandezza. Quindi aveva stabilito che il costo target doveva essere il decimo di quella graduatoria, il cosiddetto decile. Sette giorni dopo la pubblicazione di quel bollettino di costi sanitari, il governo Monti, con la seconda spending review, aveva stabilito che tutti i contratti superiori del 20 per cento al decile, avrebbero dovuto essere rinegoziati. Se entro 30 giorni la rinegoziazione non fosse stata fatta, il contratto sarebbe stato automaticamente annullato. A questa "offensiva" del governo contro la giungla dei prezzi della sanità, hanno immediatamente risposto i fornitori, le multinazionali sanitarie, presentando una pioggia di ricorsi al Tar con la richiesta di sospendere con urgenza l'efficacia del prezziario del Garante che, a detta dei ricorrenti, li avrebbe danneggiati economicamente. Le prime istanze alla giustizia amministrativa, però, sono state respinte. La terza sezione del Tar Lazio, presieduta dal magistrato Giuseppe Daniele, ha ritenuto infondati i ricorsi delle spa "Sanofi Aventis" e "Chiesi Farmaceutici" con una motivazione chiara e precisa: "nel bilanciamento degli opposti interessi, appare prevalente quello pubblico". In altre parole, i danni al bilancio dello Stato (un sovrapprezzo di circa un miliardo di euro), vengono prima di quelli, eventuali e da accertare, alle società per azioni. La musica cambia, alla terza sezione Tar Lazio, quando le pratiche finiscono sotto il giudizio del collegio presieduto da Franco Bianchi. I ricorsi presentati dalle spa "Janssen Cilag", "Amgen Dompè", "Boston Scientific", "Italfarmaco", "Ngc Medical", "Medtronic Italia" vengono tutti accolti. E la tabella dei prezzi target sui dispositivi medici viene sospesa. Secondo la terza sezione del giudice Bianchi che s'è espressa il 23 novembre, la tabella dei prezzi target va annullata "in quanto - si legge nell'ordinanza - non risulta l'iter logico seguito dal Garante per individuare lo specifico prezzo della categoria dei dispositivi medici". Questa motivazione ha destato perplessità all'Autorità di vigilanza in quanto il 6 novembre, dunque prima del pronunciamento del tribunale amministrativo, una norma del governo Monti aveva trasformato in legge proprio quella procedura del decile seguita dal Garante. Per fare un esempio, il principio attivo filgrastim ha un prezzo target di 8,8, mentre quello medio riscontrato sul mercato è più del triplo, 29. Le multinazionali sanitarie hanno sempre spiegato questa giungla dei prezzi sostenendo che alcune Asl pagano a 24 mesi, e che in altre il prezzo diminuisce se aumenta la quantità di prodotti acquistata. Il Garante aveva però dimostrato che in molti casi i prezzi aumentano aumentando la quantità acquistata. E che l'oscillazione dei prezzi nulla aveva a che fare con i tassi di interesse che gravano sui pagamenti differiti. Che avesse ragione Fazio?

Pubblicato online in cronaca su REPUBBLICA.it il 23 dic.2012

FONTE WEB: http://www.repubblica.it/cronaca/2012/12/23/news/risparmi_sanit-49323284/


 


 
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Del: 13/12/2012 - Di: Silvia Cerami - Titolo: Inchiesta dell'Espresso (Sanità pubblica, profitti privati)

Inchiesta dell'Espresso
(Sanità pubblica, profitti privati)

Inchiesta dell'Espresso

Sanità pubblica, profitti privati

di Silvia Cerami 11-12-2012

Si chiama 'intramoenia'. E' quel meccanismo che permette ai medici del Servizio sanitario nazionale di esercitare attività in proprio. Risultato: lunghissime liste d'attesa per chi non ha i soldi, truffe, illeciti e scorciatoie per ricchi «A settembre hanno diagnosticato a mia moglie la presenza di metastasi al cervello. Il primario dell'ospedale è stato chiaro: per effettuare rapidamente la radioterapia è meglio che si rivolga a una struttura privata. Ne ha consigliata una di sua fiducia. Infatti lui ci lavora». «Mia figlia aveva un neo molto sospetto sulla spalla. Ho provato a prenotare tramite il CUP, ci volevano dieci mesi per una visita specialistica, ma con cento euro, allo sportello accanto, in intramoenia, l'hanno visitata il pomeriggio stesso». E ancora «Ho speso 230 euro per una risonanza magnetica alla gamba, mica potevo aspettare otto mesi, è tutto un magna magna, se paghi fanno i miracoli» sbotta Marcella, all'uscita di una nota clinica romana. Perché per evitare la lista d'attesa senza fine, per avere la sicurezza che qualcuno ti visiti davvero, per sperare di guarire, nel Belpaese servono i miracoli. E i miracoli hanno un prezzo. In intramoenia. Il medico ospedaliero infatti può lavorare al di fuori del suo normale orario, all'interno della struttura pubblica di cui è dipendente, anche come libero professionista. E visto che non tutti gli ospedali hanno gli spazi per consentirlo, nell'attesa di adeguare i locali, si è creata persino l'intramoenia extramuraria. Intra ed extra, dentro e fuori. Ossimori nostrani. Insomma possono esercitare anche in uno studio privato, basta che ci sia l'autorizzazione dell'azienda sanitaria. Una deroga, sia chiaro. Momentanea. Che di proroga in proroga è durata tredici anni. Più di un decennio in cui solo otto Regioni hanno realizzato i necessari interventi e appena il 50 per cento degli ospedali ha organizzato la vera professione libera intramuraria, nonostante un finanziamento di oltre 800 milioni. E così 365 giorni per una visita urologica, 330 per una mammografia, 270 per un intervento di protesi d'anca, 180 per una visita oncologica, segnalati dal Rapporto PiT Salute del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva presentato a metà novembre, si accorciano immediatamente se si mette mano al portafogli. Una settimana, quindici giorni al più. Tanto che, secondo un'indagine del Censis, negli ultimi sei anni è triplicata la quota di cittadini, quasi uno su cinque, che hanno pagato di tasca propria per ottenere accertamenti diagnostici. Solo nel 2010 il ricorso all'intramoenia, con oltre 38 mila ricoveri e 250 mila visite specialistiche, ci è costato 1,3 miliardi. E dire che le liste d'attesa dovevano diminuire proprio perché i medici ospedalieri praticano anche la libera professione. La celerità lascia il posto invece a visite fatte per conto dell'ospedale, ma con compensi percepiti 'in nero', pazienti vivamente consigliati di rivolgersi alle strutture private. Fino a camici bianchi che, timbrato il cartellino, si dirigono subito nello studio privato per esercitare. Sono i reati contestati nelle 337 denunce, per un danno stimato di quattro milioni di euro, che racconta l'operazione 'Tra le mura', condotta dai carabinieri dei Nas nel 2011. In oltre il 90 per cento dei casi, ha evidenziato il generale Cosimo Piccinno, sono legati proprio all'intramoenia. Illeciti, controlli pressoché assenti e l'evasione fiscale spesso come regola. I medici dipendenti che esercitano in cliniche e studi dovrebbero infatti versare un corrispettivo all'azienda sanitaria, ma sono numerosi i casi, da Nord a Sud, in cui la Guardia di Finanza ha individuato l'omissione di qualsiasi ricevuta fiscale. Primari, come è accaduto al 'Cardarelli' di Napoli, il più grande nosocomio del Sud, che hanno calorosamente invitato i pazienti ad abbandonare la struttura pubblica a favore di quella privata. Il professor Paolo Iannelli, a capo dell'ortopedia, preferiva infatti operare nella più efficiente 'Villa del Sole', elegante clinica adagiata tra Posillipo e il Vomero. Convenzionata e di sua proprietà. E così i malati, come la quasi ottantenne Antonella, abbandonati da giorni su una barella in attesa di un'operazione, potevano optare per guarire in meno di ventiquattrore. A 'Villa del Sole', naturalmente. Al modico prezzo di 4 mila euro. E come se non bastasse, dalle indagini è emersa anche una truffa ai danni dell'Asl con false dichiarazioni sulle prestazioni eseguite in intramoenia, svolte da medici non autorizzati o per interventi estetici non rimborsabili dal Sistema Sanitario Nazionale.

FONTE WEB: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/sanita-pubblica-profitti-privati/2196128


 
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Del: 09/12/2012 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Policlinico Gemelli (Laboratorio di privatizzazione della sanità)

Policlinico Gemelli
(Laboratorio di privatizzazione della sanità)

Policlinico Gemelli, laboratorio di privatizzazione della sanità

 

Roma, 6 dicembre 2012

 

Le notizie comparse in questi giorni sulla stampa, in particolare su Il Manifesto di domenica 2 dicembre, rivelano l’esistenza di un piano strategico del Policlinico Gemelli di Roma, l’ ”ospedale del Papa”, che assumerà il nuovo nome di “Gemelli Medical Center”. Si tratta di un nome non originalissimo per la verità ma molto più adatto a un programma che intende fare proprie le indicazioni neoliberiste e filoamericane di Mario Monti, nel disprezzo più assoluto di ogni carità cristiana. Il punto di partenza nella disamina del Consiglio di Amministrazione del Gemelli fa riferimento a quella quota parte di assistenza sanitaria che sempre di più oggi non viene garantita, pur essendo compresa nei LEA (livelli essenziali di assistenza) del Sistema sanitario nazionale. Si legge nel documento: «negli ultimi anni si è registrata in Italia una consistente crescita della spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie che, in base agli elementi conoscitivi a disposizione, oggi si aggira attorno al 22% di quella complessiva (30 miliardi su un totale di 140 miliardi di euro)». Di fatto – aggiungiamo noi - si tratta di un processo di privatizzazione strisciante della salute che ha già portato oltre 9 milioni e mezzo di cittadini italiani (dati Censis di quest’anno) ad abbandonare le cure a causa del loro costo. L’obiettivo che il Gemelli si pone è descritto senza particolari giri di parole: «Si evidenzia (…) la necessità di un’integrazione strategica tra welfare pubblico e partecipazione privata alla spesa, in un contesto in cui il cambiamento dei meccanismi di riproduzione sociale familiari e l’aumento delle aspettative degli utenti conducono a un considerevole incremento della quota di assistenza coperta direttamente con il reddito delle famiglie, che diventa sempre più variabile di interesse per istituti come il Policlinico Gemelli, nella definizione del quadro complessivo dell’offerta di salute». In pratica, sarebbe come dire che, siccome i tagli alla sanità, la pratica dell’intramoenia e i ticket, oltre che gli accreditamenti concessi senza nessun controllo democratico, hanno di fatto già privatizzato gran parte della sanità pubblica, tanto vale prenderne atto per razionalizzare ed estendere questo approccio e farlo diventare strategico. In questo senso, la recente e temeraria sortita di Mario Monti costituisce una sponda ideologica eccellente per chi aspira a decostruire il Sistema sanitario nazionale. Con la scusa della compatibilità economica, si apre quindi alle assicurazioni private, alla assistenza integrativa, al pagamento diretto di “chi può”. Ma anche ai tagli al personale sanitario che, nel caso del Gemelli, comporterà: una riduzione «del costo per circa 55 milioni di euro attraverso la revisione del contratto di lavoro e la riduzione complessiva dell’organico per circa 490 risorse, permessa anche da nuovi assetti operativi e dalla riduzione dell’aliquota Irap». Tradotto: si tratta di quasi 500 posti di lavoro in meno con una riduzione – sfacciatamente annunciata – del «costo unitario del personale medico e non medico attraverso la rinegoziazione/disdetta del contratto di lavoro (…) e la riduzione degli straordinari (effetto complessivo pari a circa 17 milioni di euro)». Quanto questo si tradurrà, oltre che in perdita di posti di lavoro, in un peggioramento delle qualità di cura per ciò che di pubblico ancora sarà garantito è facilmente prevedibile. Del resto, guardando i conti del Policlinico Gemelli, che risentono di un vecchio contenzioso con la Regione Lazio, ben si comprende come la scelta di aprire pressoché completamente al privato sia strategica e vada al di là della necessità di aggiustare ancorché temporaneamente i bilanci. E così il piano del Gemelli, l’ospedale del Papa, e cioè del capo in terra di quella religione secondo la quale, dopo morti, gli ultimi diventeranno i primi, non farà che confermare questo assunto, rinviando alla vita eterna la possibilità che gli ultimi e anche i penultimi (coloro i quali cioè non possono pagarsi le cure) vengano trattati come previsto dalla Costituzione. Il nuovo Gemelli Medical Center rischia di diventare il primo concreto passo verso quella privatizzazione subtotale delle sanità minacciata dal governo Monti. Un fatto di straordinaria valenza simbolica e di inquietante significato. A noi e a tutti coloro che hanno a cuore la difesa del sistema sanitario nazionale, il compito, anzi l’obbligo di reagire. E’ veramente il caso di dire, anche se l’espressione è un po’ consunta: se non ora quando?

 

FONTE WEB: http://www.controlacrisi.org/notizia/Welfare/2012/12/6/29046-policlinico-gemelli-laboratorio-di-privatizzazione-della/

 

 
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Del: 07/12/2012 - Di: Valentina Reali - Titolo: Gli anziani rispetto alla crisi del Welfare (dura Federanziani verso i politici)

Gli anziani rispetto alla crisi del Welfare
(dura Federanziani verso i politici)

FederAnziani a politici: il tempo è scaduto, ora si cambia!

Roma, 07.12.2012 - ore 11.43“Il tempo è scaduto, ora si cambia!”. A dichiararlo è FederAnziani, la federazione delle associazioni della terza età, che con i sui 3 milioni di aderenti sottopone alle forze politiche i 10 punti programmatici imprescindibili per avere il consenso dei propri aderenti nella prossima tornata elettorale. “Siamo pronti a scendere in campo” dichiara il Presidente di FederAnziani Roberto Messina “qualora non saranno recepiti tali punti”. Per arrivare a queste richieste imprescindibili FederAnziani ha coinvolto in maniera capillare i proprio aderenti attraverso un percorso condiviso, iniziato con l’Assemblea Regionale Siciliana del giugno scorso e proseguito con la Convention Interregionale svoltasi a Terni in settembre, che ha visto coinvolte 5 Regioni, con l’approvazione del decalogo di FederAnziani, e il Congresso Nazionale di Montesilvano in ottobre con oltre 3 mila delegati, dove sono state approvate le linee guida dei Dipartimenti in cui si articola FederAnziani. Infine, a conclusione di questo percorso, il Consiglio Nazionale che si è svolto a Roma il 4 dicembre u.s. ha approvato i dieci punti imprescindibili rivolti alle forze politiche per avere il consenso elettorale. Gli anziani sono preoccupati per la vita democratica della nazione, che appare turbata da un pericoloso scollamento tra la società civile e la classe politica. Ogni anno gli anziani in Italia, tra le innumerevoli “cose”, mettono a disposizione di figli e nipoti 4 miliardi di euro provenienti dalle pensioni. A questa somma si aggiunge una quantità di denaro non circolante corrispondente alle ore di lavoro amorevole e gratuito spese nel fare da baby sitter ai nipoti, una cifra stimabile intorno ai 24 miliardi di euro. Gli over 65 contribuiscono al sistema paese, ad esempio, con 6 milioni di settimane di vacanze, di cui 2 milioni consumati dagli aderenti a FederAnziani, per un valore di circa 3 miliardi di euro, con oltre 120 milioni per noleggio pullman e con 96 milioni per acquistare 24 milioni di biglietti per visite ai musei.
Per non parlare del contributo alla spesa farmaceutica: ogni anno gli anziani consumano il 63% del totale dei farmaci, spendendo di tasca propria, oltre alla fascia a carico del Ssn, ben 4 miliardi di euro per i farmaci non rimborsabili e infine consumano il resto per elettricità, gas e telefono, oltre che per mangiare. FederAnziani è convinta che 12 milioni di cittadini over 65 anni e che votano, possano dare alla nazione ancora molto!

Ecco i dieci punti rivolti da FederAnziani alle forze politiche per avere il consenso elettorale:

1- PENSIONI DIGNITOSE E ADEGUATE: Il 67% dei pensionati italiani percepisce meno di 1.000 euro al mese, il 17% ha una pensione inferiore a 500 euro.

2- EQUITA’ SANITARIA PER I CITTADINI: Livelli Essenziali di Assistenza con eguaglianza sociale, sanitaria e territoriale. Prevenzione sanitaria obbligatoria: la salute non è un diritto, ma anche un dovere del cittadino.

3- SUSSIDIARIETA’ ORIZZONTALE: Istituzione di un fondo per le famiglie in condizioni di difficoltà. Implementazione del fondo per le persone non autosufficienti come doverosa assunzione di responsabilità dello Stato.

4- RIFORMA DEL TITOLO V DELLA COSTITUZIONE: Assicurare un efficace controllo del governo centrale sul sistema.

5- ISTITUZIONE DI UN FONDO SPECIALE PER I CENTRI ANZIANI: Favorire l’invecchiamento attivo come valore, risorsa, opportunità sociale, inserendo l’anziano nella vita sociale e culturale del Paese. Incentivare il volontariato delle persone anziane nei diversi ambiti della società.

6- GARANTIRE IL LAVORO SENZA DISCRIMINAZIONE PER ETA’: Favorire la riqualificazione professionale e l’accesso flessibile al pensionamento.

7- SOSTENERE IL PATTO INTERGENERAZIONALE: Promuovere la trasmissione dei saperi e delle competenze professionali dall’anziano al giovane, favorire la trasmissione d’impresa e facilitare l’accesso dei giovani al lavoro ed al sistema di sicurezza sociale che garantisca anche per il futuro pensioni certe e adeguate.

8- TURISMO E TERZA ETA’: Rilanciare il turismo come settore strategico e risorsa insostituibile per lo sviluppo economico del paese, promuovendo il viaggio solidale e la vacanza degli over 65.

9- RINNOVARE LA POLITICA: FATTI, NON SOLO PAROLE: Indicare obbligatoriamente, prima del voto, gli obiettivi con tempi certi e modi di realizzazione per ogni punto programmatico.

10- GOVERNARE CON ONESTA’, COMPETENZA, RIGORE: Eliminare gli sprechi, il clientelismo e il parassitismo. Riorganizzare i servizi dello Stato ottimizzando la spesa e promuovendo il merito e la trasparenza.

FONTE WEB: http://www.sanitaincifre.it/2012/12/federanziani-a-politici-il-tempo-e-scaduto-ora-si-cambia/


 


 
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Del: 05/12/2012 - Di: Elisa di Battista - Titolo: Val d’Aosta, arrivano gli infermieri di famiglia (..)

Val d’Aosta, arrivano gli infermieri di famiglia
(..)

Cure, aiuto, sostegno ai malati. Il tutto a domicilio. È questo il compito dell’infermiere di famiglia, figura professionale che la Regione Val d’Aosta sta inserendo da ora e per i prossimi 6 mesi in via sperimentale nel distretto 4 a supporto dei pazienti della Bassa Valle, soprattutto di quelli più anziani e meno autosufficienti. L’infermiere di famiglia, dotato di titolo di studio specifico post lauream, ha il compito non solo di assistere e curare i pazienti, favorendo anche le dimissioni anticipate dall’ospedale, ma anche di instaurare un rapporto con le loro famiglie, creando una rete di relazioni diffusa sul territorio locale. Operando a stretto contatto coi medici generici e sostituendosi ad essi nei casi in cui i pazienti abbiano necessità di continue cure infermieristiche, gli infermieri di famiglia svolgono anche un ruolo educativo, formativo e preventivo verso i parenti del malato, informandosi ad esempio sui fattori di rischio familiari e la componente genetica di alcune patologie, come l’ipertensione arteriosa e il diabete, contribuendo a svolgere un’azione di informazione e promuovendo stili e comportamenti di vita sani.

«Il vero compito dell’infermiere di famiglia», spiega l’assessore regionale alla Sanità, Salute e Politiche Sociali, Albert Lanièce, «consiste nel raccordarsi con il medico curante del paziente rapportandosi con lui in modo sistematico durante la fase di cure a domicilio. L’infermiere rappresenta dunque un anello importante nel processo di assistenza sanitaria a domicilio, soprattutto in Valle d’Aosta, dove le caratteristiche morfologiche del territorio, a volte, rendono difficili gli spostamenti». Oltre a interfacciarsi con i medici di base, gli infermieri di famiglia si relazionano anche con l’équipe infermieristica del territorio e conoscono alla perfezione la mappa dei servizi sociali esistenti. Inoltre, l’adozione di questi profili professionali specifici consentirà alla Regione anche un risparmio economico: «Il potenziamento della rete dei servizi domiciliari», prosegue Lanièce, «all’interno dei quali si inserisce il progetto sperimentale dell’infermiere di famiglia, permette sicuramente di "alleggerire" i poli sanitari centrali, nello specifico di diminuire gli accessi alle strutture ospedaliere, quindi i ricoveri e le lungodegenze. È difficile al momento dimostrare con dati alla mano quanto sia il risparmio economico, ma di fatto le risorse allocate dall’Assessorato regionale alla Sanità, Salute e Politiche sociali ai servizi resi sul territorio sono decisamente superiori a quelli destinati al Presidio Ospedaliero regionale». Un servizio, insomma, quello dell’infermiere di famiglia, che si prende cura dei malati, delle loro famiglie, diviene anello fondamentale per le relazioni tra strutture sanitarie e pazienti evitando loro di doversi spostare per raggiungere gli ospedali e consentendo loro di poter rimanere nella comodità delle proprie abitazioni nel periodo delle cure. Intanto, nei giorni scorsi, come si legge su Aosta Sera, si è verificato un incremento delle truffe a carico dei cittadini: sedicenti infermieri si sono infatti presentati alle abitazioni di pazienti che già usufruiscono del servizio dell’infermiere a domicilio, dichiarando di dover effettuare delle medicazioni, e una volta nelle case dei pazienti le hanno svaligiate. Per questo l’Usl valdostana ha comunicato che tutti i suoi dipendenti sono dotati di un cartellino identificativo, e ha incitato i cittadini a segnalare la presenza di falsi infermieri alle forze dell’ordine. Ad ogni modo l’assessorato ha dichiarato che se la figura dell’infermiere di famiglia si rivelerà, nell’arco di questi mesi di sperimentazione, efficace, potrà essere adottata anche negli altri distretti del territorio regionale.

FONTE WEB: http://www.telemeditalia.it/it/ej-sanita/content/detail/0/180/2217/val-daosta-arrivano-gli-infermieri-di-famiglia.html/?edition=20119


 


 
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Del: 05/12/2012 - Di: Giuseppe Castellano Spadone - Titolo: Infermiere esperto clinico (un titolo ancora non riconosciuto)

Infermiere esperto clinico
(un titolo ancora non riconosciuto)


"Infermiere esperto clinico" Un titolo ancora non riconosciuto


 sono un infermiere e lavoro presso l'Azienda Sanitaria ULSS17 di Este. Da due anni ho conseguito il titolo di "Infermiere esperto nel trattamento delle lesioni cutanee", tale titolo è stato conseguito presso l'Università degli Studi di Padova.
Prontamente ho comunicato ufficialmente ai responsabili dell'Azienda Sanitaria per cui lavoro il conseguimento di tale titolo, contestualmente ne ho richiesto il riconoscimento, allegando a tale richiesta, oltre a copia del titolo anche la documentazione fotografica dei casi da me trattati e risolti. Sono circa due anni che continuo inutilmente a richiedere tale riconoscimento. Ufficiosamente mi hanno risposto che non esiste giuridicamente la possibilità di tale riconoscimento, diversamente avrei dovuto produrre casi di analogo riconosciuto o riconoscimento di casi simili avvenuti in ambito della Regione Veneto (regione in cui lavoro). 
Le sarei grato se lei potesse indicarmi la strada più incisiva per ottenere tale riconoscimento o se avesse documentazione da fornirmi per poter meglio gestire tale situazione, che a parer mio, usando un eufemismo, è incredibile. La mia Azienda mi ha riconosciuto il diritto allo studio (150 ore) e quando io chiedo di mettere a disposizione dell'Azienda le mie capacità professionali cercando di ripagare l'investimento profuso mi viene impedito di farlo. Mi permetto di allegare a tale lettere copia del titolo conseguito.
Giuseppe Castellano Spadone

Risponde Saverio Proia, del Ministero della Salute

Allo stato attuale non c'è alcuna possibilità di riconoscimento giuridico, almeno che il contratto collettivo aziendale preveda un riconoscimento nella posizione DS, come è avvenito in Toscana per gli infermieri esperti nel See and treat.
Lo scopo del tavolo tecnico è proprio quello di apprezzare e riconoscere l'implementazione della competenze degli infermieri e delle altre professioni....il Veneto è la Regione che coordina, fra l'altro.


pubblicato su Quotidianosanita.it


FONTE WEB: http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=12000


 


 


 
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Del: 20/11/2012 - Di: Ivan Cavicchi - Titolo: Standard ospedalieri (perché agli infermieri piacciono e ai medici no?)

Standard ospedalieri
(perché agli infermieri piacciono e ai medici no?)

Standard ospedalieri - Ma perché agli infermieri piacciono e ai medici no?

 

I giudizi sul Regolamento del ministero della Salute che fissa nuovi indicatori strutturali e di attività per gli ospedali dividono le due più importanti professioni sanitarie. Il perché in una lettura diametralmente opposta del documento che spacca ancora una volta due categorie che dovrebbero marciare unite

Sul regolamento per gli standard ospedalieri, l'Anaoo e l'Ipasvi hanno dichiarato due giudizi contrapposti. In mezzo la Cgil. Come è possibile? Infermieri e medici abitano pur sempre nella stessa casa, se la casa mostra delle crepe può essere pericoloso divaricare i giudizi. Si dirà che i giudizi dipendono, come dicono i relativisti, dal punto di vista, per cui è possibile che di case ve ne siano due, una che crolla come dice l’Anaao e una che risorge come dice l’Ipasvi. Però la casa è una e uno è il regolamento. Possibile mai che non esista niente di “oggettivo” oltre le “soggettive” convenienze o non convenienze? Prima verità oggettiva: il regolamento ha un significato fortemente regressivo perché il suo impianto resta quello della 132, una legge del lontano 1968, con la differenza che allora si fece una riforma per sviluppare l’assistenza ospedaliera in Italia, con tanto di programmazione ospedaliera, oggi senza un pensiero riformatore si riduce questa riforma ad una batteria di standard per tagliare l’assistenza ospedaliera nel nostro paese.
I dati che ricordava Fassari parlano chiaro. Il regolamento riproduce la stessa vecchia tipologia di ospedali di quasi mezzo secolo fa, gli “ospedali di zona”, “provinciali”, “regionali” mutatis mutandis sono ridenominati di “base”, di “primo livello”, e di “secondo livello”; il parametro fondamentale resta, oggi come allora, il “fabbisogno di posto letto” e gli standard indicati, oggi come allora, sono dei quozienti che da 40 anni ruotano intorno al rapporto posti letto/popolazione (tasso di ospedalizzazione, indice di occupazione dei posti letto, durata media della degenza ecc ). Le uniche novità, per altro problematiche, sono i “tassi di ospedalizzazione attesi, le soglie di volumi minimi, il rapporto volumi/esiti, gli standard generali di qualità, le soglie di rischio di esito ecc. Standard che fanno sorgere la curiosità di sapere quante barelle nei corridoi essi ci costeranno, quanta mortalità in più avremo per i malati complessi, che grado di decadimento della qualità delle cure, quante ore dovranno aspettare i malati nei nostri pronto soccorso, e in che misura essi provocheranno su medici e infermieri quelli che i clinici inglesi definiscono gli effetti da “overcrowding” (sovra affollamento) o da “overburdened” (sovraccarico). Prima di fare questo regolamento non sarebbe stato male chiarire la “funzione di domanda”, per capire se la domanda di assistenza ospedaliera, a causa del taglio dei posti letto andrà in eccesso o no ? Se i malati non calano e l’H24 e l’ospedale di comunità non saranno finanziati che fine fanno i malati? Seconda verità oggettiva: il taglio reiterato dei posti letto, essendo il posto letto da tempo immemore il principale parametro per quantificare gli organigrammi causerà disoccupazione, cioè taglierà posti di lavoro a medici e a infermieri. Anche questo è un problema “oggettivo”. Ma se il regolamento ha questi limiti per quale ragione gli infermieri lo sostiengono? Da quel che leggo l’Ipasvi mi pare convinta prima di tutto che il regolamento sia stato fatto a partire dai bisogni dei cittadini, e che, in cuor suo, confidi su due promesse: l’abbandono della “attuale centratura sul percorso diagnostico-terapeutico e sulla disciplina medica” e l’istituzione “dell’ ospedale di comunità” a gestione infermieristica. Una “quasi riforma” che, leggo, dovrebbe esaltare “il ruolo” dell’infermiere. Dieci considerazioni “soggettive” a margine di un regolamento “oggettivamente” brutto: 1) ho i miei dubbi che in pieno definanziamento , un pacchetto di standard restrittivi, funzioni come una “quasi riforma” con effetti espansivi verso il diritto alla salute; 2) che si faccia un regolamento puntando sull’esasperazione del conflitto interprofessionale mi preoccupa molto perché immagino che i medici non resteranno a guardare (ricordo la manifestazione del 27 ottobre) ;3) concepire comunque il ruolo di qualcuno a scapito del ruolo di qualcun altro, è possibile come dimostra la battaglia fatta dagli infermieri per la legge 42, ma che questo oggi possa avvenire come nel ‘99 senza un accordo tra professioni non lo auspico come non auspico quei garbugli normativi che tentano di far coesistere una” nuova centralità del medico” con una “nuova ausiliarietà dell’infermiere”, cioè più competenze agli infermieri ma a titolarità medica invariata; 4) con questo regolamento il prezzo che si paga per far “gestire” ipoteticamente qualcosa ad una elite di infermieri amministratori è sproporzionato rispetto al prezzo che paga realmente la massa di infermieri amministrati con questi standard; 5) non si capisce perché “qualcuno” dovrebbe essere capace/ incapace di gestire dei piccoli ospedali e non essere capace /incapace di gestire dei reparti nei grandi ospedali; 6) l’accordo tra professioni sulla governance dei servizi è possibile ma in funzione di nuovi modelli, quelli vecchi sono troppo stretti per definire nuovi ruoli e non è pasticciando con le normative che se ne verrà fuori; 7) se non si va oltre la dicotomia ospedale/territorio sulla quale si basa il regolamento, non si potranno definire nuove governance in funzione di nuove organizzazioni ; 8) i medici e gli infermieri che sino ad ora hanno usato “consociativamente” i loro rapporti con le istituzioni, in genere uno contro l’altro, permettendo, come in questo regolamento e non solo, alle istituzioni di giocare con i loro conflitti, si dovrebbero mettere insieme per proporre ad una comune controparte, un progetto riformatore comune in cui tutte e due ricavino delle soddisfazioni; 9) nel valutare il regolamento sarebbe buona regola distinguere non solo ciò che conviene da ciò che non conviene ma chiarire anche “a chi” conviene e perché; 10) il miglior giudizio sul regolamento non è quello più giusto ma quello che dentro un contesto indecontestualizzabile ne valuta la plausibilità e l’impatto. Chiudo con una bella notizia: l’ospedale Mauriziano di Torino vuole definire un progetto di riorganizzazione ed ha chiesto all’ordine dei medici e al collegio degli infermieri una supervisione. Mi complimento con chi ha avuto l’idea e auguro ai medici e agli infermieri di Torino buon lavoro.

Ivan Cavicchi

FONTE WEB: http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=11980

Pubblicato il 19 novembre 2012 su Quotidianosanita.it

 

 
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Del: 02/11/2012 - Di: Valentina Reali - Titolo: Infermiere in Arabia? (le donne dicono di no)

Infermiere in Arabia?
(le donne dicono di no)

Infermiera in Arabia? Le donne dicono no

2 novembre 2012

L’Arabia Saudita cerca in Europa Infermiere donne per lavorare negli ospedali a 3500 euro al mese, ma nonostante la disoccupazione elevata e la crisi economica poche accettano.Motivo? La mancanza di libertà, l’impossibilità di avere una vita privata normale secondo i canoni europei e altre limitazioni impensabili per un rappresentante del gentil sesso del XXI secolo.

FONTE WEB: http://www.diredonna.it/infermiera-in-arabia-le-donne-dicono-no-90248.html


 
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Del: 30/10/2012 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Attenzione ai falsi Infermieri (la FN Ipasvi ne denuncia 1023)

Attenzione ai falsi Infermieri
(la FN Ipasvi ne denuncia 1023)

Ipasvi mette in guardia dai falsi infermieri: 1.023 denunce nel 2010-2011

Il mercato dell’assistenza infermieristica territoriale e domiciliare ha allargato ancora di più il raggio d’azione per l’abusivismo professionale.

Per questo l’Ipasvi invita i cittadini a consultare online l'Albo degli infermieri, per tenersi al sicuro da quelli falsi.

30 Ottobre 2012

 Il fenomeno dell’abusivismo in ambito sanitario resta uno degli attentati maggiori alla salute del cittadino e alla credibilità della professione. Solo nell’arco del biennio 2010-2011, su 2.783 segnalazioni all’Autorità giudiziaria per esercizio abusivo, quelle relative alla categoria dei falsi ‘infermieri’ sono state oltre un terzo, per un totale di ben 1.023 soggetti denunciati. “Impostori che si fregiano di titoli che non posseggono o che fingono di essere professionisti di un determinato settore ed invece non lo sono, rappresentando un evidente pericolo per la società”, commenta la Federazione dei Collegi Ipasvi, spiegando che il mercato dell’assistenza infermieristica territoriale e domiciliare ha ancora di più allargato il raggio d’azione dei falsi infermieri. Non è un caso, dunque, se dall’associazione ‘Sportello dei diritti’ della Federazione arrivi l’accorato appello ai cittadini “ad eseguire controlli accurati, consultando l’Albo nazionale Ipasvi”, disponibile sul portale della Federazione all’indirizzo (http://www.ipasvi.it/chi-siamo/ricerca-albo.htm), prima di mettere la propria salute nella mani di un sedicente infermiere. L’Ipasvi sottolinea, comunque, che il database nazionale dal quale questo servizio attinge le informazioni è realizzato sulla base degli elenchi degli iscritti forniti dai 103 Collegi Ipasvi. “I dati pubblicati, quindi, sono solo indicativi e non hanno - né potranno avere - alcun carattere di ufficialità, in quanto è solo il Collegio provinciale che può certificare l'iscrizione all'Albo”.

FONTE WEB: http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=11678

 


 
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