Documentazione

Infermieristica legale e forense

Del: 26/02/2015 - Di: Luca Benci - Titolo: Muore per farmaco sbagliato. Confermata dalla Cassazione condanna a Infermiere Coordinatore (Sentenza n. 2192 del 16 gennaio 2015)

Muore per farmaco sbagliato. Confermata dalla Cassazione condanna a Infermiere Coordinatore
(Sentenza n. 2192 del 16 gennaio 2015)

Cassazione: Paziente muore per farmaco sbagliato. Confermata condanna per omicidio colposo a “infermiere coordinatore” che non aveva segnalato allergia riportata nell’anamnesi

Il medico incaricato dell’anamnesi, in presenza dell’infermiere coordinatore, aveva segnalato un’allergia all’amoxicillina, ma in reparto gli viene comunque prescritta dal medico e somministrata causandone il decesso. Per la Corte l’infermiere coordinatore aveva comunque l’obbligo di vigilare e segnalare l’errore essendo a conoscenza dell'allergia del paziente.

Qui scaricabile l’intero testo della sentenza della Suprema Corte di Cassazione (sezione IV) n. 2192 del 16 gennaio 2015 http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=6910065.pdf  

12 FEB – La Corte di cassazione (sezione IV, sentenza 16 gennaio 2015, n. 2192) torna sulla responsabilità infermieristica e sulla posizione di garanzia in capo a ogni esercente la professione sanitaria su un caso interessante di responsabilità professionale che trae origine da un errore medico nella prescrizione di un farmaco. Il fatto è degno di essere attentamente ricostruito – per quello che è possibile fare all’interno di una sentenza della Corte di cassazione, non essendo conosciuti i riferimenti dei precedenti gradi di giudizio di merito – nella sua interezza. Un medico durante l’anamnesi (curiosamente chiamata “intervista” nella sentenza) di un paziente – avvenuta alla presenza di un infermiere coordinatore –rileva l’allergia all’amoxicillina del paziente stesso. Il farmaco viene lo stesso prescritto e successivamente somministrato, all’interno di una sala operatoria, da un’infermiera, causandone la morte in “pochi secondi”. In primo grado entrambi gli infermieri vengono assolti. In appello viene assolta l’infermiera somministrante e condannato l’infermiere coordinatore in quanto la Corte di appello “ha evidenziato la concreta sussistenza di una “specifica posizione di garanzia” in capo all’infermiere coordinatore. Tale posizione di garanzia viene posta a tutela dell’incolumità del paziente, “tenuto conto, in particolare, della qualifica professionale di vertice rivestita dall'imputato, onerato di precisi doveri sinergici di organizzazione, di gestione, di sovraintendimento e di segnalazione”. Sostanzialmente si è contestato all’infermiere coordinatore “la trascuratezza …nell'omettere di procedere alle dovute segnalazioni ai fini della correzione degli errori contenuti nella documentazione clinica riguardante il paziente”. A fronte, cioè dell’errore medico, il coordinatore aveva l’obbligo di “sottoporre a una nuova verifica, o a un più accurato controllo, detta documentazione clinica”. Omettere tale segnalazione significa violare “le regole imposte dall’arte infermieristica”. Nel ricorso per cassazione il coordinatore produce tre motivi di impugnazione di nostro interesse. Nel primo contesta l’omessa valutazione di tre circostanze: la prima legata alla mancata disponibilità materiale della cartella il giorno dell’intervento; la seconda circostanza è relativa all'assenza del coordinatore dall'ospedale, “nei due giorni precedenti l'intervento” per turno di riposo “durante i quali il personale medico avrebbe dovuto provvedere alla verifica e ai necessari controlli sulla correttezza delle prescrizioni terapeutiche disposte nei confronti del paziente”. Ultima circostanza non valutata – secondo il coordinatore – era relativa al fatto che la materiale somministrazione fosse avvenuta in sala operatoria dove erano presenti altri due coordinatori. La Suprema Corte individua la fonte della responsabilità del coordinatore nella posizione di garanzia richiamando le leggi di abilitazione all’esercizio professionale (legge 42/99, profilo professionale ex DM 739/1994, legge 251/2000 e 43/20006) e gli obblighi costituzionali ex art. 3 e 32 Cost. Come è noto la “posizione di garanzia” si sostanzia nell’obbligo “giuridico che grava su specifiche categorie di soggetti previamente forniti degli adeguati poteri giuridici, di impedire eventi offensivi di beni altrui, affidati alla loro tutela per l’incapacità dei titolari di adeguatamente proteggerli” (Mantovani, 2001). Con la posizione di garanzia si crea uno speciale vincolo tra il soggetto debole e il “garante”, tra chi, in questo caso l’infermiere, deve preservare da danni il paziente indicato come soggetto debole. Viene riconosciuta al coordinatore la posizione di garanzia, classificata dalla dottrina giuridica come di concezione mista “sostanziale-formale”, che trova le sue fonti nella Costituzione e nella normativa di settore. Non è una novità assoluta: è dalla fine degli anni novanta dello scorso secolo che l’elaborazione della posizione di garanzia viene sempre maggiormente riconosciuta alle professioni sanitarie. L’elemento di novità di questa sentenza risiede nel riconoscimento all’infermiere coordinatore, tenuto conto, come abbiamo visto, della “qualifica professionale di vertice rivestita” da cui conseguono “precisi doveri sinergici di organizzazione, di gestione, di sovraintendimento e di segnalazione”. In questi ultimi decenni, pur nella imprecisione delle non chiarissime norme di carattere contrattuale e legislativo, abbiamo assistito al consolidamento della figura del coordinatore come figura, quanto meno di fatto, tendenzialmente gestionale. Sicuramente più spostata verso l’attività organizzativa che non quella clinica. Il coordinatore non viene di conseguenza percepito come l’equivalente, nell’ambito del comparto, della figura ex primariale della dirigenza, che come è noto, conserva una importante attività clinica da affiancare alla funzione gestionale. Il coordinatore nei fatti è verosimilmente - insieme alle posizioni organizzative del comparto - l’unica figura sanitaria gestionale praticamente a tempo pieno. Questa sentenza restituisce al coordinatore una competenza clinico assistenziale e, di conseguenza, la responsabilità connessa. Non solo aspetto gestionale ma, quindi, anche compiti di “sovraintendimento” (ovviamente clinico) e di “segnalazione”. Tra l’altro, al coordinatore è stato anche contestato, un altro aspetto “assistenziale”. Nei giorni precedenti egli stesso aveva somministrato un anticoagulante al paziente, in previsione dell’intervento chirurgico poi rimandato, e nell’annotazione “di tale circostanza sulla scheda di terapia unica aveva tralasciato di riesaminare con attenzione detta scheda, sulla quale era già stata riportata la prescrizione del farmaco X. , antibiotico della famiglia delle penicilline, senza rilevarne (e conseguentemente segnalarne l'occorrenza al personale medico e infermieristico interessato) la chiara incompatibilità con l’allergia”. La mancata segnalazione, dunque, dell’errore medico come causa prima della condanna (per omicidio colposo). Il processo di somministrazione dei farmaci deve essere portato avanti dall’infermiere in modo “non meccanicistico (ossia misurato sul piano di un elementare adempimento di compiti meramente esecutivi), occorrendo viceversa intenderne l'assolvimento secondo modalità coerenti a una forma di collaborazione con il personale medico orientata in termini critici. Quindi collaborazione nei confronti del medico in modo critico laddove si possano supporre errori a danno di pazienti. Questo, precisa la Suprema Corte, non viene attuato “al fine di sindacare l'operato del medico (segnatamente sotto il profilo dell'efficacia terapeutica dei farmaci prescritti), bensì allo scopo di richiamarne l'attenzione sugli errori percepiti (o comunque percepibili), ovvero al fine di condividerne gli eventuali dubbi circa la congruità o la pertinenza della terapia stabilita rispetto all'ipotesi soggetta a esame”. In caso di dubbi compete all’infermiere la segnalazione al medico. Questo si colloca in una consolidata giurisprudenza. In un’antica sentenza la Corte precisò che in caso di errori e di dubbi sulla prescrizione era compito dell’infermiere di “attivarsi…..al precipuo scopo di ottenerne una precisazione per iscritto che valesse a responsabilizzare il medico e a indurlo a una eventuale rivisitazione della precedente indicazione…”. Con le parole della cassazione di oggi, in seguito all’errore di una prescrizione, derivano, nei confronti dell’infermiere “obblighi giuridici di attivazione e di sollecitazione volta a volta specificamente e obiettivamente determinabili in relazione a ciascun caso concreto” (Corte di cassazione, IV sezione, sentenza n. 1878/2000). Sempre di più, quindi, responsabilità all’interno dell’équipe, anche se questo caso non può essere annoverato come classico caso di responsabilità di équipe. In quest’ultima responsabilità, infatti, l’agire professionale è caratterizzato dal c.d. “principio dell’affidamento”. Il principio dell’affidamento consiste nel “rendere responsabile il singolo professionista del corretto adempimento dei compiti che gli sono affidati e di fatto sgravarlo dall’obbligo di sorvegliare il comportamento altrui al superiore fine dell’interesse della vita e della salute del paziente” (Fiandaca G, Musco E, 1995). In questo caso, coerentemente con un filone interpretativo ormai pacifico, non era applicabile il principio dell’affidamento in quanto il coordinatore avendo agito colposamente omettendo la segnalazione, non poteva confidare nell’eliminazione dell’errore da parte di chi gli succedeva nella posizione di garanzia. A parte queste annotazioni strettamente giuridiche, la notazione finale a cui possiamo giungere è relativa alla stretta intimità di rapporti tra professione medica e professione infermieristica nell’agire quotidiano.

Luca Benci Giurista

FONTE WEB: http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=25941


 
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Del: 29/01/2014 - Di: Chiara D'Angelo - Titolo: Apre in Italia il primo studio di Infermieristica forense (è in Veneto. Intervista al Dr Pais)

Apre in Italia il primo studio di Infermieristica forense
(è in Veneto. Intervista al Dr Pais)

Apre in Italia il primo studio di Infermieristica forense

Le controversie legali che investono i professionisti sanitari sono sensibilmente aumentate negli ultimi anni. La moltiplicazione delle cause per supposti casi di malpractice fa emergere la necessità, da parte del personale sanitario, di poter avvalersi di consulenze tecniche qualificate in grado di stabilire la correttezza delle pratiche messe in atto nei processi di cura ed assistenza e delineare quindi in maniera scientifica i profili di responsabilità delle figure coinvolte. Questa funzione tecnico-consulenziale è, storicamente, sempre stata svolta da personale medico. Negli ultimi anni, anche in seguito al maggior riconoscimento del ruolo professionale autonomo e indipendente degli infermieri, è nata e si va lentamente affermando la coscienza dell’opportunità che, per giudizi tecnici riguardanti l’operato degli infermieri, sia una figura infermieristica ad esprimersi. Negli USA la specializzazione in infermieristica forense esiste già dal 1995 e la IAFN (INTERNATIONAL ASSOCIATlON OF FORENSIC NURSING) definisce che la professione di infermiere legale consiste nell’applicazione delle conoscenze infermieristiche alle procedure pubbliche giudiziarie; consiste inoltre nell’applicazione di procedimenti propri della medicina legale in combinazione con una preparazione biopsicosociale dell’infermiere diplomato nel campo dell’indagine scientifica, del trattamento di casi di lesione e decesso di vittime di abusi, violenza ed incidenti traumatici. La figura dell’Infermiere legale e forense è del tutto nuova nel panorama sanitario italiano, fa la sua comparsa nel 2005 anno in cui sono nati i master in Infermieristica legale e forense, percorsi formativi ad hoc mirati a fornire questo tipo di competenza specialistica; sono stati istituiti i primi Albi dei Consulenti Tecnici d’Ufficio (Infermieri) e dei Periti (Infermieri) presso i Tribunali; si va radicando la convinzione che questa sia la giusta espressione del supporto tecnico alla tutela professionale in sede giudiziaria. C’è chi, primo in Italia, ha creato uno Studio di Infermieristica Forense, proponendosi come professionista specializzato in questa (ed altre) branche dell’infermieristica. Ne parliamo con il protagonista, dott. Luigi Pais Dei Mori. Dott. Pais, Lei ha aperto il primo studio in Italia di Infermieristica Forense; com’è nata e come si sviluppa questa idea professionale? Sono un “giovane Infermiere”, nasco professionalmente nel 1997 e dal 2003 esercito in libera professione. L’evoluzione formativa che ho seguito nasce dalla volontà di “seguire i miei sogni”, di approfondire quello che più mi stimola e mi affascina. E così conseguo prima il master in funzioni di coordinamento delle professioni sanitarie e poi quello in Infermieristica forense e gestione del rischio clinico. Il mix delle conoscenze e competenze acquisite ha generato l’idea del focalizzare la mia attività libero professionale in via esclusiva negli ambiti definiti. Lo sviluppo dell’idea è un pochino più complesso: non è facile inserirsi in un ambito relativamente nuovo, spesso misconosciuto e soprattutto storicamente colonizzato dalla medicina legale. Ho deciso di prendermi un paio d’anni per lo start-up dello studio, mi sto facendo conoscere: invio mail di presentazione alle Aziende Sanitarie, agli studi legali, ho un sito internet (www.infermiereforense.it), diffondo idee e stimoli tramite i social (gestisco due profili su Facebook, (Infermiere Forense ed Infermiere CTU e CTP, due su Twitter, uno su Google +): sto portando avanti la mia idea con la consapevolezza che ci vuole tempo e pianificazione. Parlando di tutela e perizie legali in campo sanitario, il pensiero collettivo va in prima battuta al mondo medico; senza dubbio è un limite concettuale che va superato; a che punto siamo? Quali secondo Lei le strade più proficue da percorrere per giungere prima e meglio all’obiettivo della completa definizione e del totale riconoscimento della Professione infermieristica a 360°? Siamo piuttosto indietro, purtroppo, ma vedo che pian pianino qualcosa si muove. Storicamente la “perizia” (ed il termine la dice lunga…) in ambito sanitario è medica. E questo è un concetto radicato sia nel cittadino che nel mondo giuridico. Ma il mondo è andato avanti nel frattempo, esiste la medicina ed esiste l’Infermieristica, quindi esiste la Perizia Medico-Legale e la Perizia Infermieristico-Legale. Per noi sanitari è lapalissiano, ma rendere evidente la pluralità disciplinare e quindi i confini delle professioni è molto difficile. E’ difficile soprattutto, nel nostro specifico, sradicare una prassi consolidata da decenni: è il medico responsabile dell’infermiere e quindi la valutazione della responsabilità infermieristica deve essere fatta da lui. Faccio fatica perfino a dirlo, ma è l’assoluta normalità. Questo è radicato nella testa di molti avvocati che non chiedono consulenze o perizie di parte e nella testa di molti giudici che non si avvalgono della consulenza d’ufficio dei CTU Infermieri. Per cambiare questo, a mio avviso, si deve partire diffondendo la cultura dell’Infermieristica forense: solo ed esclusivamente un Infermiere può definire il profilo di responsabilità professionale di un Infermiere, perché solo un Infermiere è titolare della Disciplina Infermieristica. Sogno generazioni di Infermieri CTU (Consulenti Tecnici d’Ufficio), CTP (Consulenti Tecnici di Parte) e Periti all’interno dei Tribunali e a disposizione dei difensori. Servono per questo Professionisti preparati, consapevoli, esperti; la formazione specifica ha ancora parecchi problemi da superare rispetto all’eterogeneità, a carenze formative; ci sono percorsi troppo diversificati, ci sono ancora pochi Infermieri Forensi che formano Infermieri Forensi… e questo è molto limitativo. Il riconoscimento della Professione Infermieristica a 360 gradi nasce primariamente dalla voglia dei singoli Infermieri di farsi riconoscere a 360 gradi, ogni giorno, nell’agire quotidiano, nella relazione con il cittadino e con gli altri professionisti sanitari. Infermieri radicalmente consapevoli della propria autonomia e conseguente responsabilità sono già riconosciuti a 360 gradi: gli strumenti legislativi e deontologici ci sono per questo. La Professione infermieristica a tutto tondo; responsabilità, funzioni, tutela… quanto è avvertita, a Suo dire, la percezione dell’autonomia e delle prerogative della Professione, sia fra gli Infermieri che fra i “non addetti ai lavori”? Questo è un altro tema delicato; ed il dramma che a volte ho incontrato riguarda proprio questo aspetto: dal punto di vista giuridico non ci sono scriminanti per l’Infermiere “inconsapevole” o che “rifiuta la propria autonomia”. Troppe volte ho ascoltato colleghi che si trincerano dietro “l’ha detto il medico” o peggio “il medico non mi ha detto niente a riguardo”. Autonomia e responsabilità nascono, legislativamente, dalla Legge 42/99, ma la Disciplina Infermieristica già definiva il campo materiale di studio dell’Infermieristica e, conseguentemente le autonomie e responsabilità proprie. Il Codice Deontologico completa e affina i concetti di autonomia e responsabilità; pochi sanno che l’ultimo (2009) è il quarto Codice della nostra Professione in Italia. Questo intendo quando dico che il primissimo lavoro deve essere fatto sui Professionisti stessi, sugli studenti dei Corsi di Laurea: dobbiamo formare Professionisti Infermieri più consapevoli ed orgogliosi dello propria Autonomia e Responsabilità. Il “resto del mondo” deve essere informato dell’evoluzione professionale dell’Infermiere, ma soprattutto, ripeto, deve vederlo nel quotidiano, nell’esercizio professionale. Escludo da questo ragionamento, i medici nel loro complesso, che, soprattutto ultimamente, sono assai attenti alla nostra evoluzione… purtroppo per i motivi sbagliati, vedi la tematica delle “competenze avanzate”. A suo parere quanto è sentita, fra i colleghi infermieri ma anche, più in generale, all’interno del sistema sanitario, la necessità di formazione specifica riguardo agli aspetti dell’infermieristica legale e forense? Credo molto. Non è facile per noi sanitari, abituati a pensare e ragionare in ambito sanitario, inserirsi in un mondo che è totalmente diverso dal nostro, un mondo che a volte facciamo fatica a capire, con alcune rigidità specifiche e liturgie proprie… non per nulla il Processo non si svolge, si “celebra”. Ed in questo mondo “diverso” è necessario inserirsi in modo consapevole, portando il valore aggiunto che deriva dal nostro specifico professionale e che non è più “delegabile” ad altre professioni. Abbiamo parlato del ruolo dell’Infermiere Forense in ambito peritale, ma lo specifico spazia nell’universo della salute penitenziaria, nell’abuso di sostanze, nelle violenze, nella gestione del rischio clinico, ecc. Il Sistema Salute è sempre più articolato e complesso e parimenti le risposte devono essere specifiche. Mi sto sempre più rendendo conto dell’insufficienza anche della formazione specifica. All’interno del mio Studio vorrei differenziare le “ultra-specialità” per creare Infermieri Legali e Forensi dedicati pienamente a singoli aspetti dell’Infermieristica Legale e Forense. Lei è anche presidente del collegio IPASVI di Belluno che ruolo stanno giocando i Collegi in questo percorso di edificazione della coscienza professionale dell’Infermieristica Forense? I Collegi hanno un ruolo determinante: essi nascono infatti, per volere dello Stato, a tutela del Cittadino; pertanto i primi organi interessati alla corretta veicolazione dei messaggi e allo sviluppo della coscienza professionale sono proprio i Collegi Provinciali. Nello specifico poi, essi erogano parere obbligatorio per l’iscrizione ai singoli Albi del Tribunale (CTU e Periti) qualora l’Infermiere ne faccia richiesta al Tribunale. E grande, a questo proposito, è la responsabilità degli stessi nella definizione dei criteri formativi, professionali e deontologici che possano ottemperare positivamente alla richiesta di iscrizione. A Belluno siamo molto rigidi su questo, proprio perché il Consiglio Direttivo del Collegio ha condiviso e deliberato in merito ben percependo la responsabilità istituzionale che soggiace dietro l’autorizzazione all’esercizio delle funzioni peritali. Unitamente, ho coinvolto, per il tramite della Federazione Nazionale, tutti i Collegi d’Italia nella mappatura degli Infermieri iscritti nei singoli Albi per CTU e Periti dei Tribunali, in modo da avere una base-dati di partenza per fare dei ragionamenti rispetto alla diffusione dei Professionisti, ai titoli, all’esperienza. E’ necessario, a mio avviso, comprendere il fenomeno e cominciare ad intervenire miratamente coinvolgendo, “facendo rete”, diffondendo cultura, formazione continua mirata, il tutto per riappropriarci di aspetti propri della nostra professione in modo responsabile e consapevole. Vedremo gli sviluppi… Riguardo alla sua attività di Infermiere Forense, ci racconti l’aneddoto che ricorda con più piacere… e anche quello che le ha lasciato l’amaro in bocca…. La mia prima consulenza tecnica: il Giudice mi incarica di effettuare un accertamento tecnico d’ufficio circa la responsabilità professionale infermieristica in seguito ad un danno invalidante per il quale la parte lesa aveva chiesto un cospicuo risarcimento. Ed il tutto è partito perché il medico legale di parte aveva effettuato una perizia medico legale indicando chiaramente che la causa di tutto era “la malpractice infermieristica”. Studiando meticolosamente la cartella infermieristica ho dimostrato che il comportamento degli Infermieri era pressoché ineccepibile rispetto alla miglior pratica clinica evidente e che quindi, se c’è stata malpractice non era certo infermieristica. Soddisfazione a parte però, questo mi ha fatto ulteriormente pensare a quante volte i profili di responsabilità non sono stati valutati correttamente, quindi con condanne o assoluzioni potenzialmente sbagliate, per il “semplice” fatto che non c’era un Infermiere a valutare un Infermiere. Ho sentito l’amaro in bocca, unitamente a molta rabbia e vergogna, ascoltando ad un convegno, la sorella di Stefano Cucchi e la nipote di Franco Mastrogiovanni, due casi le cui sentenze hanno fatto notizia e che evidenziano una serie di errori ed omissioni professionali indegne e con conseguenza, notoriamente, drammatiche. Anche qui, purtroppo, ho fatto lo stesso ragionamento di prima: l’Infermieristica agli Infermieri, ovunque! Cosa pensa del sindacato di categoria? A suo avviso ritiene possibile una sinergia fra l’IPASVI e il sindacato professionale e se sì, quali vantaggi potrebbe apportare questa sinergia alla professione? La domanda mi permette di ribadire un concetto importante: l’Ordine professionale è una istituzione dello Stato che nasce a tutela del Cittadino, il Sindacato nasce a tutela del Professionista. Tra l’Ordine professionale ed il Sindacato il tramite è la Professione con le sue implicazioni e ricadute, dirette ed indirette, sul Cittadino. In quest’ottica e nel rispetto dei mandati specifici vedo solo sinergie possibili.

 FONTE WEB:

http://www.infermieristicamente.it/2013/12/13/veneto-apre-il-primo-studio-in-italia-di-infermieristica-forense/


 
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Del: 09/12/2013 - Di: Nestore Thiery - Titolo: la mediazione in materia medica e sanitaria (le novità del Decreto del fare )

la mediazione in materia medica e sanitaria
(le novità del Decreto del fare )

La mediazione in materia medica e sanitaria: le novità del DL Fare

21.09.2013

Le modifiche introdotte dal D.L. n.98/2013 (Decreto del Fare), convertito con modificazioni nella Legge n.98 del 2013, stabiliscono che la mediazione è obbligatoria, oltre che nei casi di responsabilità medica, anche nei casi di responsabilità sanitaria intesa come la responsabilità degli esercenti professioni sanitarie ossia per quelle controversie aventi ad oggetto il risarcimento del danno derivante da rapporti instaurati tra paziente e struttura sanitaria pubblica o privata. Il legislatore prende atto ormai dell’evoluzione giurisprudenziale in materia e della sostanziale equiparazione, sotto il profilo della responsabilità nei confronti del paziente, fra la prestazione del medico e quella della struttura sanitaria, sul presupposto che il rapporto che si instaura tra il paziente e la struttura sanitaria (pubblica o privata) deve qualificarsi alla stregua di un contratto d’opera professionale. Pertanto, anche la responsabilità dell’ente ospedaliero o clinico, dovendo considerarsi come disciplinata dalle norme che regolano la responsabilità professionale medica, è stata correlata alla disposizione di cui all’art. 2236 c.c. In questo modo, oltre alla classica responsabilità del medico quale prestatore d’opera intellettuale nei confronti del paziente vengono ricondotte nell’ambito della mediazione obbligatoria quelle fattispecie che attengono a prestazioni proprie delle strutture sanitarie inquadrate dalla giurisprudenza di legittimità nel c.d. rapporto da contatto sociale e nei contratti di spedalità. Col rapporto da contatto sociale si fa riferimento a tutti quei casi in cui l'ente ospedaliero risponde a titolo contrattuale per i danni subiti da un privato a causa della non diligente esecuzione della prestazione medica da parte di un medico che operi all’interno della struttura sanitaria. In tale fattispecie, l'obbligazione del medico, ancorché non fondata su contratto e connotata dall'affidamento che il malato pone nella professionalità dell'esercente una professione protetta, ha natura contrattuale e tale natura viene individuata non con riferimento alla fonte dell'obbligazione, ma al contenuto del rapporto. Per quanto attiene, invece, al contratto di spedalità si fa riferimento alle modalità di gestione e di organizzazione delle cure mediche ed alla circostanza che i servizi erogati dalla struttura sanitaria sono di fatto distinti ed ulteriori rispetto a quelli del personale medico. La giurisprudenza di legittimità, nel delineare questa nuova figura contrattuale, ha messo in luce oltre alla principale prestazione di curare il paziente erogata dalla struttura sanitaria anche tutta una serie di altre prestazioni (l’alloggio, l’alimentazione, gli impianti e le attrezzature cliniche, le risorse umane sanitarie e non), che concorrono in modo complesso ed unitario a garantire il risultato finale e da cui possono derivare, nei confronti dei pazienti, responsabilità della struttura sanitaria che prescindono dall’attività del personale medico

Avv Nestore Thiery e-mail: avv@nestorethiery.it

FONTE WEB: http://www.altalex.com/index.php?idstr=130&idnot=64550


 
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Del: 05/09/2013 - Di: Redazione TorinoToday - Titolo: Cade dalla barella: Infermiera e medico costretti a risarcire paziente (La Corte dei Conti ha emesso sentenza: medico di turno e infermiera dovranno risarcire la paziente con 5 mila euro a testa. Ma i colleghi non ci stanno)

Cade dalla barella: Infermiera e medico costretti a risarcire paziente
(La Corte dei Conti ha emesso sentenza: medico di turno e infermiera dovranno risarcire la paziente con 5 mila euro a testa. Ma i colleghi non ci stanno)

Redazione TorinoToday 4 settembre 2013

 

"Un precedente pericolosissimo". Così definisce la storia che stiamo per raccontarvi Nicola Guercio, medico legale dell'ospedale Molinette di Torino, dopo che un dottore e un'infermiera sono stati condannati a pagare 5 mila euro a testa ad una paziente caduta da una barella. La Stampa di Torino narra quello che è accaduto nel 2006 all'interno dell'istituto sanitario del capoluogo e che, sette anni dopo, ha avuto una sentenza dalla Corte dei Conti.

Era il 10 marzo quando è successo lo spiacevole episodio. Una donna era caduta dalla barella mentre l'infermiera l'aveva lasciata qualche istante da sola per occuparsi di un paziente le cui condizioni si erano improvvisamente aggravate. In quei minuti di assenza la donna aveva probabilmente provato ad alzarsi ma, non protetta dalla barriera della barella perché assente, era caduta a terra.

La sentenza emessa non ammette repliche. Medico di turno e infermiera dovranno risarcire la paziente per "colpa grave". In sede civile la donna aveva inoltre già ricevuto quasi 18 mila euro dall'ospedale.

Il risarcimento concesso rischia ora di aprire un nuovo scenario perché medici e infermieri saranno responsabili di tutto a fronte, dicono fonti interne all'ospedale di corso Bramante, di attrezzature sempre più precarie per colpa della crisi e dell'impossibilità di rinnovare. "E' una sentenza inaccettabile - dice il dottor Nicola Guercio a La Stampa -. Il paradosso è che fino a quando c’era la copertura di una compagnia assicurativa la Corte dei Conti non interveniva".

FONTE WEB: TorinoToday

http://www.torinotoday.it/cronaca/caduta-barella-molinette-risarcita-medico-infermiere.html


 
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Del: 02/09/2013 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Responsabilità penale per infusioni fuori vena (Corte di Cassazione, quarta sezione penale, nella sentenza n. 31133/11)

Responsabilità penale per infusioni fuori vena
(Corte di Cassazione, quarta sezione penale, nella sentenza n. 31133/11)

Gli Infermieri di turno hanno la responsabilità anche per cattivo funzionamento del dispositivo di allarme elettronico di una pompa di infusione che arresta la perfusione della soluzione, qualora l'infusione vada fuori vena.

Sussiste la responsabilità penale per lesioni colpose dell' Infermiere (e la responsabilità civile per danni in concorso con la ASL) che per negligenza ometta di effettuare i dovuti controlli durante il proprio turno, per accertarsi della corretta posizione  dell’ago della flebo. Ciò non permette di accorgersi tempestivamente dell'accidentale fuoriuscita dell'ago dal lume venoso che ha cagionato lesioni cutanee da ustioni dalle quali derivava una malattia di durata superiore a 40 giorni. 

Questi principi sono stati affermati dalla Corte di Cassazione, quarta sezione penale, nella sentenza n. 31133/11 con la quale è stato respinto il ricorso avanzato da due infermiere avverso la sentenza della Corte d’Appello di Lecce che aveva confermato la decisione del locale Tribunale che le aveva ritenute colpevoli del reato di lesioni colpose in danno di un piccolo paziente e condannate alla pena di 200,00 euro di multa, oltre al risarcimento, in solido con il responsabile civile Asl, dei danni da liquidarsi in separata sede, nonché al pagamento di una provvisionale di euro 10.000,00 in favore di ciascuna delle parti civili. 

La Suprema Corte - respingendo la tesi della difesa delle due infermiere che aveva sostenuto, tra l’altro, che le predette avevano fatto legittimamente affidamento sul buon funzionamento del dispositivo elettronico di allarme che presidiava la pompa di infusione, ha osservato che la negligenza di questi sanitari era consistita nell’avere sottovalutato le segnalazioni effettuare dalla madre del paziente che avrebbe dovuto indurle, pur in mancanza dei segnali d’allarme provenienti da questo dispositivo, a verificare che cosa stesse accadendo sotto la benda che fasciava il braccio del bambino che, a decorrere da una certa ora della notte, aveva iniziato a piangere ininterrottamente per le ustioni provocate dall’ago fuori vena.

FONTE WEB: http://quotidianoinfermieri.blogspot.it/2013/08/infusione-ago-vena.html?spref=fb

 


 
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Del: 01/09/2013 - Di: zork - Titolo: gtfFJGBBHftP (ETtKrnhGFNmBSydRZ)

gtfFJGBBHftP
(ETtKrnhGFNmBSydRZ)
XatOQS http://www.FyLitCl7Pf7kjQdDUOLQOuaxTXbj5iNG.com
 
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Del: 11/07/2013 - Di: gordon - Titolo: wltQWDTQDHThxuSsbY (VFlwwOvTTW)

wltQWDTQDHThxuSsbY
(VFlwwOvTTW)
htGAP5 http://www.QS3PE5ZGdxC9IoVKTAPT2DBYpPkMKqfz.com
 
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Del: 04/06/2013 - Di: Luca Benci - Titolo: Caso Marlia (Una querelle che può paralizzare l’attività sanitaria in radiologia)

Caso Marlia
(Una querelle che può paralizzare l’attività sanitaria in radiologia)

di Luca Benci

mi trovo mio malgrado costretto a intervenire per la seconda volta il caso Marlia. Sottolineo la mia assoluta indipendenza culturale e professionale che non ha alcun interesse a sposare una o l’altra tesi. La vicenda è nota ai lettori di Quotidiano sanità. Due tecnici sanitari di radiologia medica e due medici sono stati rinviati a giudizio per esercizio abusivo della professione medica (i medici in concorso) per avere effettuato (i tecnici) radiografie prescritte in assenza del medico specialista. La vicenda attiene quindi a una questione di pura legittimità e non di responsabilità professionale. Non è quindi una vicenda classificabile all’interno della c.d. malasanità e non vi sono parti lese. In discussione è la liceità dell’agire professionale e dell’autonomia del tecnico di radiologia. Il tutto originato da un esposto di una sigla sindacale medica e non di un paziente quindi. Quotidiano sanità ha pubblicato un mio intervento il 20 maggio e il 24 maggio è stata pubblicata una lettera di Licia Gianfaldone, avvocato penalista, la  quale polemizza con il sottoscritto partendo da alcuni presupposti, di fatto, errati. Tento di spiegarmi. Scrive Gianfaldone: “Marlia è un presidio ospedaliero distante 10 chilometri da Lucca. Nella struttura di Marlia non erano presenti medici radiologi né erano previsti nell’organico della radiologia. I pazienti, in virtù di una procedura di gestione organizzativa interna, ricevevano le prestazioni diagnostiche da parte dei soli tecnici sanitari per poi gli esami essere refertati dal medico radiologo a Lucca senza che questi – addirittura - vedesse il paziente, come se il rapporto medico-paziente potesse essere virtuale e la medicina si componga di rigidi protocolli e di meri aspetti tecnici”. Poi conclude, in fondo al suo intervento, domandandosi se “ha ancora senso mantenere in vita quei presidi che non rispettano i livelli minimi di accreditamento”. Come è facilmente riscontrabile dal sito web dell’azienda sanitaria di Lucca Marlia non è un ospedale ma una “casa della salute”. Oggi con questa espressione si intende un poliambulatorio dove insistono più attività. Sono strutture che nascono sul territorio e si sviluppano maggiormente – in Toscana erano preesistenti - in relazione al c.d. decreto Balduzzi sulla riforma della sanità territoriale. La questione è nota: con il D.L 13 settembre 2012, n. 158 “Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del paese mediante un più alto livello di tutela della salute” e relativa legge di conversione si è voluto dare un assetto alla medicina di base più ampia e completa dell’attuale. Si trasforma l’esercizio professionale singolo del medico favorendo l’aggregazione di più medici di medicina generale tra di loro costituendo le unità complesse di cure primarie – che alcune regioni chiamano case della salute – e “privilegiando la costituzione di reti di poliambulatori territoriali dotati si strumentazione di base , aperti al pubblico per tutto l'arco della giornata, nonché nei giorni prefestivi e festivi con idonea turnazione, che operano in coordinamento e in collegamento telematico con le strutture ospedaliere”. Esattamente l’organizzazione della casa della salute di Marlia, dotata di strumentazione di base e che si avvale – è sempre la legge a dirlo – del contributo della professionalità “degli infermieri, delle professionalità ostetrica, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione e del sociale a rilevanza sanitaria”. In futuro aperte ventiquattro ore al giorno per sette giorni alla settimana.
Nel caso che ci interessa, quindi, una radiologia in collegamento telematico con le strutture ospedaliere. Non sono quindi strutture obsolete ma sono strutture nuove previste dalle nuove leggi sulla riorganizzazione della sanità territoriale che nascono e si sviluppano anche per evitare accessi inappropriati alle strutture ospedaliere. Il tutto sfruttando le normative sull’esercizio professionale delle professioni sanitarie e i loro livelli di autonomia e professionalità e non per ripercorrere l’organizzazione della struttura ospedaliera. Scrive l’avvocato Gianfaldone che ridurre il tutto alla “presunta autonomia” del tecnico di radiologia è un “falso problema”. Non si capisce perché usi tale espressione. L’autonomia del tecnico di radiologia, al pari della altre professioni sanitarie, nasce dal riconoscimento della legge 10 agosto 2001, n. 251 laddove all’articolo 3 riconosce alle professioni tecnico-sanitarie proprio l’autonomia professionale. Non è presunta dunque l’autonomia ma è riconosciuta dal diritto positivo vigente con una norma, tra l’altro, successiva a quella della radioprotezione e che si riallaccia alle normative di esercizio professionale del 1999 formandone un unicum complessivo. Ricordiamo che stiamo parlando di un procedimento penale per esercizio abusivo della professione medica laddove – questo sembra di capire – l’avvocato Gianfaldone auspica una condanna a dei tecnici solo per avere, dietro prescrizione medica, eseguito radiografie. Ricordiamo allora di quale norma stiamo parlando. L’articolo 348 del codice penale recita testualmente: “Chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da euro 103 a euro 516”. L’articolo 348 c.p. è una “norma penale in bianco” che presuppone e rimanda ad altre disposizioni che determinano le condizioni oggettive e soggettive in difetto delle quali non è consentito, ed è quindi abusivo, l'esercizio dell'attività protetta. E’ una norma che tutela l’interesse pubblico, il diritto alla salute nel caso specifico. Nasce per combattere l’abusivismo professionale. Esempi tipici: il non abilitato che si improvvisa dentista, fisioterapista, medico, infermiere ecc. Qui vi è da decidere se sanzionare in sede penale un tecnico sanitario di radiologia medica che svolge, dietro prescrizione medica, all’interno di una struttura pubblica e della sua relativa organizzazione, esami radiografici. C’è da decidere se le norme integratrici del precetto penale siano insufficienti per permettergli questa attività. Le riassumiamo: il tecnico di radiologia è l’operatore “sanitario abilitato a svolgere in via autonoma… tutti gli interventi che richiedono l’uso di sorgenti di radiazioni ionizzanti, sia artificiali che naturali”; ha un “campo proprio di attività e di responsabilità”, “agisce con autonomia professionale” e potremo continuare sottolineando il fatto che si forma all’interno della facoltà di medicina e chirurgia con apposita laurea. Dovrebbe occuparsi – un laureato alla facoltà di medicina – di meri “aspetti pratici” delegati dallo specialista? Un ordinamento giuridico che prevede una laurea per un lavoro così limitato da un punto di vista professionale? Si può prevedere – domanda retorica – una delega per un’attività che è già “propria”? E’ quindi esercizio abusivo? I massimari di giurisprudenza – sia di legittimità che di merito - non ne riportano traccia. Mai sollevato questo problema in quanto dalla sistematica lettura delle varie norme di abilitazione di esercizio professionale non si può che arrivare alla conclusione della liceità. Un’ultima considerazione sulla presunta superiorità della norma di recepimento della direttiva europea. Vera in generale sulle questioni che sono di competenza del diritto comunitario, non su quelle che ne sono sottratte. Il diritto comunitario si occupa di libera circolazione e, in sanità su questi aspetti, di titoli professionali e della loro omogeneizzazione. Le norme di esercizio professionale sono determinate dai diritti dei singoli stati membri e, per il diritto italiano, dall’articolo 117 della Costituzione. Tutta questa querelle diventa curiosa e può portare effetti paralizzanti dell’attività sanitaria in radiologia non a tutela certo del diritto alla salute ma di una parte di una categoria professionale che strumentalmente il diritto per motivi di difesa corporativa. Il diritto come strumento di lotta sindacale, quindi.

FONTE WEB: http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=15145

Lettere al Direttore di quotidianosanità.it Quotidiano online di informazione sanitaria del 4 giugno 2013

 


 
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Del: 27/05/2013 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Rapporto ottimale di continuità assistenziale (Consiglio di Stato così si esprime)

Rapporto ottimale di continuità assistenziale
(Consiglio di Stato così si esprime)

Consiglio di Stato: RAPPORTO OTTIMALE DI CONTINUITA' ASSISTENZIALE
Il fatto
Una Azienda Sanitaria Locale della provincia di Reggio Calabria ha disattivato 11 postazioni del servizio di Continuità Assistenziale sul presupposto che l’Accordo Collettivo Nazionale, integrato dall'Accordo Integrativo Regionale, ha modificato il valore del rapporto necessario per individuare il fabbisogno di medici da adibire al sevizio da 1 medico/5000 abitanti a 1 medico/3500.
Alcuni Comuni della zona e diversi cittadini hanno adito il TAR per ottenere l’annullamento delle delibere aziendali.
Profili giuridici
Il giudice amministrativo di primo grado ha accolto il ricorso, ma solo nella parte in cui il rapporto ottimale deve essere posto in relazione non ad ognuno dei medici in servizio presso la medesima postazione di continuità assistenziale, bensì alla postazione nella sua unicità.
Con successivo appello la ASL ha inteso censurare l'erroneità di tale interpretazione.
Ha chiarito il Consiglio di Stato che il dato testuale della disposizione contrattuale fa specifico riferimento al medico quale singolare operatore, delineando il rapporto ottimale solo tra ciascun sanitario ed un numero di residenti reputato congruo in base al parametro predefinito. Sebbene il servizio di C.A. si basi su postazioni a quattro sanitari, le norme stesse non considerano il dato "postazione", essendo questa non il soggetto del servizio, ma solo il suo modulo organizzativo; pertanto, il fabbisogno dei medici si calcola soltanto con riguardo al numero complessivo di residenti assistibili.
Esito del giudizio
Il Consiglio di Stato ha accolto l’appello proposto dalla Azienda Sanitaria.

 


 
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Del: 24/05/2013 - Di: Ennio Grassini - Titolo: Verifica conoscenze e manualità minimali dei collaboratori (obbigo del Direttore sanitario di verifica di abilitazioni e abilità dei collaboratori)

Verifica conoscenze e manualità minimali dei collaboratori
(obbigo del Direttore sanitario di verifica di abilitazioni e abilità dei collaboratori)

Verifica conoscenze e manualità minimali dei collaboratori

Il responsabile di uno studio medico - Direttore responsabile della struttura - per la peculiarità della funzione posta a tutela di un bene primario, ha l'obbligo di verificare, in via prioritaria ed assorbente, non solo i titoli formali dei suoi collaboratori, curando che in relazione ai detti titoli essi svolgano l'attività per cui risultano abilitati, ma ha altresì l'ulteriore, concorrente e non meno rilevante obbligo di verificare in concreto, che, al formale possesso delle abilitazioni di legge, corrisponda un accettabile standard di "conoscenze e manualità minimali", conformi alla disciplina ed alla scienza medica in concreto praticate. Una volta accertato il mancato rigoroso adempimento degli obblighi di verifica formale dei titoli abilitanti il concreto esercizio della professione, il direttore dello studio medico, non solo risponde del concorso nel reato di esercizio abusivo della professione con la persona non titolata, ma risponde del pari, degli illeciti, prevedibili secondo l'"id quod plerumque accidit" e derivati dalla mancata professionalità del collaboratore la cui competenza formale e sostanziale non sia stata convenientemente verificata. Lo ha sancito una sentenza della Corte di cassazione penale.

Avv Ennio Grassini da www.dirittosanitario.net

FONTE WEB: da DoctorNews33 il Quotidiano online del medico italiano del  24 maggio 2013 http://www.doctor33.it/verificanbspconoscenze-e-manualita-minimali-dei-collaboratori/diritto-sanitario/news-46160.html?xrtd=PLXAARSLALVRXXPSSTYPPY&f=1#f


 
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Del: 22/05/2013 - Di: A.Farneti M.Cucci e G.Gavana - Titolo: Nursing forense (nuove prospettive)

Nursing forense
(nuove prospettive)

Le prospettive dell’Infermieristica forense, disciplina assolutamente nuova ed in via di definizione in Italia, al fine di esercitare la professione infermieristica in ambiti specialistici e allo scopo di fornire anche contributi culturali, scientifici, accademici e di ricerca, sono oggetto di interessante dibattito che coinvolge non solo le professioni sanitarie, ma anche l’area medico-legale, giuridica, etica, bioetica e deontologica. Numerose pubblicazioni hanno affrontato il problema anche per fornire un senso alle svariate e disomogenee esperienze di formazione universitaria tramite percorsi post-base di Master specifici in diverse sedi universitarie sia di I che di II livello. Nascono esperienze interessanti, ma ancora acerbe, tramite la consulenza professionale svolta in ambiti differenti, tramite l’associazionismo, l’attività degli organi istituzionali di rappresentanza della professione infermieristica (Collegi provinciali ipasvi) ed aumentano gli spazi in considerazione del fatto che l’infermiere   rappresenta quel professionista che a 360 gradi viene impiegato nella Pubblica sicurezza, nelle carceri, negli Enti previdenziali, nei Comitati Etici, in Psichiatria, come Consulente nei Tribunali. Tuttavia è paradossale come nonostante la prassi quotidiana ponga l’Infermiere a  contatto con problematiche di squisito interesse medico legale nei Pronti soccorso, nell’emergenza territoriale, nei confronti di queste tematiche non è prevista alcuna preparazione culturale e tecnica nel corso di base. A. Farneti , M. Cucci, G. Gavana, dell’ Istituto di Medicina Legale e delle Assicurazioni Università degli Studi di Milano approfondiscono il tema partendo dalla nascita di questa disciplina negli USA

LINK dal quale possibile scaricare integralmente il loro articolo: http://www.ipasvimi.it/allegati/ioInfermiere/650.pdf


 
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Del: 19/05/2013 - Di: Luca Benci - Titolo: Di chi responsabilità della corrispondenza tra giacenza reale e contabile del registro stupefacenti ? (Sentenza 8058 del 23 gennaio 2013 - Corte cassazione, III Sezione Penale, Tribunale Rieti)

Di chi responsabilità della corrispondenza tra giacenza reale e contabile del registro stupefacenti ?
(Sentenza 8058 del 23 gennaio 2013 - Corte cassazione, III Sezione Penale, Tribunale Rieti)

Il giurista Luca Benci chiarisce la dibattuta tematica di chi sia l’effettiva responsabilità della corrispondenza tra giacenza reale e contabile del registro stupefacenti. Inequivocabilmente la Legge 8 febbraio 2001, n. 12 “Norme per agevolare l’impiego dei far­maci analgesici oppiacei nella terapia del dolore”, con gli artt.2b, ter, quater e quinques, va ad aggiungersi alla conosciutissima norma divenuta storico Testo Unico del  DPR 9 ottobre 1990, n. 309 “Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e so­stanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”.  In particolare l’art. 2-quater dice che  il Dirigente medico preposto all’u­nità operativa è responsabile della effettiva corri­spondenza tra la giacenza contabile e quella reale delle sostanze stupefacenti e psicotrope di cui alle tabelle I, II, III e IV previste dall’articolo 14. Il tutto suffragato dalla recente Sentenza 8058 della Corte di cassazione, III sezione penale del tribunale di Rieti del 23 gennaio 2013. Al seguente link articolo interamente scaricabile con i dettagli delle normative e della Sentenza

http://www.lucabenci.it/wp-content/uploads/2013/04/Articolo-registro-stupefacenti-sito-Luca-Benci.pdf

 


 
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Del: 19/05/2013 - Di: Luca Benci - Titolo: A proposito di medico obiettore (Sentenze novem¬bre 2009 del Tribunale di Pordenone e 14979 del 2 aprile 2013 della VI Sezione Penale della Corte di Cassazione Trieste )

A proposito di medico obiettore
(Sentenze novem¬bre 2009 del Tribunale di Pordenone e 14979 del 2 aprile 2013 della VI Sezione Penale della Corte di Cassazione Trieste )

Risponde del rifiuto di atti d’ufficio il medico obiettore che si rifiuta di assistere una donna dopo una interruzione di gravidanza

Descritto dal giurista Luca Benci il fatto di una dottoressa,  medico ginecologo in servizio di guardia in un ospedale, che si rifiutò di visitare e assistere una donna dopo un intervento farmaco­logico di interruzione volontaria della gravidanza, eccependo il suo status di obiettrice di coscienza, nonostante le richieste di intervento dell’ostetrica prima e i successivi ordini di servizio del primario – costretto poi a recarsi direttamente in ospedale - e del direttore sanitario. Al link che segue troverete la descrizione dettagliata del fatto, le Sentenze del 6 novem­bre 2009 del Tribunale di Pordenone e 14979 del 2 aprile 2013 della  VI Sezione Penale della Corte di Cassazione Trieste con i dovuti commenti e riflessioni

http://www.lucabenci.it/wp-content/uploads/2013/04/Articolo-obiezione-coscienza-sito-ok.pdf

 


 
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Del: 19/05/2013 - Di: Luca Benci - Titolo: La responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie dopo la riforma Balduzzi (il concetto di linee guida e buone pratiche)

La responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie dopo la riforma Balduzzi
(il concetto di linee guida e buone pratiche)

Interessante questa disamina del giurista Luca Benci con la quale vengono illustrate le novità della Riforma Balduzzi passate un po’ in sordina ed in particolare quella relativa alla definizione delle Buone pratiche e delle Linee Guida. E’ presumibile che segua anche una disamina delle Responsabilità penali. Nel frattempo chi vuole può scaricarsi l’intero articolo dal link che segue http://www.lucabenci.it/wp-content/uploads/2013/03/Balduzzi-linee-guida-prima-parte.pdf

 


 
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Del: 21/04/2013 - Di: sammy - Titolo: wYICcAYyvgrq (GCHyTtoeJGXxEa)

wYICcAYyvgrq
(GCHyTtoeJGXxEa)
E9LfwZ http://www.QS3PE5ZGdxC9IoVKTAPT2DBYpPkMKqfz.com
 
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Del: 20/04/2013 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Non costituisce mobbing un mero (Corte Cassazione Sezione civile, lavoro n.7985/2013 del 2/4/2013)

Non costituisce mobbing un mero
(Corte Cassazione Sezione civile, lavoro n.7985/2013 del 2/4/2013)

Non costituisce mobbing un mero "svuotamento delle mansioni"

Corte di Cassazione Sezione civile, lavoro n. 7985/2013 del 2/4/2013

Svolgimento del processo

La Corte di Appello di Perugia, confermando la sentenza di primo grado, rigettava la domanda di L.P., proposta nei confronti del Comune di Nocera Umbra di cui era dipendente, avente ad oggetto la declaratoria dell'illegittimità della revoca dell'incarico di responsabile di sezione con conseguente sua reintegrazione nel posto precedentemente occupato e condanna di controparte al risarcimento dei danni. La Corte del merito, per quello che interessa in questa sede, riteneva, innanzitutto,inammissibile, perchè nuova,la domanda diretta ad ottenere l'ordine di cessazione delle attività vessatorie e mobbizzanti in quanto la relativa causa pretendi - consistente nell'allegazione di una serie di atti vessatori teologicamente collegati al fine dell'emarginazione del soggetto passivo - ed il petitum - ordine di cessazione - non trovavano riscontro nel ricorso introduttivo del giudizio. La predetta Corte, poi, relativamente alla assunta dequalificazione professionale, conseguente alla allegata privazione di qualsiasi incarico a seguito della revoca della funzione di responsabile di sezione, rilevava che il ricorrente avrebbe dovuto dimostrare che gli incarichi erano rimasti "sulla carta" e non avevano avuto esecuzione e che egli era rimasto inoperoso. Viceversa, secondo la Corte territoriale, il L. non aveva assolto a tale onere in quanto la prova articolata non verteva su fatti specifici e rilevanti a quel fine, ma anzi comportava l'espressione da parte dei testimoni d'inammissibili valutazioni circa il contenuto meramente formale degli incarichi. Nè, infine, riteneva la Corte del merito che gli incarichi assegnati al ricorrente non fossero corrispondenti alla professionalità propria della categoria d'inquadramento. Avverso questa sentenza il L. ricorre in cassazione sulla base di tre censure, illustrate da memoria. Resiste con controricorso il Comune intimato.

Motivi della decisione

Con la prima censura il ricorrente deduce contraddittorietà della motivazione in punto di ritenuta novità del capo della domanda concernente il mobbing. In particolare il L. rileva che prima la Corte del merito asserisce la novità della domanda e, poi, riconosce l'esistenza di una allegazione sullo svuotamento delle mansioni. Con il secondo motivo, denunciando violazione dell'art. 437 c.p.c., comma 2, pone il seguente quesito di diritto: "se la richiesta di cessazione di abuso di condotta vessatoria da parte del datore di lavoro costituisce domanda nuova e come tale inammissibile ai sensi dell'art. 437, comma 2, rispetto alla domanda formulata in primo grado dal lavoratore di accertamento dell'esistenza dell'abuso stesso ai fini della domanda di risarcimento del danno e di reintegra delle effettive funzioni ricoperte prima dell'abuso". Le due censure, in quanto strettamente connesse dal punto vista logico e giuridico, vanno trattate unitariamente. Preliminarmente va dato atto che i motivi di ricorso in esame risultano ex art. 366 bis c.p.c., ammissibili atteso che, contrariamente all'assunto di parte resistente, i relativi quesiti consentono la piena cognizione, e del fatto controverso su cui s'incentra la censura di contraddittorietà della motivazione, e della violazione di leggi dedotta con riferimento anche alla ratio decidendi della sentenza impugnata. Tanto premesso rileva la Corte che i motivi sono infondati. Innanzitutto non vi è contraddittorietà della motivazione in quanto il ricorrente non tiene conto che secondo la Corte del merito il mobbing presuppone l'esistenza, e, quindi, l'allegazione di una serie di atti vessatori teologicamente collegati al fine dell'emarginazione del soggetto passivo. E proprio con riferimento a tale ricostruzione del mobbing ritiene che manca nel ricorso di primo grado, qualsiasi allegazione di tal genere e che, pertanto, la relativa domanda - rectius causa petendi - è nuova. In altri termini per la Corte del merito non è sufficiente la prospettazione di un mero "svuotamento delle mansioni", occorrendo, ai fini della deduzione del mobbing, anche l'allegazione di una preordinazione finalizzata all'emarginazione del dipendente. Quanto alla denunciata violazione dell'art. 437 c.p.c., comma 2, oltre alla considerazione che il petitum - rappresentato nella specie dalla richiesta di un ordine di cessazione della condotta mobizzante - è del tutto nuovo come sottolineato dalla Corte del merito, vi è il rilievo che trattandosi d'interpretazione della domanda che implica un accertamento di fatto, il ricorrente per correttamente investire questa Corte della questione di cui trattasi avrebbe dovuto denunciare l'erronea interpretazione della domanda e non la sola violazione dell'art. 437 c.p.c., comma 2. Con la terza critica il L., deducendo vizio di motivazione, lamenta la mancata ammissione dell'interrogatorio formale di controparte e della prova articolata. La censura è infondata. Invero la Corte del merito ritiene inammissibili i reclamati mezzi istruttori perchè non vertenti su fatti specifici e rilevanti, ma anzi comportanti l'espressione da parte dei testimoni d'inammissibili valutazioni circa il contenuto formale degli incarichi conferiti. Ebbene ritiene il Collegio che effettivamente i capitoli di prova vertono sulla cronistoria degli accademisti e sulla formalità o meno degli incarichi attribuiti al ricorrente. Come tali, quindi, sono irrilevanti - rectius inammissibili - atteso che riguardano circostanze, quali quelle della revoca dell'incarico e dell'attribuzione di nuovo incarico, del tutto pacifiche ovvero attengono alla richiesta di un giudizio circa il contenuto formale o meno dei nuovi incarichi affidati al ricorrente. Il ricorso, in conclusione, va respinto. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccomebenza.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 50,00 per esborsi, oltre Euro 2.500,00 per compensi ed oltre accessori di legge. Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 30 gennaio 2013.

Per approfondire:

http://www.diritto.it/docs/604012-non-costituisce-mobbing-un-mero-svuotamento-delle-mansioni-cass-n-7985-2013?tipo=content


 
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Del: 20/04/2013 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Paziente cade da barella e muore: responsabile l'operatore (Cassazione Penale n.16260/2013, sez. IV del 10/4/2013)

Paziente cade da barella e muore: responsabile l'operatore
(Cassazione Penale n.16260/2013, sez. IV del 10/4/2013)

Paziente cade dalla barella e muore: responsabile l’operatore

Corte di Cassazione Penale n. 16260/2013, sez. IV del 10/4/2013  - Presidente Brusco

Ritenuto in fatto

L. G. era ritenuto responsabile per il delitto di omicidio colposo in danno di B. G., dal Tribunale di Napoli e condannato anche al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili. A seguito d'appello proposto dall'imputato, la Conte d'Appello di Napoli, con sentenza del 23/5/2011, concedeva le attenuanti generiche, rideterminando la pena inflitta, revocava le statuizioni civili disposte in favore di M. T. e M. L.; confermava nel resto l'impugnata sentenza. In fatto era accaduto che la B. era stata ricoverata presso l'ospedale Cardarelli di Napoli per problemi cardiaci; che il 6/3/2003 era stato disposto il trasferimento della predetta presso il reparto cardiologia dello stesso Ospedale; che il L., incaricato del trasferimento della paziente a mezzo ambulanza con barella, non si era avveduto della presenza nella pavimentazione di una mattonella divelta e, movimentando la barella, aveva determinato l'incastro di una delle ruote nel terreno sconnesso, con il conseguente repentino e violento sbalzo della barella, suo ribaltamento e caduta della paziente, la quale decedeva per il grave trauma cranico encefalico riportato.
I giudici di merito ravvisavano la colpa dell'imputato nel non aver prestato adeguata attenzione alla sconnessione dei terreno (costituita dalla mancanza di una mattonella), pur essendo l'attenzione richiesta in ragione del generale ed evidente cattivo stato manutentivo dell'Ospedale e della zona in cui era avvenuto l'incidente; osservavano che il trasporto era avvenuto di sera e in condizioni dì luce non ideali, talché anche sotto questo profilo si evidenziava la disattenzione dell'imputato, il quale avrebbe dovuto accendere tutte le luci, come aveva fatto dopo l'incidente per verificare lo stato del pavimento; rilevavano, inoltre, l'imprudenza della manovra consistita nel tirare la barella tenendola alle proprie spalle. Avverso la sentenza propone ricorso per Cassazione l'imputato. Eccepisce, in primo luogo, l'intervenuta prescrizione del reato. Con unico motivo deduce l'illogicità delle due argomentazioni contenute in sentenza circa l'addebito di responsabilità, relative alla non adeguata illuminazione e alle modalità di conduzione della lettiga. Quanto alla prima, osserva che le condizioni di luce non adeguate erano stata constatate un'ora dopo l'incidente e, quindi,la circostanza difettava di adeguato supporto probatorio. Quanto alla seconda, rileva che erroneamente le modalità di conduzione mediante l'atto del tirare, in luogo che di spingere, erano state considerate imprudenti, rispondendo piuttosto le stesse a una cautela in relazione alla cronica presenza di un dislivello tra il piano di calpestio e quello dell'ascensore.  Sotto altro profilo, rileva che al ricorrente non poteva richiedersi comportamento diverso da quello tenuto in concreto, avendo egli agito confidando sul rispetto da parte di altri soggetti, garanti della sicurezza, dell'obbligo di rendere privo di rischi l'ambiente di lavoro.  Il motivo è inammissibile perché manifestamente infondato.
Con riferimento al primo profilo, rileva la Corte che gli argomenti addotti sono privi di decisività poiché, prescindendo dalla fondatezza delle argomentazioni motivazionali censurate, la decisione è adeguatamente sorretta dalla fondamentale argomentazione giustificativa concernente la grave inosservanza, atta a integrare di per sé la colpa, dei dovere di attenzione nell'adempiere al compito di trasporto della paziente, pur risultando da parte dell'agente la conoscenza delle generali cattive condizioni manutentive dell'ospedale.  Quanto al secondo profilo, la manifesta infondatezza si evidenzia ove si consideri che non può l'agente ritenersi esonerato della particolare attenzione richiestagli in relazione ai compiti affidatigli, in ragione dell'obbligo di manutenzione strutturale dell'immobile gravante su altri soggetti. In presenza dei molteplici profili di inammissibilità evidenziati non assume rilevanza la pur dedotta maturazione della prescrizione, in forza dei chiaro principio espresso da Sez. U, Sentenza n. 23428 del 22/03/2005, secondo cui l'intrinseca incapacità dell'atto invalido di accedere davanti al giudice dell'impugnazione perché contrassegnato da uno dei vizi indicati dalla legge (art. 591, comma, 1, con eccezione della rinuncia ad un valido atto di impugnazione; art. 606, comma 3), preclude ogni possibilità di far valere una causa di non punibilità maturatasi.
La dichiarazione di inammissibilità comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, non emergendo ragioni di esonero, anche della sanzione pecuniaria ex art. 616 C.P.P. Il ricorrente va condannato, altresì, alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile, liquidate in dispositivo.   Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della cassa delle ammende, oltre alla rifusione delle spese in favore della parte civile che liquida in complessivi euro 1.400,00 oltre accessori come per legge.

Per approfondire: http://www.diritto.it/docs/604021-paziente-cade-dalla-barella-e-muore-responsabile-l-operatore-cass-pen-n-16260-2013?tipo=content

 


 
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Del: 15/03/2013 - Di: Carla Lara D'Errico - Titolo: Cassazione: Infermiere saltuario? (sentenza 14603/2010)

Cassazione: Infermiere saltuario?
(sentenza 14603/2010)

Cassazione:Infermiere saltuario?  Non è esercizio abusivo della professione
E' di questi giorni la notizia che la Corte di Cassazione ha emesso una sentenza n° 14603/2010- in cui sancisce che chi s'improvvisa infermiere senza averne l'abilitazione non commette alcun reato, purché sia attività saltuaria, non retribuita e svolta solo per sopperire alla carenza di personale infermieristico. Con questa sentenza è stato annullato un doppio verdetto di condanna ed è stata assolta una coordinatrice di una casa di riposo che, pur non essendo infermiera, aveva svolto attività tipicamente infermieristiche (aveva tentato di praticare un prelievo ematico e in altre occasioni aveva eseguito iniezioni sotto cute - insulina - o intramuscolo ai pazienti ricoverati)

di Carla Lara D'Errico

FONTE WEB:  http://www.scienzeinfermieristiche.net/index.html

 

 

 


 
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Del: 10/03/2013 - Di: Sergio Fucci - Titolo: Falso in certificato medico attestante malattia della paziente (sentenza 6168/13)

Falso in certificato medico attestante malattia della paziente
(sentenza 6168/13)

 

Un medico del servizio sanitario nazionale viene rinviato a giudizio per rispondere del delitto di falso ideologico in atto pubblico perché, in concorso con una paziente (giudicata separatamente), ha attestato falsamente in un certificato che l’assistita era stata da lui visitata ed era risultata affetta da lombalgia, con prescrizione di alcuni giorni di riposo, sebbene non avesse effettuato alcuna visita essendo stato il certificato richiesto telefonicamente dall’interessata, non affetta da alcuna malattia.Il sanitario, assolto in primo grado, viene condannato in appello alla pena di otto mesi di reclusione e alla pena accessoria dell’interdizione dall’esercizio della professione medica sempre per otto mesi, con il beneficio della sospensione condizionale per entrambe le sanzioni. Il medico ricorre in cassazione e la Suprema Corte, quinta sezione penale, con sentenza n. 6168/13, depositata il giorno 7/2/2013, conferma la sentenza impugnata ritenendo correttamente accertata la responsabilità del sanitario imputato.La Corte di Cassazione osserva, tra l’altro, che giustamente i giudici di merito avevano ritenuto sussistente la responsabilità dell’imputato in base alle risultanze processuali dalle quali emergeva una confessione della paziente alla sua datrice di lavoro circa l’inesistenza della malattia attestata falsamente dal curante e la mancata effettuazione della visita da parte del medico nella data indicata nel certificato.
La Cassazione, inoltre, rileva che queste risultanze sono state correttamente interpretate alla luce dell’evidente attendibilità della paziente (non interessata a fare dichiarazioni in danno del medico) e della configurabilità della falsità ideologica in atto pubblico nella certificazione non corrispondente alla realtà operata dal sanitario che ha dato atto di fatti non veri rilevanti nei rapporti giuridici, così violando il principio di tutela della pubblica fede nelle attestazioni rese dai pubblici ufficiali. La certificazione di uno stato di malattia può, quindi, essere legittimamente rilasciata solo dopo una visita medica e sulla scorta di dati clinici direttamente constatati dal sanitario nel corso della sua attività professionale ovvero oggettivamente documentati.

Pubblicato il 08/03/2013 da Sergio Fucci

FONTE WEB: http://www.cgems.eu/newsletter/article/284


 
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Del: 01/02/2013 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Sentenza Cassazione (colpa lieve non ha più rilevanza penale)

Sentenza Cassazione
(colpa lieve non ha più rilevanza penale)

Sentenza Cassazione, colpa lieve non ha più rilevanza penale
La condotta medica connotata da colpa lieve, che si collochi «all'interno dell'area segnata da linee guida o da virtuose pratiche mediche, purché accreditate dalla comunità scientifica» non ha più rilevanza penale. È quanto ha stabilito la IV sezione penale della Corte di Cassazione, presidente Carlo Brusco, con una sentenza depositata ieri e il cui principio è stato reso noto dall'avv. Guido Magnisi, legale bolognese che si occupa di svariati casi di colpe mediche. La sentenza prende l'avvio dall'articolo 3 della legge 189 dell'8 novembre 2012, dal titolo "responsabilità professionale dell'esercente le professioni sanitarie". La su prema corte è stata chiamata a decidere se l'articolo abbia determinato la parziale abrogazione delle fattispecie colpose «commesse dagli esercenti le professioni sanitarie». La risposta è stata affermativa. Così i giudici, in applicazione del principio, hanno annullato con rinvio la condanna per omicidio colposo di un chirurgo che nell'esecuzione di un intervento di ernia al disco, aveva leso dei vasi sanguigni provocando un'emorragia letale per il paziente. Al giudice di merito è stato chiesto di riesaminare il caso per determinare se esistano linee guida o pratiche mediche accreditate relative "all'atto chirurgico in questione", se l'intervento eseguito si sia mosso entro i confini segnati dalle direttive e, in caso affermativo, se nell'esecuzione dell'intervento vi sia stata colpa lieve o grave.

FONTE WEB: DoctorNews33 - quotidiano del 1° febbraio 2013

 


 
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Del: 25/01/2013 - Di: Sergio Fucci - Titolo: Consenso informato (sentenza n. 21235/12, depositata il giorno 29/11/12)

Consenso informato
(sentenza n. 21235/12, depositata il giorno 29/11/12)

 Modulo informativo generico

Pubblicato il 25/01/2013 da Sergio Fucci

Un'azienda sanitaria propone ricorso in cassazione avverso la sentenza d’appello che aveva confermato la sentenza di condanna emessa dal Tribunale a suo carico, in solido con un neurochirurgo, per il risarcimento dei danni cagionati ad una paziente a seguito di un intervento chirurgico non preceduto da adeguata informazione. La Corte di Cassazione, terza sezione civile, con sentenza n. 21235/12, depositata il giorno 29/11/12, rigetta il ricorso in questione osservando che correttamente è stato affermato dai giudici di merito che l’onere della prova dell’informazione al paziente grava sul sanitario e che tale onere non può ritenersi assolto in presenza di un modulo informativo del tutto generico, privo anche dell’indicazione del tipo di intervento praticato.
I giudici della Suprema Corte osservano, inoltre, che non assume alcuna rilevanza al riguardo il fatto che l’operazione sia stata eseguita in modo tecnicamente perfetto per la semplice ragione che, a causa del totale deficit di informazione, il paziente non è stato posto in condizione di assentire con consapevolezza al trattamento. Aggiungono i giudici che l’omissione della corretta informazione, oltre a costituire un inadempimento di un obbligo contrattualmente a carico del sanitario e conseguentemente della struttura in cui opera, integra una condotta lesiva della dignità del paziente in un momento cruciale della sua esistenza. La Cassazione, in sostanza, ribadisce con questa decisione che il medico-chirurgo viene meno all’obbligo di informare adeguatamente il paziente ed ottenerne il prescritto consenso all’atto medico ove non gli fornisca, in modo completo ed esaustivo, tutte le informazioni scientificamente possibili riguardanti le terapie che intende praticare o l’intervento che intende eseguire, con le relative modalità.

FONTE WEB: http://www.cgems.eu/newsletter/article/262


 


 
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Del: 25/01/2013 - Di: Sergio Fucci - Titolo: Infezioni in pediatria (sentenza n. 22379/12, depositata il 10/12/12)

Infezioni in pediatria
(sentenza n. 22379/12, depositata il 10/12/12)

 Infezione nosocomiale in pediatria con esclusiva responsabilità aziendale

Pubblicato il 25/01/2013 da Sergio Fucci

Per curare uno stato di ipocalcemia insorto nella seconda giornata di vita viene applicato ad un neonato nel dicembre 1981 un catetere ombelicale, poi tolto dopo 84 ore. Trascorsi pochi giorni il neonato risulta affetto da febbre elevata, con conseguente trasferimento presso un altro nosocomio più specializzato dove viene diagnosticata una meningite purulenta neonatale da stafilococco coagulasi negativo da cui poi derivano postumi permanenti comportanti un’invalidità del 100% per doppia emiparesi, ritardo psicomotorio ed insufficienza mentale da sofferenza cerebrale da idrocefalo postinfettivo. Viene, quindi, instaurato dai genitori del neonato un giudizio civile per ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti e il Tribunale adito ritiene sussistente la responsabilità dei tre medici del reparto di pediatria ove era stato apposto il catetere e dell’ospedale in cui i sanitari prestavano all’epoca la loro opera, con le conseguenti statuizioni in punto liquidazione dei danni.
In sede di appello la sentenza di primo grado viene riformata, con esclusione della responsabilità dei sanitari implicati nella vicenda in base alla considerazione che la colpa per imperizia dei medici per avere trattenuto il catetere ombelicale oltre il tempo necessario doveva qualificarsi lieve, che l’infezione era stata di natura nosocomiale e che della presenza del batterio era responsabile la struttura ospedaliera. I genitori impugnano la sentenza d’appello, contestando in particolare anche la correttezza dell’esclusione della responsabilità dei medici. La Corte di Cassazione, terza sezione civile, con sentenza n. 22379/12, depositata il 10/12/12, conferma peraltro la decisione impugnata osservando che la pacifica natura contrattuale della responsabilità civile del medico non esclude il fatto che la prova del nesso di causalità tra inadempimento e danno debba essere fornita dal creditore della prestazione e che nel caso di specie era stato correttamente ritenuto applicabile il disposto dell’art. 2236 del codice civile. Infatti il giudice d’appello, dopo avere escluso l’esistenza di una colpa per negligenza ovvero per imprudenza, aveva ritenuto lieve la colpa per imperizia -addebitata ai sanitari per avere proseguito nella somministrazione dei farmaci attraverso il catetere per un tempo eccessivo – in quanto la letteratura dell’epoca non censurava il mantenimento del catetere fino a cinque giorni, perché l’uso di vasi arteriosi più piccoli non era esente da rischi e perché si provvide alla somministrazione anticipata di antibiotici proprio al fine di prevenire infezioni. La sentenza in commento merita attenzione perché rappresenta una delle poche volte nelle quali si è ritenuto irrilevante in sede civile la colpa lieve del medico.

FONTE WEB: http://www.cgems.eu/newsletter/article/261


 


 
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Del: 25/01/2013 - Di: Sergio Fucci - Titolo: Errato intervento chirurgico (sentenza n. 20586/12, depositata il 22/11/12)

Errato intervento chirurgico
(sentenza n. 20586/12, depositata il 22/11/12)

 Risarcimento danni per errato intervento chirurgico

Pubblicato il 25/01/2013 da Sergio Fucci

Una paziente, sottoposta ad un intervento chirurgico di laparoisterectomia totale per via addominale in anestesia generale, lamentando di avere subito un danno per la conseguente sofferenza renale con compromissione della normale funzione di questo organo, cita in giudizio il chirurgo e l’azienda sanitaria in cui fu eseguita l’operazione per ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti.
La domanda, rigettata dal giudice di primo grado, viene accolta in appello, dopo l’espletamento di una nuova consulenza tecnica d’ufficio (CTU). Il giudice di secondo grado, partendo dal presupposto incontestato che da una ecotomografia addominale effettuata circa dieci mesi prima dell’intervento incriminato non si evidenziava alcun danno renale, manifestatosi solo dopo l’intervento di laparoisterectomia, ritiene sussistente la responsabilità contrattuale dei due convenuti (chirurgo ed azienda sanitaria) che non avevano provato che l’evento dannoso non era imputabile al loro comportamento. In punto nesso di causalità la Corte d’Appello evidenzia la stretta consequenzialità cronologica tra l’intervento e i danni lamentati dalla paziente, l’individuazione di una causa strettamente collegata all’isterectomia, la mancanza di altre cause e la necessità della successiva nefrectomia subita dall’interessata. In punto colpa professionale il giudice d’appello esclude l’applicabilità alla fattispecie del disposto di cui all’art. 2236 c.c. (che limita la responsabilità del professionista alla colpa grave o al dolo) in quanto questa norma si applica solo in ipotesi in cui si richiede una notevole abilità professionale perché occorre risolvere problemi tecnici nuovi o di speciale complessità che comportino un largo margine di rischi.
L’azienda sanitaria e il chirurgo ricorrono quindi in cassazione e la Suprema Corte, terza sezione civile, con la recente sentenza n. 20586/12, depositata il 22/11/12, respinge l’impugnazione, confermando la decisione di secondo grado. La Corte di Cassazione, in particolare, ribadisce che alla paziente, provato il contratto di cura, è sufficiente allegare la circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre spetta a quest’ultima fornire la prescritta prova, inesistente nella fattispecie, del puntuale adempimento alle obbligazioni di cura assunte e del dedotto carattere eccezionale dell’intervento, evenienza quest’ultima esclusa dal giudice d’appello con congrua motivazione. D’altra parte lo stesso CTU aveva, in modo logico e scientifico, definito l’intervento “abitualmente privo di speciali difficoltà”, pur evidenziando che nel caso specifico il quadro anatomico era più complesso. Quest’ultima circostanza, secondo i giudici della cassazione, richiede solo una maggiore attenzione da parte del chirurgo, ma non esclude la natura routinaria dell’intervento eseguito.

FONTE: http://www.cgems.eu/newsletter/article/258


 


 
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Del: 25/01/2013 - Di: Sergio Fucci - Titolo: Caduta del medico di turno (sentenza n. 22898/12, depositata il 19/10/12,)

Caduta del medico di turno
(sentenza n. 22898/12, depositata il 19/10/12,)

 Esclusa la responsabilità dell'azienda sanitaria per la caduta del medico di turno

Pubblicato il 25/01/2013 da Sergio Fucci

Un medico di turno in ospedale subisce dei danni in conseguenza di una caduta avvenuta circa alle ore 23,00 mentre, in qualità di sanitario addetto al servizio di guardia medica interdivisionale notturna, stava attraversando il corridoio di una corsia scarsamente illuminata, con presenza di letti per degenti. Il medico, in particolare, deducendo di essere inciampato su una coperta che sporgeva da un letto e, quindi, di essere scivolato per terra riportando gravissime lesioni, sostiene che l’evento dannoso in questione è imputabile a responsabilità dell’azienda sanitaria che deve rispondere del fatto illecito anche in virtù del disposto di cui all’art. 2051 del codice civile che regola la responsabilità del custode per i danni prodotte dalle cose detenute. Il medico conviene, quindi, in giudizio l’azienda sanitaria chiedendo il risarcimento dei danni subiti e la convenuta si oppone alla domanda sostenendo l’esistenza di una colpa esclusiva del sanitario che ben conosceva lo stato dei luoghi in cui era caduto. Il Tribunale, ritenendo sussistente solo un concorso di colpa del danneggiato nella misura del 50%, accoglie in parte la domanda, condannando quindi l’azienda al pagamento della metà dei danni patiti dal medico, con sentenza poi riformata in appello. La Corte d’Appello, infatti, ritiene che non sia configurabile alcuna responsabilità dell’azienda nell’accaduto, sia ex art. 2043 c.c. (che regola in via generale la responsabilità per fatto illecito) che ex art. 2051 c.c.. La decisione presa in secondo grado viene confermata dalla Corte di Cassazione, terza sezione civile, che, con sentenza n. 22898/12, depositata il 19/10/12, respinge il ricorso avanzato dal medico. La Suprema Corte osserva, in particolare che il giudice d’appello ha preso in attento esame tutti gli elementi fattuali emergenti nella fattispecie (presenza di lettini dei degenti nel corridoio di collegamento, scarsa illuminazione del luogo, orario notturno, transito da parte del medico e spazi a sua disposizione) escludendo motivatamente ogni responsabilità dell’azienda sanitaria per l’idoneità della condotta del medico a interrompere il nesso eziologico tra la situazione dei luoghi e l’infortunio e, comunque, per la prevedibilità del pericolo da parte del danneggiato, cui la situazione era ben nota. Il pericolo costituito dalla coperta sporgente era, d’altra parte, evitabile, essendovi spazio libero sufficiente per un transito senza rischi.

FONTE WEB: http://www.cgems.eu/newsletter/article/25


 
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Del: 25/01/2013 - Di: Sergio Fucci - Titolo: Colpa in équipe per asportazione errata ovaio sano (sentenza n. 48226/12, depositata il 13/12/12)

Colpa in équipe per asportazione errata ovaio sano
(sentenza n. 48226/12, depositata il 13/12/12)

Pubblicato il 25/01/2013 da Sergio Fucci

Una donna, sottopostasi a visita ginecologica presso lo studio privato di uno specialista in chirurgia ginecologica (dr. XY), a distanza di una quindicina di giorni, seguendo le indicazioni ricevute, si reca presso una casa di cura per l’asportazione dell’ovaio destro affetto da una cisti.
Il sanitario (dr. ZK), addetto alla formazione della cartella clinica, indica erroneamente su questo documento che l’intervento avrebbe dovuto interessare l’ovaio sinistro. Fidandosi di questa indicazione e senza effettuare alcun controllo in merito, il predetto specialista in chirurgia ginecologica (dr. XY) e il suo aiuto chirurgo (dr. NN) asportano l’ovaio sinistro, non interessato dalla patologia riscontrata in precedenza. Tratti a giudizio, tutti e tre i medici implicati nella vicenda vengono ritenuti colpevoli, sia in primo che in secondo grado, del reato di lesioni colpose gravi commesso in cooperazione tra di loro (il sanitario dr. ZK anche del reato di falso materiale in atto pubblico per avere alterato poi le annotazioni esistenti sulla cartella) e condannati alle pene ritenute di giustizia. Ricorrono in cassazione contestando l’esistenza della loro responsabilità i sanitari dr. XY e il dr. ZK, ma la Suprema Corte, quarta sezione penale, con sentenza n. 48226/12, depositata il 13/12/12, respinge entrambe le impugnazioni ritenendo infondate le critiche mosse alla sentenza d’appello. La Corte di Cassazione rileva, in particolare, che il chirurgo, avendo agito con grave imprudenza ed imperizia, aveva erroneamente invocato il “principio di affidamento” sul corretto operato del sanitario che aveva compilato la cartella clinica. Prima di eseguire l’intervento, infatti, il chirurgo avrebbe dovuto procedere al semplice e sicuro riscontro ecografico della parte da operare, non potendo fare affidamento su di una mera annotazione cartacea, né sulla visione endoscopica non risolutiva in casi del genere. D’altra parte si trattava nel caso di specie di una sua paziente, visitata solo pochi giorni prima dell’intervento. I giudici della Suprema Corte confermano anche la corretta contestazione dell’aggravante dell’indebolimento permanente dell’organo della riproduzione in conseguenza dell’asportazione dell’unico ovaio sano, con conseguente infime chance per la donna di restare gravida nel futuro. La Cassazione, in relazione alla posizione del sanitario dr. ZK, osserva che il suo errore non può essere ritenuto scusabile anche nell’ipotesi, peraltro non sufficientemente provata, in cui sarebbe stata la paziente a riferire verbalmente l’annotazione poi apposta sulla cartella in merito all’ovaio interessato dalla patologia. Inoltre nessuna rilevanza sulla responsabilità del dr. ZK potevano avere i successivi gravi errori commessi dai chirurghi. La Cassazione, infine, conferma anche l’esistenza del delitto di falso contestato al sanitario dr. ZK che, dopo avere formato la cartella che era poi uscita dalla sua disponibilità, ne aveva alterato radicalmente il contenuto cambiando l’indicazione dell’ovaio da asportare. FONTE WEB: http://www.cgems.eu/newsletter/article/260


 


 
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Del: 13/12/2012 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Sentenza 1878/2000 (....a proposito di prescrizione e somministrazione)

Sentenza 1878/2000
(....a proposito di prescrizione e somministrazione)

 E' colpevole l'infermiere che esegue una prescrizione senza il parere del medico
(Cassazione, Sentenza n. 1878/2000 - Mauro Di Fresco)


L'infermiere non deve semplicemente saper "fare" una e.v., ma deve saper esattamente cosa sta somministrando, se le dosi sono corrette, le conseguenze che produce il farmaco, i potenziali rischi ed effetti collaterali...altrimenti quasi quasi basta un O.S.S., quasi ...).


Il fatto: Per alcuni pazienti era stata prescritta una soluzione commerciale denominata Soluzione 4 contenente cloruro di potassio. La farmacia interna, essendone priva, in sostituzione aveva mandato un'altra soluzione contenente cloruro di potassio, denominata K Flebo. La concentrazione di quest'ultimo è diversa e la prescrizione deve essere quindi ritardata secondo la nuova concentrazione. Il medico di reparto, pur venendo a conoscenza del fatto, si è limitato a dare generiche indicazioni orali. L'infermiera somministrante (la preparazione era stata delegata all'infermiera generica) non interviene sul medico per fare cambiare la prescrizione e procede alla somministrazione causando la morte di due pazienti. La Corte ha confermato la condanna per i medici e l'infermiera professionale e assolto la caposala. Del tutto estranea si è dimostrata la posizione dell'infermiera generica, che si era limitata a preparare la fleboclisi. Compito dei medici era quello di provvedere a nuova prescrizione, ritardando il farmaco secondo la nuova corretta concentrazione. I medici e, in particolare uno di loro, era tenuto per la posizione rivestita di tutela e garanzia dell'integrità fisica dei pazienti affidati alle sue cure a scrivere una nuova prescrizione in conseguenza della sostituzione del farmaco non fosse altro perchè detta attività comporta di per se è un grado di attenzione e di riflessione elevato nonchè per l'ovvia considerazione che le istruzioni, scritte sui fogli di terapia o sulle cartelle termometriche e quindi sulle flebo, sarebbero venute a conoscenza di qualunque operatore medico o paramedico. Il medico risponde cioè per la sua posizione di corretto prescrittore che deve intervenire ogni qualvolta si possono creare problemi tra l'atto prescrittivo e la somministrazione del farmaco. Compito dell'infermiera professionale era quello di attivarsi..al precipuo scopo di ottenerne una precisazione per iscritto che valesse a responsabilizzare il medico e a indurlo a una eventuale rivisitazione della precedente indicazione. L'attivazione dell'infermiera era doverosa, in quanto la Corte ha ritenuto corretto ritenere esigibile, da parte dell'infermiere professionale, che l'attività di preparazione del flacone non sia prestata in modo meccanicistico, ma in modo collaborativo con il medico, non già per sindacare l'efficacia terapeutica del farmaco prescritto, bensì per richiamarne l'attenzione sui dubbi avanzati a proposito del dosaggio in presenza di variazione del farmaco, conseguendo proprio dal dovere dell'infermiere professionale, quindi, l'obbligo di attivarsi in tal senso. Il linguaggio adoperato dalla Cassazione è come al solito - piuttosto vecchio e non preciso e non rispettoso di attività e dinamiche professionali. La sentenza però, contiene più di un motivo di interesse e in particolare la sindacabilità della prescrizione medica. Le vecchie norme mansionariali dell'infermiere, contenute nella normativa previgente e oggi abrogata DPR 14 marzo 1974, n. 225 attribuivano all'infermiere il compito di somministrare farmaci dietro prescrizione medica.


Dott. Mauro Di Fresco


FONTE WEB: http://www.laprevidenza.it/news/diritto-sanitario/e-colpevole-l-infermiere-che-esegue-una-prescrizione-senza-il-parere-del-medico/2180


PUBBLICATO SU: OSSERVATORIO GIURIDICO PREVIDENZIALE E ASSISTENZIALE


“La Previdenza.it” il 29-12-2007


 
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