Documentazione

Antropologia

Del: 26/01/2013 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: La vera storia del Calumet della pace (Le sacra pipa e le sette leggi)

La vera storia del Calumet della pace
(Le sacra pipa e le sette leggi)

 di Gaetano Romigi

Il calumet (pronunciato calumé) è una pipa da cerimonia degli Indiani dell'America del Nord. Nella cultura degli indiani d' America il fumo del calumet, la pipa della pace, ha una storia secolare. E' un fumo sacro perché permette il contatto con i poteri supremi dell' universo, e la pipa stessa rappresenta l' onore e l' autorità del suo proprietario. Una cerimonia solenne ma a volte anche piena di dolore: come è successo quando gli indiani Hopi e i Navajo hanno accantonato la loro rivalità per fumare insieme la pipa della pace. Il calumet fu utilizzato durante importanti cerimonie, specialmente per celebrare un trattato di pace o di alleanza. Secondo la leggenda dei Lakota, che lo chiamano Chanunpa Wakan, il calumet fu donato agli uomini dalla femmina bianca di bisonte insieme alle sette cerimonie. Gli Hopi, come i Navajo, hanno una lunga tradizione di guerra: durante la Seconda guerra mondiale furono utilizzati dall' esercito come «Windtalkers»: depositari di un codice basato sulla loro lingua, impossibile da decifrare per i giapponesi La tradizione vuole che il cannello - fatto comunemente con legno di frassino bianco - simboleggi gli uomini, mentre il fornello - fatto comunemente di pietra - rappresenterebbe la madre Terra. I Lakota usavano per il fornello del calumet la catlinite (dal nome di George Catlin, avvocato bianco che visse a lungo fra gli indiani e a cui veniva concesso di visitare le aree dove si trovava tale materiale), uno scisto quarzifero colorato di rosso per l'alto contenuto di ferro e facilmente lavorabile. Altre tribù usavano rocce bluastre, nere o verdi. I Cherokee e i Chickasaw costruivano fornelli con una sorta di terracotta. Gli Ute del Colorado usavano alabastro color salmone. Nel calumet venivano comunemente bruciate graminacee e salvia

La Sacra Pipa

La Sacra Pipa è considerata uno degli oggetti più importanti e sacri per molti popoli Nativi.
Quella più conosciuta è il Calumet della pace, che veniva fumato per qualsiasi trattato o accordo di pace, divenne appunto famoso durante le guerre tra Nativi e Bianchi immigranti.
C'è però da precisare che il rito della Sacra Pipa e la Sacra Pipa stessa hanno un valore per in Nativi che va oltre quello ritenuto da molte persone, un valore soprattutto Spirituale; infatti la Sacra Pipa viene fumata in moltissimi altri riti e celebrazioni. La Chanupa (chamata così dai Lakota) è considerata al pari di un essere vivente, appartenente a Madre Terra: essa è simbolo dell'unione tra Cielo e Terra, sempre costituita di due parti, il cannello (considerato la parte maschile- generalmente in legno) e il fornello (parte femminile-in pietra) che insieme creano la vita. Per questo motivo quando non viene usata le due parti vengono tenute separate 

Le sette leggi della Sacra Pipa

Sette sono le Sacre Leggi che regolano la vita del Popolo Lakota, che ci furono donate, insieme alla Sacra Pipa dalla Donna del Bisonte Bianco. Sette sono le Sacre Cerimonie che ci venivano insegnate, così da poter vivere in armonia con l’universo. Sette sono poi le Stelle dell’Orsa Maggiore, che rappresentano i capostipiti dei gruppi che costituiscono il Consiglio dei Sette Fuochi e sette sono le suddivisioni dei Tetonwan, “coloro che che vivono nella prateria”. Sette sono i luoghi sacri situati in Cante Wamakognake, ossia il “Cuore di tutto ciò che esiste”, le Paha Sapa, le Colline Nere. Ad ognuno di questi luoghi sacri corrispondono poi le Sette Sacre Costellazioni del Cielo. Sette sono infine le Stelle Pleiadi, luogo in cui vivevano i Lakota quando ancora appartenevano al Mondo dello Spirito”.  Una delle storie più belle che i bambini Lakota, sentivano raccontare dai nonni, nelle fredde serate invernali, seduti attorno al fuoco, era quella della Donna del Bisonte Bianco. Si narra di come, tante generazioni orsono , il Popolo Lakota vivesse in grande difficoltà. Si soffriva la fame, si litigava, i fratelli combattevano fra di loro. Persino gli inverni sembravano più gelidi e duri da superare. Fu proprio in una di quelle fredde stagioni che due cacciatori, lasciarono il campo alla ricerca di bisonti da cacciare. Per giorni e giorni, cercarono tracce, ma senza risultato. Quando delusi, decisero di ritornare al campo, notarono una figura solitaria che si avvicinava da Ovest. Questa figura aveva una strana andatura; non il normale modo di camminare degli uomini, ma uno strano fluttuare, il chè convinse i due cacciatori che doveva trattarsi di un’entità sacra. Quando giunse a breve distanza dai due Lakota, essi si accorsero che si trattava di una donna bellissima, che indossava un candido abito di pelle di daino ricamato superbamente con aculei di porcospino, dai colori brillanti.
Portava lunghi capelli, neri, lucenti, sciolti sulle spalle, ad eccezione di una treccia, sul fianco sinistro, avvolta con pelle di bisonte. Alle mani teneva un ventaglio fatto di rametti di salvia e portava appeso alla schiena un involucro fatto di pelle. La sua superba bellezza generò in uno dei due cacciatori il desiderio di possederla, mentre l’altro, con timore reverenziale le tributò il rispetto che si conviene ad un essere sacro. La Donna, rivolgendosi al primo cacciatore, disse che, se proprio voleva, avrebbe potuto avere ciò che tanto desiderava, ma per questo la sua vita si sarebbe consumata in brevissimo tempo. Infatti, di lì a pochi istanti, il corpo dell’uomo si dissolse, riempiendosi di vermi e lasciando di sè soltanto un mucchietto di ossa rinsecchite. L’altro cacciatore terrorizzato per quanto era accaduto al compagno, venne tranquillizzato dalla donna, la quale, con tono dolce gli disse di tornare dalla sua gente , di radunare gli anziani, i capi e gli interpreti spirituali in un ampio cerchio, in mezzo al quale avrebbero dovuto erigere un grande tipi.
Il giorno successivo, la Donna avrebbe fatto visita al Popolo, portando in dono un oggetto e degli insegnamenti, che avevano lo scopo di ricordare per sempre alla gente Lakota la sacralità della vita. Così infatti avvenne. La mattina seguente, una volta entrata nel cerchio campale, la Donna fece il suo ingresso nel tipi e sedette al posto d’onore, dove era stata cosparsa della salvia. Per prima cosa, dal fardello che portava sulla schiena estrasse una grossa pipa con il cannello di legno e il fornello di pietra rossa, ornato con penne d’aquila chiazzata. Spiegò loro che il fornello, ricavato dalla pietra, rappresentava la terra e il sangue del popolo, mentre il cannello, intagliato nel legno, simboleggiava tutti gli esseri che vivono sulla terra. Le penne d’aquila, oltre che il simbolo del Popolo degli Alati, rappresentavano il messaggio di Tunkasila, l’Essere Supremo.
Mostrò loro come avrebbero dovuto usare la pipa, durante le preghiere, offrendola prima alle Quattro Direzioni, poi al Cielo e quindi alla Madre Terra. Spiegò come il fumo che usciva dalla pipa avrebbe portato in alto, salendo verso il cielo, le loro preghiere e le loro voci.
 Dopo di ciò parlò ai Lakota delle Sette Sacre Cerimonie che da allora in avanti, avrebbero rappresentato il centro della loro religione e mostrò come celebrarle. Poi parlò di come ogni individuo avrebbe dovuto assolvere il suo compito dapprima all’interno della famiglia, poi nell’ambito della nazione. A tale scopo sono state date le Sette Sacre leggi, dicendo che solo la stretta osservanza di queste regole avrebbe permesso al popolo Lakota di vivere una vita armoniosa ed equilibrata. Quando ebbe finito, uscì dal suo tipi, compiendo un giro secondo il cammino del sole, si diresse verso i margini del cerchio del campo. Si girò un’ultima volta a guardare la sua gente e non appena ebbe superato il limite del campo, si tramutò in un maschio di bisonte dal colore nero.
Inizò’ a galoppare nella stessa direzione da cui era venuta, quindi mutò il colore del suo manto prima marrone, quindi rosso, per poi trasformarsi definitivamente in un bisonte bianco che scomparve all’orizzonte. Quella fu la prima e l’ultima volta che qualcuno la vide, e di lei nessuno ebbe piu’ notizie. I concetti espressi dalle Sette Sacre leggi che la Sacra Donna ha donato al Popolo Lakota sono profondi ma anche semplici.

La prima Legge e’ Wacante Ognake, che significa “Portare nel Cuore il bene del Popolo”. E’ quindi un invito alla generosita’. Non si possiede la terra, ma noi apparteniamo alla terra. Ne siamo i custodi. E la stessa cosa vale per tutte le forme di vita che la popolano.
La seconda Legge, importantissima deve quasi diventare una seconda pelle per i Lakota. Wawoyuonihan, “Rispettare ed amare tutte le creature che ci circondano”, siano esse del Popolo a Due Gambe, siano esse del Popolo a Quattro Gambe, del Popolo degli Alati, del Popolo dei Pesci, del Popolo dei Vegetali o Minerali. Il significato di Wacin Tanka e’ “Avere una grande mente”.Questa e’ la terza legge che ricorda ai Lakota di essere pazienti e tolleranti. La Quarta legge, Wowahunsila, insegna ad avere pietà e compassione verso tutte le creature, oltre che ad amarle e rispettarle. La parola che definisce la Quinta legge e’ un invito alla modestia e all’umiltà: Wowahwala. Chi vuole possedere umiltà e la modestia deve essere silenzioso e quieto. Al centro della parola, troviamo il suono “hwa”, che significa “addormentarsi”. Infatti il sonno e’ anche un’ulteriore ricerca di comprensione. Ed e' anche attraverso i sogni e le visioni che bisogna cercare di capire quello ce avviene attorno a noi. La Sesta Legge e’ Woohitike e ci ricorda che dobbiamo essere arditi, coraggiosi e senza paura. Non dobbiamo temere di vivere secondo i nostri principi. L’ultima e settima legge e’ Woksape la ricerca della saggezza. Riusciremo a raggiungere questo stato soltanto se saremo riusciti a vivere rispettando le prime sei leggi.

Per ricordare a noi stessi l’importanza che queste regole racchiudono, ogni notte dobbiamo alzare gli occhi al cielo e guardare il luogo da cui siamo venuti: le Pleiadi. E per non dimenticarci mai l’importanza di vivere una buona vita, guardiamo la Sacra Pipa e guardiamo alla donna, che consideriamo sacra. Le Sette Sacre Cerimonie che la Donna del Bisonte Bianco ci insegnò, spiegando che si trattava di sette diversi modi che i Lakota avrebbero avuto da allora in poi, per inviare le voci a Tunkasila, rappresentano ancora oggi, l’essenza della religione Lakota.

BIBLIOGRAFIA

di Persivale Matteo “Pellerossa: Calumet in onore di Lori Hopi e Navajo fanno pace”

http://archiviostorico.corriere.it/2003/marzo/30/PELLEROSSA_Calumet_onore_Lori_Hopi_co_0_030330040.shtml

di Birgil Kills Straight-Oglala Lakota

http://www.oasidelsilenzio.ch/nativi-americani/376-la-sacra-pipa

Wikipedia

http://it.wikipedia.org/wiki/Calumet

 


 
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Del: 10/01/2013 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Storia della medicina 5 (La scuola medica salernitana)

Storia della medicina 5
(La scuola medica salernitana)

Scuola medica salernitana
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La scuola medica in una miniatura del Canone di Avicenna
(LA)
« Si tibi deficiant medici,bmedici tibi fiant haec tria:mens laeta, requies, moderata diaeta. »    (IT)
« Se ti mancano i medici,siano per te medici queste tre cose: l'animo lieto, la quiete e la moderata dieta. »
(Scuola Medica Salernitana, Regimen Sanitatis Salernitanum)

La Scuola medica salernitana è stata la prima e più importante istituzione medica d'Europa nel Medioevo (XI secolo); come tale è considerata da molti come l'antesignana delle moderne università[1][2][3][4][5]
I fondamenti e l'importanza della scuola
La Scuola si fondava sulla sintesi della tradizione greco-latina completata da nozioni provenienti dalle culture araba ed ebraica. Essa rappresenta un momento fondamentale nella storia della medicina per le innovazioni che introduce nel metodo e nell'impostazione della profilassi. L'approccio era basato fondamentalmente sulla pratica e sull'esperienza che ne derivava, aprendo così la strada al metodo empirico e alla cultura della prevenzione.
Di particolare importanza, dal punto di vista culturale, è anche il ruolo svolto dalle donne nella pratica e nell'insegnamento della medicina. Le donne che insegnarono e operarono nella scuola divennero famose col nome di Mulieres Salernitanae.
Princìpi e metodo
Le basi teoriche erano costituite dal sistema degli umori elaborato da Ippocrate e Galeno, tuttavia il vero e proprio bagaglio scientifico era costituito dall'esperienza maturata nella quotidiana attività di assistenza ai malati. Con la traduzione dei testi arabi, si aggiunse a questa esperienza una vasta cultura fitoterapica e farmacologica.
La leggenda della fondazione
 
 
L'acquedotto medioevale di Salerno
La fondazione della scuola risale ai secoli bui dell'Alto Medioevo e non vi è nessun documento che possa certificare con precisione una data di riferimento. La tradizione tuttavia lega la nascita della scuola all'evento narrato da una leggenda.
Si racconta che un pellegrino greco di nome Pontus si fermò nella città di Salerno e trovò rifugio per la notte sotto gli archi dell'antico acquedotto dell'Arce. Scoppiò un temporale e un altro viandante malandato si riparò nello stesso luogo, si trattava del latino Salernus; costui era ferito e il greco, dapprima sospettoso, si avvicinò per osservare da vicino le medicazioni che il latino praticava alla sua ferita. Nel frattempo erano giunti altri due viandanti, l'ebreo Helinus e l'arabo Abdela. Anche essi si dimostrarono interessati alla ferita e alla fine si scoprì che tutti e quattro si occupavano di medicina. Decisero allora di creare un sodalizio e di dare vita a una scuola dove le loro conoscenze potessero essere raccolte e divulgate.
La storia
Nella storia della Schola Medica si possono distinguere tre periodi:
•    IX-X secolo: primo periodo, di cui si hanno scarse notizie
•    XI-XIII secolo: periodo del massimo splendore
•    XIV-XIX secolo: periodo della decadenza
IX-X secolo
Le origini della Scuola dovrebbero risalire al IX-X secolo, anche se su questo primo periodo la documentazione è piuttosto scarsa. Poco si sa della natura, laica o monastica, dei medici che ne facevano parte e non è chiaro se la Scuola avesse già un'organizzazione istituzionalizzata.
Fin dal IX secolo vi era a Salerno una grande cultura giuridica nonché l'esistenza di maestri laici e di una scuola ecclesiastica. Accanto ai maestri del diritto vi erano però anche quelli che curavano il corpo e insegnavano i dogmi dell'arte della salute. I nomi di questi medici partono dalla seconda metà dell'VIII secolo quando Arechi II fissò la sua dimora a Salerno fino all'XI secolo quando il nome di questa città si diffuse in Europa. La venuta a Salerno di Adalberone di Laon, nel 984 per curarsi, ci fa capire la fama dei medici di Salerno[6].
Di sicuro è noto che nel X secolo la città di Salerno era già molto famosa per il clima salubre e la sapienza dei suoi medici. Di essi si racconta che «erano privi di cultura letteraria, ma forniti di grande esperienza e di un talento innato». Infatti in questo periodo la natura degli insegnamenti era fondamentalmente pratica e le nozioni venivano tramandate oralmente.
XI-XIII secolo
 

Costantino
La posizione geografica ebbe sicuramente un ruolo fondamentale nella crescita della Scuola: Salerno, porto al centro del Mediterraneo, subisce e metabolizza gli influssi della cultura araba e greco-bizantina. Dal mare arrivano i libri di Avicenna e Averroè, e dal mare giunge a Salerno anche il medico cartaginese Costantino l'Africano (ossia dell'Ifrīqiya) che visse nella città per diversi anni e tradusse dall'arabo molti testi: gli Aphorisma e i Prognostica di Ippocrate, Tegni e Megategni di Galeno, il Kitāb-al-malikī (ossia "Liber Regius", o Pantegni) di Alī ibn ˁAbbās (Haliy Abbas), il Viaticum di al-Jazzār, il Liber divisionum e il Liber experimentorum di Rhazes (Razī), il Liber dietorum, il Liber urinarium e il Liber febrium di Isacco da Toledo.
Sotto questa spinta culturale si riscoprono le opere classiche a lungo dimenticate nei monasteri. Grazie alla Scuola Medica, la medicina fu la prima disciplina scientifica a uscire dalle abbazie per confrontarsi di nuovo con il mondo e la pratica sperimentale.
A tale proposito notevole importanza ebbero i monaci: i monasteri di Salerno e della vicina Badia di Cava dovevano avere una certa importanza nella geografia benedettina, infatti notiamo nella città nell'XI secolo la presenza di tre importanti personaggi di quest'ordine: il papa Gregorio VII, l'abate di Montecassino Desiderio (futuro papa Vittore III) e il vescovo Alfano I (personaggio eclettico: medico, architetto e poeta).
In questo contesto la Scuola di Salerno cresce e si sviluppa fino a raggiungere il massimo del suo splendore tra il X e il XIII secolo: Salerno ottiene il titolo di "Hippocratica Civitas" (Città Ippocratica), titolo di cui ancora oggi la città si fregia.
A quell'epoca giungevano alla "Schola Salerni" persone provenienti da tutta Europa, sia ammalati che speravano di essere guariti, sia studenti che volevano apprendere l'arte della medicina. Il prestigio dei medici di Salerno è largamente testimoniato dalle cronache dell'epoca e dai numerosi manoscritti conservati nelle maggiori biblioteche europee.
Nel 1231 l'autorità della scuola veniva sancita dall'imperatore Federico II: nella sua Costituzione di Melfi si stabiliva che l'attività di medico poteva essere svolta solo da dottori in possesso di diploma rilasciato dalla Scuola Medica Salernitana. Nel 1280 Carlo II d'Angiò approvò il primo statuto in cui la Scuola veniva riconosciuta come Studium generale in medicina.[7]
XIV-XIX secolo
Con la nascita dell'Università di Napoli, la Scuola cominciò a perdere via via importanza. Col tempo il suo prestigio fu oscurato da quello di università più giovani: Montpellier, Padova e Bologna in primo luogo. L'istituzione salernitana tuttavia rimase in vita per diversi secoli finché, il 29 novembre 1811, fu soppressa da Gioacchino Murat in occasione della riorganizzazione dell'istruzione pubblica nel Regno di Napoli. L'ultima sede fu il Palazzo Copeta.
Le rimanenti "Cattedre di Medicina e Diritto" della Scuola Medica Salernitana operarono nel "Convitto nazionale Tasso" di Salerno per un cinquantennio, dal 1811 fino alla loro chiusura nel 1861, avvenuta per ordine di Francesco De Sanctis, ministro del neonato Regno d'Italia.
Sedi
La scuola, nonostante ci siano al riguardo notizie non suffragate da riscontri documentari, ha avuto varie sedi per l'insegnamento e il conferimento delle lauree. Secondo l'illustre storico salernitano Riccardo Avallone, le sedi d'insegnamento, in ordine cronologico e spesso in contemporaneità, furono: la reggia di Arechi o le sue adiacenze; la cappella superiore e inferiore di S. Caterina, nell'atrio e ai piedi della scalinata marmorea del duomo (le odierne sale San Tommaso e San Lazzaro).
A causa dell'inagibilità della cappella di S. Caterina, la principale sede della scuola fu in seguito il palazzo dell'antica pretura, ubicato in via Trotula de Ruggiero. L'ultima sede della scuola fu l'ex seminario arcivescovile.
La nuova facoltà di Medicina[modifica]
Il 18 ottobre 2005, il ministro dell'istruzione Moratti, il presidente della Regione Bassolino, il presidente della Provincia Villani, il sindaco di Salerno De Biase e il rettore Pasquino hanno firmato il protocollo d'intesa per l'istituzione della facoltà di medicina nell'Università di Salerno.
La nuova facoltà si pone come continuazione ideale della millenaria tradizione della Scuola Medica Salernitana.
L'ordinamento
Il curriculum studiorum era costituito da:
•    3 anni di logica;
•    5 anni di medicina (comprese chirurgia e anatomia);
•    1 anno di pratica con un medico anziano;
Era inoltre prevista, ogni 5 anni, l'autopsia di un corpo umano.
Da notare che nella Scuola, oltre all'insegnamento della medicina (dove le donne erano ammesse sia come insegnanti che come studenti), si tenevano anche corsi di filosofia, teologia e legge ed è per questo che alcuni la considerano anche come la prima università mai fondata. Si badi bene, però: non fu mai chiamata "università", giacché fu proprio con la scuola salernitana che nacque la parola.
Materie di insegnamento
Le materie di insegnamento nella Scuola medica salernitana sono a noi note attraverso uno speciale statuto. I docenti della scuola distinguevano la medicina in teoria e pratica. La prima dava gli insegnamenti necessari per conoscere le strutture del corpo, le parti che lo compongono, le loro qualità, la seconda dettava i mezzi per conservare la salute e per combattere le malattie. E, in conformità di tutte le scuole, che anche a Salerno seguirono, i dogmi della medicina i quali avevano il loro fondamento nei principi di Ippocrate e Galeno, che costituiscono le basi dell'insegnamento medico. I testi più antichi dei maestri di Salerno non si discostano da questa tradizione.
Testi antichi ci informano della diffusione in regioni lontane delle dottrine mediche salernitane. Siffatti cimeli sono compresi in un codice che è conservato nella Capitolare di Modena proveniente dall'abbazia di Nonantola. L'esistenza di tali documenti, mentre ci conferma l'antichità dell'insegnamento medico a Salerno, d'altra parte ci dà la prova che la tradizione della cultura latina non si era spenta e centro di diffusione di essa era Salerno.
Riguardo poi, alla filosofia aveva un dominio assoluto Aristotele. La Scuola, immobilizzata nelle sue teorie, nacque ippocratica e morì tale, senza seguire le nuove correnti mediche e filosofiche, che avevano portato un profondo rinnovamento nel campo scientifico. Le lezioni consistevano nell'interpretazione dei testi dell'antica medicina. Ma mentre la medicina, procedeva lenta, in Salerno una nuova arte si affacciava nel campo scientifico. Questa arte è la chirurgia che per prima in Salerno si eleva alla dignità di una vera e propria scienza per opera di Ruggiero di Fugaldo. Egli scrive il primo trattato di chirurgia nazionale che trova la sua diffusione in tutta Europa. Perciò fin dal XII secolo Salerno era meta di studenti stranieri specialmente tedeschi. Ma con la diffusione dei libri arabi, l'influenza scientifica della scuola, che si riteneva attaccata alle tradizioni latine andò diminuendo, mentre nelle principali università dell'Italia Settentrionale ebbero notevole sviluppo le dottrine arabe. Di queste era un seguace e divulgatore un alunno della scuola di Salerno, Bruno da Longobucco.
Almo Collegio Salernitano
Il Collegio Medico era un corpo accademico indipendente della Scuola. Esso aveva lo scopo di sottoporre gli scolari che avevano compiuto gli anni di studio richiesti a un rigoroso esame per ottenere il privilegio dottorale, non solo per esercitare la medicina ma anche per insegnare.
Il Collegio Medico era un'organizzazione professionale per la difesa dei propri interessi e della propria dignità e anche per porre un freno all'opera nefasta dei medicastri.
Il primo atto sovrano che convalidò le prerogative del Collegio dando il riconoscimento giuridico ai titoli accademici da esso rilasciati, risale all'imperatore Federico II nel 1200. Tutti i medici della città erano Alunni e anche essi gradualmente avevano il diritto di entrare nel Collegio. Per consuetudine la funzione del conferimento delle lauree si svolgeva nella Chiesa di San Pietro a Corte, o in San Matteo o nella Cappella di Santa Caterina.
Ma all'inizio dell'anno 1000 il conferimento ebbe luogo nel palazzo di città. Il giuramento rappresentava la più alta concezione morale della funzione del medico, il quale giurava di porgere il suo aiuto al povero senza chiedere nulla e nello stesso tempo era una sublime affermazione dinanzi a Dio e agli uomini di serbare una vita onesta e severità di costumi. Per conseguire la licenza all'esercizio della farmacia, cioè in arte aromatariae si richiedevano al candidato qualità morali spiccatissime, onestà e illibatezza di costumi, qualità queste che la Scuola tenne sommamente in pregio. I diplomi di laurea molto spesso rappresentavano la manifestazione più evidente dei sentimenti religiosi dei giovani, che conseguirono il titolo di dottorale in Salerno. L'autenticità dei privilegi dottorali era attestato dal notaio. Il privilegio dottorale, rilasciato dal Collegio di Salerno, aveva valore dovunque il laureato in Salerno si presentasse per predicare l'esercizio professionale. Nei privilegi dottorali non solo era segnata la data in cui il candidato aveva sostenuto l'esame ma anche l'anno del pontificato di chi era stato elevato al seggio pontificio. Il calendario civile, variava secondo i diversi stati ma non variava ovviamente l'anno di elevazione al pontificato. Onde per la stessa universalità della Chiesa cattolica era logico che si tenesse in conto l'anno di riferimento del pontificato, tanto più che il privilegio assai spesso era destinato ad assicurare la capacità scientifica del laureato in paesi stranieri. Ai diplomi non mancava mai il sigillo del Collegio in ceralacca. In questi sigilli di forma circolare è ben visibile nel mezzo lo stemma della città rappresentato dal patrono San Matteo in atto di scrivere il Vangelo.
I docenti della scuola
Occorre fare una distinzione tra il medicus e il medicus et clericus perché segnano due periodi distinti della medicina salernitana. Il medicus rappresenta le origini in cui l'arte è empirismo ed egli ricorre a espedienti per porgere aiuto al sofferente. Il medicus et clericus si distingue per la conoscenza dell'arte e per dottrina perciò è un dotto. Con Garioponto (che esamina gli antichi scrittori latini prendendo Ippocrate e Galeno a modello) la medicina salernitana comincia il suo periodo aureo. Con Garioponto vediamo la per la prima volta una donna, la famosa Trotula de Ruggiero che ascende agli onori della cattedra, detta preziosi dogmi di medicina e dà istruzioni per le partorienti. All'inizio dell'anno mille a Salerno c'era una scuola ben ordinata la quale sorse per opera di cultori delle discipline mediche. Si ritiene che l'epoca della fondazione della scuola risalga alla comparsa della Societas forse intorno alla prima metà dell'XI secolo. La prima costituzione della Societas si formò per opera di quei jatrophisici, che presero sede sul colle Bonae diei e Salernitam Scholam scripsere. Furono essi che gettarono le basi di quella scuola e di essa tramandarono il ricordo dettando il Flos medicinae, monumento di grandezza e di pietà che parla al popolo con la parola del cuore e a esso corre incontro per dargli il farmaco che lo sollevi.
L'insegnamento della medicina a Salerno nel Medioevo era esercitata da privati docenti cui veniva dato l'appellativo di medici. All'epoca scarso era il numero dei medici e molti erano avviati all'arte salutare per tradizione di famiglia e ciò perdurò per varie generazioni. La Schola era un istituto con un'organizzazione indipendente, costituita da insegnanti con particolari meriti e di essa era responsabile il Praeses. Fu titolo di merito l'anzianità quando fu creato il Prior come suprema dignità del Collegio. Ma il Praeses non aveva nulla in comune col Prior poiché la sua autorità si svolgeva nell'ambito del collegio sorto più tardi. La Scuola medica salernitana può contare numerosi maestri. Le dottrine mediche diffuse da Garioponto e dai suoi contemporanei non si estinsero con essi; altri maestri seguirono le loro orme. Nella seconda metà del XII secolo tre illustri maestri onorarono i loro predecessori: maestro Salerno, Matteo Plateario junior e Musandino. Notevoli furono del maestro Salerno le sue Tabulae Salernitanae in cui riunì i semplici secondo le loro virtù, Il Compendium che completa le Tabulae e forma con esse un trattato di terapia generale e di preparazione dei farmaci. Matteo Plateario junior apparteneva a una famiglia di insigni cultori dell'arte medica. Nelle sue Glosse Plateario junior descrive piante e dà cognizioni intorno alla sofisticazione di vari prodotti medicinali. Musandino è il celebre maestro, il Praeses, la somma autorità di quel consesso di dotti, destinati a divulgare i dogmi della medicina. Un eminente figura di prelato, ben degno di stare accanto all'Arcivescovo Alfano, fu Romualdo II Guarna che ebbe una speciale predilezione per l'arte medica. Egli fu chiamato due volte al capezzale di Guglielmo I di Sicilia. Un altro maestro tenuto in gran conto dalla regina Giovanna II di Napoli fu Antonio Solimena che fiorì alla fine del XIV secolo. Egli si distinse per la sua dottrina e per le grandi prove da lui date di sapere. Perciò egli fu elevato all'alto ufficio di Maestro Razionale della Magna Curia. Altra figura nobilissima di patriota e di scienziato fu Giovanni da Procida. Non mancano nei secoli precedenti maestri salernitani che prestarono la loro opera a operazioni belliche. A servizio dell'esercito di Roberto d'Angiò, duca di Calabria, operante in Sicilia nel 1299 si trovano Bartolomeo de Vallona e Filippo Fundacario. Molte opere di maestri salernitani andarono perse. Ai maestri della scuola spetta il grande merito di aver dettato per la prima volta le norme che il medico deve seguire, quando egli si trova presso il letto del malato. Esse sono un documento prezioso, da cui si rivela quanta importanza quei maestri attribuissero alla missione del medico e quale fosse il loro spirito di osservazione e la profonda conoscenza del corpo umano.
 


 
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Del: 18/09/2009 - Di: Bernard - Titolo: porno vrai.com (Medicina romana)

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Del: 18/09/2009 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Storia della medicina 3 (Il Giuramento di Ippocrate)

Storia della medicina 3
(Il Giuramento di Ippocrate)

STORIA DELLA MEDICINA 3
IL GIURAMENTO DI IPPOCRATE

Il Giuramento di Ippocrate è il giuramento che medici ed odontoiatri prestano prima di iniziare la professione. Prende il nome da Ippocrate che lo formulò nel 430 a.C.
Giuramento antico
L'originale greco:

« Ὄμνυμι Ἀπόλλωνα ἰητρὸν, καὶ Ἀσκληπιὸν, καὶ Ὑγείαν, καὶ Πανάκειαν, καὶ θεοὺς πάντας τε καὶ πάσας, ἵστορας ποιεύμενος, ἐπιτελέα ποιήσειν κατὰ δύναμιν καὶ κρίσιν ἐμὴν ὅρκον τόνδε καὶ ξυγγραφὴν τήνδε.
Ἡγήσασθαι μὲν τὸν διδάξαντά με τὴν τέχνην ταύτην ἴσα γενέτῃσιν ἐμοῖσι, καὶ βίου κοινώσασθαι, καὶ χρεῶν χρηίζοντι μετάδοσιν ποιήσασθαι, καὶ γένος τὸ ἐξ ωὐτέου ἀδελφοῖς ἴσον ἐπικρινέειν ἄῤῥεσι, καὶ διδάξειν τὴν τέχνην ταύτην, ἢν χρηίζωσι μανθάνειν, ἄνευ μισθοῦ καὶ ξυγγραφῆς, παραγγελίης τε καὶ ἀκροήσιος καὶ τῆς λοιπῆς ἁπάσης μαθήσιος μετάδοσιν ποιήσασθαι υἱοῖσί τε ἐμοῖσι, καὶ τοῖσι τοῦ ἐμὲ διδάξαντος, καὶ μαθηταῖσι συγγεγραμμένοισί τε καὶ ὡρκισμένοις νόμῳ ἰητρικῷ, ἄλλῳ δὲ οὐδενί.
Διαιτήμασί τε χρήσομαι ἐπ' ὠφελείῃ καμνόντων κατὰ δύναμιν καὶ κρίσιν ἐμὴν, ἐπὶ δηλήσει δὲ καὶ ἀδικίῃ εἴρξειν.
Οὐ δώσω δὲ οὐδὲ φάρμακον οὐδενὶ αἰτηθεὶς θανάσιμον, οὐδὲ ὑφηγήσομαι ξυμβουλίην τοιήνδε. Ὁμοίως δὲ οὐδὲ γυναικὶ πεσσὸν φθόριον δώσω. Ἁγνῶς δὲ καὶ ὁσίως διατηρήσω βίον τὸν ἐμὸν καὶ τέχνην τὴν ἐμήν.
Οὐ τεμέω δὲ οὐδὲ μὴν λιθιῶντας, ἐκχωρήσω δὲ ἐργάτῃσιν ἀνδράσι πρήξιος τῆσδε.
Ἐς οἰκίας δὲ ὁκόσας ἂν ἐσίω, ἐσελεύσομαι ἐπ' ὠφελείῃ καμνόντων, ἐκτὸς ἐὼν πάσης ἀδικίης ἑκουσίης καὶ φθορίης, τῆς τε ἄλλης καὶ ἀφροδισίων ἔργων ἐπί τε γυναικείων σωμάτων καὶ ἀνδρῴων, ἐλευθέρων τε καὶ δούλων.
Ἃ δ' ἂν ἐν θεραπείῃ ἢ ἴδω, ἢ ἀκούσω, ἢ καὶ ἄνευ θεραπηίης κατὰ βίον ἀνθρώπων, ἃ μὴ χρή ποτε ἐκλαλέεσθαι ἔξω, σιγήσομαι, ἄῤῥητα ἡγεύμενος εἶναι τὰ τοιαῦτα.
Ὅρκον μὲν οὖν μοι τόνδε ἐπιτελέα ποιέοντι, καὶ μὴ ξυγχέοντι, εἴη ἐπαύρασθαι καὶ βίου καὶ τέχνης δοξαζομένῳ παρὰ πᾶσιν ἀνθρώποις ἐς τὸν αἰεὶ χρόνον. παραβαίνοντι δὲ καὶ ἐπιορκοῦντι, τἀναντία τουτέων. »


La versione italiana:

« Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dei tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: di stimare il mio maestro di questa arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest'arte, se essi desiderano apprenderla; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro.
Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa.
Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.
Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte. Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a coloro che sono esperti di questa attività.
In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l'altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.
Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell'esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.
E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell'arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro.


Giuramento moderno
Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro:
di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento rifuggendo da ogni indebito condizionamento;
di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;
di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l'eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario;
di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona;
di astenermi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico;
di promuovere l'alleanza terapeutica con il paziente fondata sulla fiducia e sulla reciproca informazione, nel rispetto e condivisione dei principi a cui si ispira l'arte medica;
di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze;
di mettere le mie conoscenze a disposizione del progresso della medicina;
di affidare la mia reputazione professionale esclusivamente alla mia competenza e alle mie doti morali;
di evitare, anche al di fuori dell'esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il decoro e la dignità della professione;
di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni;
di rispettare e facilitare il diritto alla libera scelta del medico;
di prestare assistenza d'urgenza a chi ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell'autorità competente;
di osservare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione o in ragione del mio stato;
di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l'esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione.
Le origini del paternalismo medico
Per molti secoli le regole che disciplinano il rapporto guaritore-malato si sono basate sul giuramento d'Ippocrate (460-377 a.C.), il medico di Cos a cui si deve anche il concetto di segreto professionale. L'etica che il padre della medicina moderna occidentale ha trasmesso rispecchia l'ideale del medico come filantropo al servizio di tutta l'umanità e al di sopra di qualsiasi divisione tra gli uomini.
Sin dalle sue origini, il rapporto tra medico e paziente -così come si è andato configurando nel mondo occidentale con la tradizione ippocratica- si è attenuto ad un ordine preciso: il dovere del medico è fare il bene del paziente e il dovere del malato è di accettarlo. Un rapporto di tipo paternalistico, in cui la responsabilità morale del medico sta nella certezza che egli operi per il bene assoluto del malato.
Il medico greco, infatti, era considerato come un mediatore tra dèi e uomini e, in virtù delle sue conoscenze, era considerato un essere dotato di privilegio, autorità morale e impunità giuridica. Questo modello di medicina corrispondeva ad una visione paternalistica della vita e della società in cui gli ideali erano ordine, tradizione e obbedienza alle leggi universali.
Le origini dell'autonomia
A partire dal XVI secolo, s'assiste a un'emancipazione della persona: le grandi rivoluzioni politico-religiose e i grandi pensatori da Locke a Kant, trasformeranno questa sudditanza in rispetto reciproco in cui ogni persona è un individuo autonomo e indipendente, in grado di servirsi della propria ragione.
Tuttavia, bisognerà aspettare il XX secolo per vedere riconosciuta anche all'individuo malato la propria libertà e autonomia di scelta.
Modelli di relazione medico-paziente
Esistono diversi tipi di relazione medico-paziente, ma i più importanti sono:
modello contrattualistico di Engelhardt, secondo il quale il principio di autonomia è più importante del principio di beneficenza, un modello di tipo impersonale con orientamento deontologico;
modello utilitaristico, secondo cui "una norma è buona quando produce il miglior bene";
modello paternalistico di Pellegrino e Thomasma, secondo i quali il miglior modello è quello centrato sull'alleanza terapeutica: il medico non deve solo fare il bene fisico del paziente, ma anche quello psicologico, sociale e spirituale, oltre al fatto di valorizzare l'autonomia e riscoprire il reciproco senso di fiducia tra medico e paziente;
modello di Veatch, secondo il quale debba esserci un rapporto contrattualistico tra medico e paziente che, però, debba basarsi anche sui cinque punti fondamentali (autonomia, giustizia, mantenere le promesse, dire la verità e non uccidere).
CFR.WIKIPEDIA


 
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Del: 18/09/2009 - Di: Gaetano Romigi - Titolo: Storia della medicina 2 (Ippocrate)

Storia della medicina 2
(Ippocrate)

STORIA DELLA MEDICINA N. 2 - IPPOCRATE
Ippocrate di Coo o Kos (Coo, 460 a.C. circa – Larissa, prima del 377 a.C.) è stato un medico greco antico, considerato il padre della medicina.
Figlio di Eraclide e di Fenarete, Ippocrate proveniva da una famiglia aristocratica con interessi medici, i cui membri erano già appartenuti alla corporazione dgli Asclepiadi. Il padre era egli stesso un medico che affermava di essere un discendente diretto di Asclepio, dio della medicina. Fu proprio il padre insieme ad Erodico ad insegnare al giovane Ippocrate l'arte medica. Egli lavorò a Kos, viaggiò molto in Grecia e godette in vita di una fama eccezionale e fu anche ad Atene. Ma esercitò specialmente nelle regioni della Grecia settentrionale, in Tracia e a Taso.
Ippocrate viaggiò moltissimo, visitò tutta la Grecia ed arrivò persino in Egitto e in Libia. Alla sua epoca l'Egitto era il paese ritenuto più avanzato nella cultura scientifica e tecnologica, nonché nell'aritmetica e nella geometria. Quasi tutti i medici laici viaggiavano molto per curare i malati e studiare le metodologie di cura. In generale però era la classe intellettuale ed abbiente a viaggiare per acculturarsi verso tutte le aree più progedite e in tutte le aree del Mediterraneo facilmente raggiungibili.
Ippocrate introdusse il concetto innovativo che la malattia e la salute di una persona dipendessero da specifiche circostanze umane della persona stessa e non da superiori interventi divini. Acquisì grande fama nell'antichità debellando la grande peste di Atene del 429 a.C.
Ippocrate inventò la cartella clinica e teorizzò la necessità di osservare razionalmente i pazienti prendendone in considerazione l'aspetto ed i sintomi; introdusse, per la prima volta, i concetti di diagnosi e prognosi.
La sua fama è dovuta anche, e forse soprattutto, alla sua attività di maestro; fondò una vera e propria scuola medica e regolò in maniera precisa le norme di comportamento del medico, raccolte nel suo famoso giuramento in cui, tra l'altro, si introduce il concetto di segreto professionale.
Le sue opere, una settantina, sono raccolte nel Corpus Hippocraticum. Sostenne la teoria umorale, secondo la quale il nostro corpo è governato da quattro umori diversi (sangue, bile gialla, bile nera, flegma), che combinandosi in differenti maniere conducono alla salute od alla malattia. A lui si deve l'importanza del concetto di dieta e alimentazione all'interno della dottrina degli umori; la coniugazione di medicina e chirurgia (allo stato di pratica di purghe e salassi).
Ancora oggi alcune malattie portano il suo nome. Ricordiamo le dita ippocratiche, o a bacchetta di tamburo e la "facies ippocratica", tipica delle condizioni di grave sofferenza e indebolimento come, ad esempio, le peritoniti.
Incendio del tempio di Asclepio
L'unico episodio controverso dell'esistenza di Ippocrate fu il presunto incendio del Tempio di Asclepio. In occasione di questa sciagura, secondo la leggenda, alcune persone testimoniarono di aver visto il medico uscire dal luogo sacro con le tavolette delle divinità. Quelli che osteggiavano le sue teorie l'accusavano di aver trafugato gli scritti compromettenti. La maggior parte dei suoi concittadini però interpretarono diversamente la vicenda: sostennero infatti che Ippocrate, incarnazione del Dio, avesse voluto salvare dal disastro le tavole sacre.
Cfr. Wikipedia


 
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Del: 19/07/2006 - Di: Laura Sabatino - Titolo: Riflessioni di antropologia sociale ( )

Riflessioni di antropologia sociale
( )

Il fenomeno della migrazione di persone dal paese di origine verso luoghi diversi, esiste da sempre, così come, da sempre, prescindendo, per il momento, dalle migrazioni forzate dirette ad un sorta di pulizia etnica (Pompeo F. 2002 Il mondo è poco Roma Melteni), possiamo riconoscere la motivazione di tale spostamento nel desiderio di migliorare la propria condizione di vita.
L’evento di cui parliamo è relativo alle grandi migrazioni e da tale fenomeno parte e si sviluppano le riflessioni che seguono perché ciò che transita e spesso si sedentarizza, è un sistema di esperienza, emozioni, idee, sentimenti, visioni del mondo che fa capo ad un essere umano e non semplicemente ad un corpo considerato forza lavoro o addirittura “elemento di disturbo”.
Una persona che per richiamo etico e senso civico, non possiamo lasciare alla deriva, in balia di un esistenza messa in discussione, considerata clandestina e inferiore per inconsistenti e pericolose motivazioni e che, invece, necessita, dell’affermazione del diritto di essere nel mondo, dignitosamente.
Parliamo così di centinaia di persone che arrivano nei paesi “accoglienti” con una omogeneità di gruppo che è solo apparente; la vicinanza, infatti, è spesso solo spaziale e forzata, dovuta alla condivisione dell’esclusivo mezzo di trasporto che li ha condotti nel paese agognato, mentre la distanza culturale è, tra loro stessi, più o meno ampia ma, soprattutto, misconosciuta dai nostri occhi, nonché travisata dai nostri pregiudizi e stereotipi.
Gli immigrati spesso li appelliamo con il termine di “extracomunitari”, come ad annullare la varietà biografica che caratterizza ogni persona, tendendo così ad etichettarli e ad unirli sotto un unico gruppo, quando, invece, possono avere poco in comune, non solo con le persone che li accolgono ma anche con i compagni di viaggio.
La classificazione è, sovente, solo un modo per mantenere le distanze e i confini, per ghettizzare ed emarginare, privando di apprezzamento e rispetto le persone altre, portatrici di una caratterizzante e apprezzabile “diversità culturale”.
Il fenomeno della migrazione è uno degli aspetti della globalizzazione che in questa sede s’intende, parafrasando Ulf Hannerz (Hannerz U. 2001 La diversità culturale Bologna Il Mulino), come un’interconnessione transnazionale, fra locale e globale, che conduce a comprendere il mondo e l’umanità che lo abita, come qualcosa di unico ma non di identico.
Interconnessione che proprio grazie agli spostamenti delle persone è da sempre esistita ma che oggi è incrementata dalla maggiore mobilità dovuta ai mezzi di trasporto e agli strumenti tecnologici più sofisticati; gli stessi elementi di dinamicità che dove non accessibili posso lasciare nell’isolamento e nella cosiddetta “deglobalizzazione” ( Hannerz pag 21).
Il fatto che usiamo l’appellativo extracomunitario, per altro quasi esclusivamente per le persone africane, asiatiche o appartenenti ai paesi dell’est fuori dall’unione europea, tranne che per gli americani o gli inglesi o i giapponesi che comunque fuori dall’unione sono, ci fa pensare, però, che la comprensione di cui sopra ancora per molti è lontana da venire.
Ma cosa significa unicità; percepire il mondo come un tutto se abbiamo detto che esiste la diversità? E se esiste la diversità dove ci condurrà la globalizzazione?
L’approccio sistemico ci potrebbe aiutare nella lettura della dinamica globale, ricordandoci che la connessione tra i vari elementi che costituiscono il sistema mondo, interagiscono tra loro, conferendo significati e che il cambiamento di un elemento determina la mutazione di tutto il sistema in oggetto.
In occasione di tale riflessione, si potrebbe connettere il richiamo che Hans Jonas (Jonas H. 1997 Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio) rivolge all’uomo, soprattutto alla civiltà tecnologica, citando quel principio di responsabilità che passando per la tutela della sopravvivenza della terra e delle generazioni future su questo pianeta, garantisca, nel contempo, il rispetto della dignità di essere uomo in mezzo ad altri uomini.
Quel principio di responsabilità che ci rammenta come ogni intervento distruttivo e sconsiderato, tradisca l’onestà intellettuale di tanti che lavorano per costruire agganci e che vedono in ogni singolo uomo tutta l’umanità, con la sua complessità peculiare e la sua duplice struttura, di forza e debolezza, bisognosa di comunione d’intenti e di solidarietà per un mondo che sia vivibile per tutti.
La diversità, quindi, esiste ed è sempre esistita; ma cos’è la diversità? Le culture non nascono pure e non restano fisse, come pacchetti predefiniti, tanto più adesso quando la circolazione di persone e anche solo di idee è più forte, dove le distanze temporali e spaziali sono tanto ridotte da trasportare virtualmente nel “locale” ciò che poco prima non c’era; tanto da farci sembrare famigliare un posto mai visitato.
Le culture, quindi, sono frutto di scambio, di interazioni, di influssi continuamente mediati dalle persone che ne fanno esperienza e la diversità, spesso, si riduce a una sfumatura.
Lì dove non è assolutizzata ed esclusivista, lì dove consente interazioni ed escursioni dall’esterno verso l’interno e viceversa, la diversità è fonte di crescita intellettuale, spirituale ed emotiva; le culture ci appaiono così in continuo divenire, in un processo di transculturazione che in seguito a contatti continui genera nuove responsabilità. Torino Biblioteca Einaudi
dimensioni e significati.
Questa interconnessione continua può essere talmente accessibile individualmente che viene agita singolarmente, cosicché si potrebbe dire che paradossalmente le culture si moltiplicano sempre più, tante quanto sono gli uomini e più aumentano più si connettono, generando molteplici “habitat di significato” (Hannerz pag 28).
La globalizzazione, che molti vedono come sinonimo di standardizzazione e spersonalizzazione, di annientamento della creatività, può essere considerata sotto vari punti di vista; tornando ad Hannerz, egli inserisce il concetto di “metacultura” ovvero un modello concettuale, con il quale interpretiamo la dinamica tra le culture nel mondo e con cui attribuiamo significati utilizzando una teoria che favorisce la differenza oppure la somiglianza.
Sebbene la diversità esista a priori e il mondo sia inevitabilmente plurale, Hannerz parla di un futuro dove la globalizzazione incrementerà i contatti e gli incroci, favorirà la cosiddetta creolizzazione, che solo la mutua comprensione potrà valorizzare, unendo ciò che è stato esasperatamente frammentato.
Attualmente questi contatti non hanno vita facile; la guerra, la violenza, la povertà che affliggono molti paesi della terra, che l’intervento mediatico ci proietta in faccia nelle situazioni meno probabili, tanto da renderci quasi normale anche l’evento più sconvolgente, fino a trasformarlo in sottofondo della nostra quotidianità, sembra non tocchi poi molto la parte del globo che ha responsabilità politiche nel decidere, da tempo, il destino di molti paesi e che sceglie di cucire confini di mitra, impermeabili alla solidarietà e alle rinunce.

Le rivendicazioni politiche e sociali che scaturiscono da tali squilibri e dal desiderio di affermare il diritto alla propria esistenza, inevitabilmente terrorizzano, perché viene adottata la stessa logica della violenza e dalla prepotenza che è stata ed è ancora subita, come unico mezzo conosciuto per dare voce al silenzio, per urlare: “Non ci stò!”.
Ci appare, di contro, una reazione costruita ad arte che cerca di spiegare un evento terroristico come causa e non come effetto di un’organizzazione mondiale (Augè M. 2002 Diario di guerra Torino Bollati Boringhieri) che penalizza la parte più debole e più povera della terra.
L’etnocentrismo sminuisce l’altro, ogni fondamentalismo, di qualsiasi genere esso sia, genera incomunicabilità, il profitto sconsiderato crea e sfrutta la miseria, la violenza stimola terrorismo, diffonde solitudine in una rete di relazioni che si fa sempre più contraddittoria.
È un fatto che oggi esiste una diversità economica, di accesso alle risorse, di visibilità, di opportunità per vari popoli del mondo;
una differenza che sebbene non sia palesemente evidenziata da istanze razziste, di fatto, segue spesso logiche che escludono grandi fette di persone dalla conoscenza e dalla possibilità di realizzarsi come individui e che al massimo conducono ad un avvicinamento spaziale, quando ciò diventa un’esigenza, in seguito all’emigrazione verso i paesi più ricchi.
È un fatto, inoltre, che alcuni popoli, anche a costo della loro propria vita terrena, esigono il doveroso rispetto del loro essere e sentirsi diversi, appartenenti ad un altro modo di vedere e costruire mondi di significati.
Dal punto di vista oggettivo ci hanno sempre insegnato che i confini esistono, le nazioni anche, le culture e le tradizioni sono state descritte e delimitate, i popoli definiti così come le identità; sappiamo, però, oggi, che tutto questo è frutto di una costruzione
concettuale, elaborata ad arte, in coerenza con il momento storico contingente (pensiamo al colonialismo, ai commerci economici, al desiderio di dominio incontrastato, alla convinzione di dovere “civilizzare” ed evangelizzare il mondo “primitivo”, al bisogno di identificare un diverso per riconoscersi esistenti) e sappiamo anche quanto oggi il vincolo che le culture hanno con il territorio e la popolazione si sia ammorbidito in seguito alla globalizzazione di cui sopra.
È come se ci fosse una sorta di embrionale ritorno al passato, quando popolazioni diverse condividevano gli stessi territori (Pompeo, pag. 67).
Sappiamo, inoltre, che a volte, per le stesse popolazioni la cui identità è stata voluta e costruita da altri, questa assume consistenza concreta tanto che riconoscendosi in essa, innescano conflitti feroci per rivendicare la propria appartenenza ad un territorio e il proprio diritto ad accedere a risorse materiali e simboliche.
Nasce così anche la violenza tra popoli che naturalmente non avrebbero nulla da contendersi; il genocidio rwandese, di cui ce ne parla esaurientemente l’antropologa Michela Fusaschi (Fusaschi M. 2000 Hutu- Tutsi Alle radici del genocidio rwandese Torino Bollati Boringhieri), (significativa l’ipotesi camitica), ci dimostra cosa può produrre la costruzione di finti e assurdi confini nonché di etnie: lo stravolgimento arbitrario di equilibri tra popoli che per natura potrebbero pacificamente convivere, tutto per la sconsideratezza e l’opportunismo dei paesi cosiddetti “civilizzati” e civilizzatori.
Il risultato è la totale negazione dell’alterità fino alla mutilazione premeditata e punitiva degli arti, di coloro considerati estranei alla propria etnia, da parte di gruppi che manipolati ad arte si trasformano per vendetta in assassini, in nome di un identità assunta come propria ma nata dal nulla; prende il sopravvento la logica della prepotenza e dell’annientamento criminale piuttosto che la ridefinizione pacifica degli spazi reciproci e il riconoscimento della fisiologica mescolanza.
Interi popoli possono scomparire, insieme alla loro origini linguistiche e alla memoria storica, senza lasciare traccia, per la negligenza e la sete di potere che pone frontiere insormontabili lì dove esisterebbero, in realtà, solo sfumature e continuità.
L’educazione e la conoscenza “leale”, senza secondi fini, la distribuzione equa e solidale delle risorse, l’accoglienza e il rispetto dell’essere umano, l’impegno sociale, credo, in sostanza, che possano essere gli unici strumenti per dare un senso alla vita e alla convivenza allargata, punto di forza di un mondo dove non esistano più cittadini di prima o di seconda classe ma cittadini del mondo, di un mondo che attualmente forse è poco (come suggerisce Pompeo) ma, soprattutto, poco conosciuto e amato.

Laura Sabatino

Bibliografia

Augè M. 2002 Diario di guerra Torino Bollati Boringhieri
Buchi Emecheta 2000 Cittadina di seconda classe Firenze Giunti
Cozzi D. & Nigris D. 1996 Gesti di cura Milano Colibrì
Cuche D. 2003 La nozione di cultura nelle scienze sociali Bologna Il mulino
Fabietti U. 2000 (2a rist.) L’identità etnica Roma Carocci editore
Fusaschi M. 2000 Hutu- Tutsi Alle radici del genocidio rwandese Torino Bollati Boringhieri
Hannerz U. 2001 La diversità culturale Bologna Il Mulino
Jonas H. 1997 Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità. Torino Biblioteca Einaudi
Ngugi wa Thiong’o 2000 Spostare il centro del mondo Roma Meltemi
Pompeo F. 2002 Il mondo è poco Roma Melteni
Susi F. 1999 Come si è stretto il mondo Roma Armando Editore


 
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Del: 16/07/2003 - Di: Laura Sabatino - Titolo: Navigando tra le lezioni di antropologia (Accogliere lo straniero)

Navigando tra le lezioni di antropologia
(Accogliere lo straniero)

NAVIGANDO TRA LE PAGINE DEI LIBRI DI TESTO E LE LEZIONI DI ANTROPOLOGIA SOCIALE

 

Il  fenomeno  della   migrazione  di  persone  dal   paese  di  origine

verso luoghi diversi, esiste da sempre, così come, da sempre, prescindendo, per il momento, dalle migrazioni forzate dirette ad un sorta di pulizia etnica (1), possiamo riconoscere la motivazione di tale spostamento nel desiderio di migliorare la propria condizione di vita.

L’evento di cui parliamo è relativo alle grandi migrazioni e da tale fenomeno parte e si sviluppano le riflessioni che seguono perché ciò che transita e spesso si sedentarizza, è un sistema di esperienza, emozioni, idee, sentimenti, visioni del mondo che fa capo ad un essere umano e non semplicemente ad un corpo considerato forza lavoro o addirittura “elemento di disturbo”.

Una persona che per richiamo etico e senso civico, non possiamo lasciare alla deriva, in balia di un esistenza messa in discussione, considerata clandestina e inferiore per inconsistenti e pericolose motivazioni e che, invece, necessita, dell’affermazione del diritto di essere nel mondo, dignitosamente.

Parliamo così di centinaia di persone che arrivano nei paesi “accoglienti” con una omogeneità di gruppo che è solo apparente; la vicinanza, infatti, è spesso solo spaziale e forzata, dovuta alla condivisione dell’esclusivo mezzo di trasporto che li ha condotti nel paese agognato, mentre la distanza culturale è, tra loro stessi, più o meno ampia ma, soprattutto, misconosciuta dai nostri occhi, nonché travisata dai nostri pregiudizi e stereotipi.

Gli immigrati spesso li appelliamo con il termine di “extracomunitari”, come ad annullare la varietà biografica che caratterizza ogni persona, tendendo così ad etichettarli e ad unirli

 

 

(1) Pompeo F. 2002 Il mondo è poco  Roma Melteni

 

 

 

 

sotto un unico gruppo, quando, invece, possono avere poco in comune, non solo con le persone che li accolgono ma anche con i compagni di viaggio.

La classificazione è, sovente, solo un modo per mantenere le distanze e i confini, per ghettizzare ed emarginare, privando di apprezzamento e rispetto le persone altre, portatrici di una caratterizzante e apprezzabile “diversità culturale”.

Il fenomeno della migrazione è uno degli aspetti della globalizzazione che in questa sede s’intende, parafrasando Ulf Hannerz (2), come un’interconnessione transnazionale, fra locale e globale, che conduce a comprendere il mondo e l’umanità che lo abita, come qualcosa di unico ma non di identico.

Interconnessione che proprio grazie agli spostamenti delle persone è da sempre esistita ma che oggi è incrementata dalla maggiore mobilità dovuta ai mezzi di trasporto e agli strumenti tecnologici più sofisticati; gli stessi elementi di dinamicità che dove non accessibili posso lasciare nell’isolamento e nella cosiddetta “deglobalizzazione” ( Hannerz pag 21).

Il fatto che usiamo l’appellativo extracomunitario, per altro quasi esclusivamente per le persone africane, asiatiche o appartenenti ai paesi dell’est fuori dall’unione europea, tranne che per gli americani o gli inglesi o i giapponesi che comunque fuori dall’unione sono, ci fa pensare, però, che la comprensione di cui sopra ancora per molti è lontana da venire.

Ma cosa significa unicità; percepire il mondo come un tutto se abbiamo detto che esiste la diversità? E se esiste la diversità dove ci condurrà la globalizzazione?

L’approccio sistemico ci potrebbe aiutare nella lettura della dinamica globale, ricordandoci che la connessione tra i vari elementi che costituiscono il sistema mondo, interagiscono tra

 

 

(2) Hannerz U. 2001 La diversità culturale  Bologna Il Mulino
loro, conferendo significati e che il cambiamento di un elemento determina la mutazione di tutto il sistema in oggetto.

In occasione di tale riflessione, si potrebbe connettere il richiamo che Hans Jonas (3) rivolge all’uomo, soprattutto alla civiltà tecnologica, citando quel principio di responsabilità che passando per la tutela della sopravvivenza della terra e delle generazioni future su questo pianeta, garantisca, nel contempo, il rispetto della dignità di essere uomo in mezzo ad altri uomini.

Quel principio di responsabilità che ci rammenta come ogni intervento distruttivo e sconsiderato, tradisca l’onestà intellettuale di tanti che lavorano per costruire agganci e che vedono in ogni singolo uomo tutta l’umanità, con la sua complessità peculiare e la sua duplice struttura, di forza e debolezza, bisognosa di comunione d’intenti e di solidarietà per un mondo che sia vivibile per tutti.

La diversità, quindi, esiste ed è sempre esistita; ma cos’è la diversità? Le culture non nascono pure e non restano fisse, come pacchetti predefiniti, tanto più adesso quando la circolazione di persone e anche solo di idee è più forte, dove le distanze temporali e spaziali sono tanto ridotte da trasportare virtualmente nel “locale” ciò che poco prima non c’era; tanto da farci sembrare famigliare un posto mai visitato.

Le culture, quindi, sono frutto di scambio, di interazioni, di influssi continuamente mediati dalle persone che ne fanno esperienza e la diversità, spesso, si riduce a una sfumatura.

Lì dove non è assolutizzata ed esclusivista, lì dove consente interazioni ed escursioni dall’esterno verso l’interno e viceversa, la diversità è fonte di crescita intellettuale, spirituale ed emotiva; le culture ci appaiono così in continuo divenire, in un processo di transculturazione che in seguito a contatti continui genera nuove

 

 

(3) Jonas H. 1997 Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità. Torino Biblioteca Einaudi    
dimensioni e significati.

Questa interconnessione continua può essere talmente accessibile individualmente che viene agita singolarmente, cosicché si potrebbe dire che paradossalmente le culture si moltiplicano sempre più, tante quanto sono gli uomini e più aumentano più si connettono, generando molteplici “habitat di significato” (Hannerz pag 28).

La globalizzazione, che molti vedono come sinonimo di standardizzazione e spersonalizzazione, di annientamento della creatività, può essere considerata sotto vari punti di vista; tornando ad Hannerz, egli inserisce il concetto di “metacultura” ovvero un modello concettuale, con il quale interpretiamo la dinamica tra le culture nel mondo e con cui attribuiamo significati utilizzando una teoria che favorisce la differenza oppure la somiglianza.

Sebbene la diversità esista a priori e il mondo sia inevitabilmente plurale, Hannerz parla di un futuro dove la globalizzazione incrementerà i contatti e gli incroci, favorirà la cosiddetta creolizzazione, che solo la mutua comprensione potrà valorizzare, unendo ciò che è stato esasperatamente frammentato.

Attualmente questi contatti non hanno vita facile; la guerra, la violenza, la povertà che affliggono molti paesi della terra, che l’intervento mediatico ci proietta in faccia nelle situazioni meno probabili, tanto da renderci quasi normale anche l’evento più sconvolgente, fino a trasformarlo in sottofondo della nostra quotidianità, sembra non tocchi poi molto la parte del globo che ha responsabilità politiche nel decidere, da tempo, il destino di molti paesi e che sceglie di cucire confini di mitra, impermeabili alla solidarietà e alle rinunce.


Le rivendicazioni politiche e sociali che scaturiscono da tali squilibri e dal desiderio di affermare il diritto alla propria esistenza, inevitabilmente terrorizzano, perché viene adottata la stessa logica della violenza e dalla prepotenza che è stata ed è ancora subita, come unico mezzo conosciuto per dare voce al silenzio, per urlare: “Non ci stò!”.

Ci appare, di contro, una reazione costruita ad arte che cerca di spiegare un evento terroristico come causa e non come effetto di un’organizzazione mondiale (4) che penalizza la parte più debole e più povera della terra.

L’etnocentrismo sminuisce l’altro, ogni fondamentalismo, di qualsiasi genere esso sia, genera incomunicabilità, il profitto sconsiderato crea e sfrutta la miseria, la violenza stimola terrorismo, diffonde solitudine in una rete di relazioni che si fa sempre più contraddittoria.

È un fatto che oggi esiste una diversità economica, di accesso alle risorse, di visibilità, di opportunità per vari popoli del mondo;

una differenza che sebbene non sia palesemente evidenziata da istanze razziste, di fatto, segue spesso logiche che escludono grandi fette di persone dalla conoscenza e dalla possibilità di realizzarsi come individui e che al massimo conducono ad un avvicinamento spaziale, quando ciò diventa un’esigenza, in seguito all’emigrazione verso i paesi più ricchi.

È un fatto, inoltre, che alcuni popoli, anche a costo della loro propria vita terrena, esigono il doveroso rispetto del loro essere e sentirsi diversi, appartenenti ad un altro modo di vedere e costruire mondi di significati.

Dal punto di vista oggettivo ci hanno sempre insegnato che i confini esistono, le nazioni anche, le culture  e le tradizioni sono state descritte e delimitate, i popoli definiti così come le identità; sappiamo, però, oggi, che tutto questo è frutto di una costruzione

 

 

(4) Augè M. 2002 Diario di guerra Torino Bollati Boringhieri
concettuale, elaborata ad arte, in coerenza con il momento storico contingente (pensiamo al colonialismo, ai commerci economici, al desiderio di dominio incontrastato, alla convinzione di dovere “civilizzare” ed evangelizzare il mondo “primitivo”, al bisogno di identificare un diverso per riconoscersi esistenti) e sappiamo anche quanto oggi il vincolo che le culture hanno con il territorio e la popolazione si sia ammorbidito in seguito alla globalizzazione di cui sopra.

È come se ci fosse una sorta di embrionale ritorno al passato, quando popolazioni diverse condividevano gli stessi territori (Pompeo, pag. 67).

Sappiamo, inoltre, che a volte, per le stesse popolazioni la cui identità è stata voluta e costruita da altri, questa assume consistenza concreta tanto che riconoscendosi in essa, innescano conflitti feroci per rivendicare la propria appartenenza ad un territorio e il proprio diritto ad accedere a risorse materiali e simboliche.

Nasce così anche la violenza tra popoli che naturalmente non avrebbero nulla da contendersi; il genocidio rwandese, di cui ce ne parla esaurientemente l’antropologa Michela Fusaschi (5), (significativa l’ipotesi camitica), ci dimostra cosa può produrre la costruzione di finti e assurdi confini nonché  di etnie: lo stravolgimento arbitrario di equilibri tra popoli che per natura potrebbero pacificamente convivere, tutto per la sconsideratezza e l’opportunismo dei paesi cosiddetti “civilizzati” e civilizzatori.

Il risultato è la totale negazione dell’alterità fino alla mutilazione premeditata e punitiva degli arti, di coloro considerati estranei alla propria etnia, da parte di gruppi che manipolati ad arte si trasformano per vendetta in assassini, in nome di un identità assunta come propria ma nata dal nulla; prende il sopravvento la

 

 

(5) Fusaschi M. 2000 Hutu- Tutsi Alle radici del genocidio rwandese Torino Bollati Boringhieri
logica della prepotenza e dell’annientamento criminale piuttosto che la ridefinizione pacifica degli spazi reciproci e il riconoscimento della fisiologica mescolanza.

Interi popoli possono scomparire, insieme alla loro origini linguistiche e alla memoria storica, senza lasciare traccia, per la negligenza e la sete di potere che pone frontiere insormontabili lì dove esisterebbero, in realtà, solo sfumature e continuità.

L’educazione e la conoscenza “leale”, senza secondi fini, la distribuzione equa e solidale delle risorse, l’accoglienza e il rispetto dell’essere umano, l’impegno sociale, credo, in sostanza, che possano essere gli unici strumenti per dare un senso alla vita e alla convivenza allargata, punto di forza di un mondo dove non esistano più cittadini di prima o di seconda classe ma cittadini del mondo, di un mondo che attualmente forse è poco (come suggerisce Pompeo) ma, soprattutto, poco conosciuto e amato.

 

Laura Sabatino 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

Augè M. 2002 Diario di guerra Torino Bollati Boringhieri

Buchi Emecheta 2000 Cittadina di seconda classe Firenze Giunti

Cozzi D. & Nigris D. 1996 Gesti di cura Milano Colibrì

Cuche D. 2003 La nozione di cultura nelle scienze sociali Bologna Il mulino

Fabietti U. 2000 (2a rist.) L’identità etnica Roma Carocci editore

Fusaschi M. 2000 Hutu- Tutsi Alle radici del genocidio rwandese Torino Bollati Boringhieri

Hannerz U. 2001 La diversità culturale  Bologna Il Mulino

Jonas H. 1997 Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità. Torino Biblioteca Einaudi 

Ngugi wa Thiong’o 2000 Spostare il centro del mondo Roma Meltemi

Pompeo F. 2002 Il mondo è poco  Roma Melteni

Susi F. 1999 Come si è stretto il mondo Roma Armando Editore


 
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Del: 29/04/2002 - Di: Alessandro Stievano - Titolo: La complessità culturale nella società moderna (Ulf Hannerz)

La complessità culturale nella società moderna
(Ulf Hannerz)

Hannerz: "La complessità culturale"

La cultura, nell'antropologia estremamente persuasiva di Ulf Hannerz, è l'insieme dei significati elaborati dagli esseri umani, che trasformano a loro volta gli individui in membri di una società.

Così concepita, la cultura viene socialmente organizzata tanto da grandi istituzioni centralizzate, come la scuola e i media, quanto in modo diffuso, da subculture e pratiche della vita quotidiana.

I luoghi dove queste diverse dimensioni interagiscono nel modo più intenso sono le città, protagoniste in misura crescente dei fenomeni di contaminazione culturale.

Nelle società complesse le esperienze culturali risultano sempre più differenziate, e la produzione culturale sempre più indeterminata nei propri esiti. La globalizzazione è un processo che investe anche - e forse soprattutto - la cultura, attraverso fenomeni di diffusione non confinabili, policentrismo, innovazione locale prontamente immessa nel circuito globale.

Il ruolo cruciale svolto in tal senso dai centri metropolitani viene illustrato da una affascinante descrizione dei periodi di intensa produttività culturale in alcune città: la Vienna del lungo crepuscolo asburgico, Calcutta alla massima fioritura dell'India britannica, la San Francisco della "beat generation".


 
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Del: 10/04/2002 - Di: Laura Sabatino - Titolo: Riflessioni personali (Il rispetto dell'altro)

Riflessioni personali
(Il rispetto dell'altro)

Leggendo il libro "Identità etnica" di Ugo Fabietti (Carocci editore), di cui consiglio la lettura, ho provato delle emozioni piacevoli perchè ho colto in esso pensieri condivisibili.
Secondo quanto ho compreso, esiste uno spazio virtuale e reale che è comune a più persone, a più gruppi e in esso le "differenze" di ogni persona, di ogni gruppo sociale possono e devono vedere riconosciuta la propria identità.

In tutte le aree del pianeta le differenze e le varie identità culturali, si dovrebbero reciprocamente rispettere alla luce di un "nuovo illuminismo".
Questo lo si potrebbe ottenere elaborando una regola intersoggettiva che tutti facciano propria; tale regola si fonda sulla coscienza di una identità sentita ma relativa, di una differenza leggittima ma non assoluta. La capacità di relativizzare le identità, il posto di ognuno di noi nel mondo, ci potrebbe consentire di convivere con solidarietà. Sovente definiamo la diversità negativamente; i nostri occhi o l'immaginazione percepiscono caratteristiche nell'altro che viviamo come idiosincratiche, tanto da collocare l'altro in una posizione di inferiorità. Il razzismo classico vedeva l'umanità divisa in razze, creava il vuoto culturale lì dove invece "occhi utopici" vedevano uno spessore culturale anche se diverso; i fattori biologici erano posti come determinanti.
Il razzismo attuale è debiologizzato, vede le culture umane come universi distinti e incomunicanti che conduce al rifiuto e all'esclusione.
La sospensione del giudizio è lo strumento che l'antropologia odierna ci suggerisce; essa porta alla comprensione delle differenze culturali. Le culture valgono per quello che sono, non c'è separazione ed esclusione.
E' importante comparare le culture per sottolineare le connessioni e gli aspetti comuni. L'etnocentrismo che spesso è stato alla base di rivendicazioni, anche violente, di spazi e risorse, andrebbe sostituito dall'interazione, dallo scambio; le culture del resto non nascono pure....


 
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